giovedì 31 agosto 2017

A silent voice (2016) | Recensione

A silent voice
Voto Imdb: 8,3
Titolo Originale:Koe no Katachi
Anno:2016
Genere:Drammatico, Sentimentale, Scolastico
Nazione:Giappone
Regista:Naoko Yamada
Cast:Miyu Irino, Saori Hayami, Kenshou Ono

A Silent Voice - Il cast dei personaggi principali
Non sapevo cosa aspettarmi prima della visione di questo lungometraggio (cinematografico) d'animazione giapponese. Lette due righe di trama striminzite, decido di andare allo sbaraglio: lo ammetto, sono rimasto disturbato e travolto da un'ondata emozionale come non mi succedeva da non so nemmeno più quanto tempo. Lo dico a voi per prepararvi: A silent voice dura due ore e dieci, 129 minuti per la precisione, ma me ne sono accorto soltanto ai titoli di coda una volta staccato lo sguardo dal televisore. Non è un film per tutti, non è, probabilmente, un film adatto ai frequentatori abituali di questo blog... ma se ora sono qui a scriverne, significa che in qualche modo mi ha lasciato un piccolo segno: vediamo di capire perché.
Shouta il bullo e i suoi due amici ai tempi delle elementari
Shouta Ishida è uno studente delle superiori; davanti a sé ha un calendario dove, giorno per giorno, sbarra le caselle in attesa del 15, che reca la scritta "La fine di tutto". Il resto del calendario è stato strappato via: Shouta ha deciso di farla finita e sta cercando di chiudere tutti i sospesi prima del fatidico giorno (licenziarsi, vendere i suoi oggetti personali, ritirare in contanti tutto quello che è rimasto sul conto bancario). Il 15 il ragazzo lascia tutti i suoi risparmi - per i quali ha lavorato duramente - ai piedi del letto di sua madre e si incammina verso il ponte sul fiume principale della cittadina giapponese di campagna in cui vive. Sale sulla ringhiera e resta in precario equilibrio, gli occhi chiusi, in bilico tra la vita e la morte. Un petardo lanciato da un'allegra famigliola lo distrae, riportandolo alla realtà. Shouta sbatte gli occhi, scende dal parapetto e si lascia andare ai ricordi: cosa l'ha portato a questa situazione?
Shouko quando si presenta alla classe. Il notebook riporta la
scritta "Non posso sentire".
Cinque anni prima, scuola elementare. Lui è un esuberante dodicenne e le sue giornate sono scandite dalla noia; per combatterla, sceglie la facile via della vile arroganza e prende di mira i compagni di classe. Una mattina arriva a scuola una nuova alunna, Shouko Nishimiya, che si presenta in un modo che stupisce tutti: timida, impacciata, silenziosa, estrae un blocchetto dallo zaino e scrive a tutti: "Non posso sentire". Quel blocchetto è il suo modo di comunicare con l'esterno, lei e gli amici interagiscono scrivendoci sopra. Nei primi giorni i compagni cercano di accoglierla nel migliore dei modi, ma la sua disabilità comincia, nel tempo, a creare difficoltà nel regolare svolgimento delle attività didattiche. Shouko rallenta la classe e nemmeno i professori nascondono un velato fastidio. In fondo, l'equilibrio del loro piccolo mondo è stato turbato e nessuno in realtà si rende conto di non essere pronto a cambiare. Con la sua esuberanza, Shouta è l'unico che rifiuta apertamente la ragazzina ed inizia a bullizzarla in tutti i modi, facendole scherzi sempre più crudeli e arrivando, alla fine, a gettare dalla finestra i suoi apparecchi acustici. Il tutto sotto gli occhi di compagni e professori, che non fanno nulla per fermarlo. Shouko non reagisce e cerca sempre un contatto... l'ennesimo scherzo del ragazzo che la ferisce perfino ad un orecchio è la goccia che fa traboccare il vaso. Shouko lascia la scuola e il preside entra in classe per lanciare la sua dura accusa: la famiglia della ragazzina ha speso tantissimi soldi per le riparazioni degli apparecchi e il preside chiede apertamente alla classe: "Si tratta di bullismo? Chi sa, parli."
L'inizio degli scherzi di Shouta
Ed ecco che Shouta diventa il capro espiatorio: accusato dai professori e dai compagni, paga lui per tutti e viene ricoperto di ignominia e sospeso qualche giorno dalla scuola. Sua madre raccoglie tutti i suoi risparmi e li consegna alla famiglia Nishimiya per scusarsi; quando il ragazzino ritorna in classe, scopre che tutto è cambiato: lui è un mostro e diventa vittima a sua volta di bullismo da parte della scuola, rifiutato da tutti, anche da quelli che fino a pochi giorni prima considerava come i suoi migliori amici. Shouta è consapevole di essere il principale artefice della sua situazione e la accetta passivamente con il risultato di chiudersi sempre di più, isolandosi dal resto del mondo.
Cinque anni dopo, nella sua nuova scuola liceale, lui per primo evita di relazionarsi con gli altri. Non parla con nessuno, non conosce nemmeno i loro nomi, si isola, guarda sempre in basso e vive le sue giornate in mestizia e solitudine. Quando scende dal ponte dal quale stava per gettarsi, decide che è arrivato il momento di svoltare; non è una cosa che può avvenire dall'oggi al domani, è un percorso lento e graduale, ma da qualche parte deve incominciare. A causa del senso di colpa che lo accompagna, inizia ad imparare il linguaggio dei segni e, forte di questa nuova consapevolezza, decide di trovare Shouko per chiederle scusa e darle tutto il suo supporto morale, quello che le è stato negato da piccola a causa sua. Il nuovo incontro con la ragazza è l'inizio di un suo percorso interiore difficile, tormentato, in cui il ragazzo cerca in tutti i modi di redimersi dagli errori compiuti in passato e per farlo coinvolgerà anche i vecchi compagni delle elementari.
Mi fermo qui con il racconto della trama: questi sono solo i primi quindici minuti, ma mi sono soffermato sui dettagli perché gli elementi essenziali di A silent voice sono tutti qui, racchiusi in uno degli inizi più belli che mi sia capitato di vedere in un film d'animazione: dolce e disturbante, leggero e spiazzante.
Esempio di inquadratura ricorrente.
Partiamo con una considerazione banale, ma doverosa: A silent voice è un film giapponese nel midollo, non parlo solo di ambientazione ma proprio di situazioni, comportamenti, modi di pensare e di agire che, talvolta, possono risultare strani agli occhi di noi occidentali, soprattutto per quelli che vedono il paese del Sol Levante come un mondo alieno. Tanto per cominciare, è un film dannatamente lento. Come svolgimento, certo, ma anche come narrazione. Molti silenzi, molte inquadrature che si soffermano sui piccoli gesti quotidiani, molte panoramiche e carrellate sull'ambiente che circonda i ragazzi: fiori (non solo gli immancabili ciliegi), strade, palazzi. Stesse azioni ripetute, stessi tragitti percorsi, atti a sottolineare la quotidianità di un'esistenza che si trascina quasi per inerzia. Spesso l'inquadratura indugia sui piedi in movimento: non vedi volti, vedi soltanto il marciapiede, l'aiuola, la scarpa; talvolta l'inquadratura è statica, si sofferma su un particolare preciso mentre le voci fuori campo continuano a rincorrersi tra loro. Un significato molto particolare è dato dai fiori, presenti in moltissime forme e tipologie lungo l'intero arco narrativo; non è un vezzo della regista ma ha un significato più profondo, che può essere associato a Shouko: in Giappone, è noto, viene riposta molta attenzione sull'Hanakotoba ("Il linguaggio dei fiori", secondo cui ogni fiore che esiste esprime qualcosa) e sull'Ikebana ("L'arte di disporre i fiori", una vera e propria forma d'arte con cui poter veicolare un messaggio). Per Shouko la comunicazione è un vero problema, ecco quindi che, grazie alla regista, le ripetute e soffermate inquadrature sui fiori rafforzano un legame certamente metaforico ma non per questo meno intenso tra il disperato bisogno di comunicare un messaggio e l'impossibilità di farlo in modo "normale". A silent voice va oltre la banalità del "dillo con un fiore", arriva a dirci in modo malinconico che a volte anche così, nel silenzio, puoi trasmettere un'emozione.

Margherite Viola - In fondo alla recensione, altri esempi di immagini floreali tratte dal film
A silent voice è molto giapponese anche per diversi altri aspetti: l'ostinazione nel chiamarsi per cognome tra amici, il chiedere scusa con inchino anche se non si ha colpa e, soprattutto, il pensare più alle cose non dette rispetto a quelle dette. L'incomunicabilità diventa un punto focale nelle relazioni interpersonali, qui addirittura ingigantita e portata a nuovi livelli a causa dell'handicap di Shouko. Il film (e il manga originale da cui lo stesso è stato tratto) è, infine, tremendamente giapponese quando punta il dito contro gli eccessi e le storture della società. A silent voice è un diretto atto di accusa contro il bullismo, certo, ma lo è anche contro l'ipocrisia delle persone che si fermano alle apparenze e all'onore, contro l'ostilità nei confronti dell'handicap (ci torno fra poco), contro l'apatia e la sociopatia che sempre più spesso colpisce i giovani, contro infine la depressione come vera e propria malattia. Come potete capire, i temi sono tutt'altro che leggeri e per questo va fatto un enorme plauso prima alla mangaka Yoshitoki Ōima, che ha vinto lo scetticismo iniziale dell'editore (Kodansha) che temeva contraccolpi e scarso gradimento a causa del soggetto; grazie al supporto del Japanese Federation of the Deaf (JFD) il manga ha ottenuto quella visibilità necessaria per ottenere il via alla pubblicazione regolare, vincendo in seguito molti premi della critica (tra cui "Miglior manga esordiente Kodansha") e ottenendo un ottimo riscontro di vendite. Un secondo grosso plauso va alla regista Naoko Yamada e alla sceneggiatrice Reiko Yoshida, bravissime a cogliere lo spirito della storia originale e a trasporlo in un film di alta qualità, il tutto grazie agli studi della Kyoto Animation (K-On! MovieTamako Love Story, The Melancholy of Haruhi Suzumiya). Proiettato al cinema, il film è stato uno degli incassi maggiori della stagione giapponese, battuto giusto dall'altrettanto splendido Your Name di Makoto Shinkai ed entrato nella Top 10 dei più visti del 2016. Tutto questo per dire che, per fortuna, l'atto di coraggio di autrice e regista sono stati ben accolti da una società da sempre ritenuta chiusa ed ostile alle tematiche più scottanti. Il che, a pensarci bene, è l'ennesima dimostrazione delle enormi contraddizioni che caratterizzano il Giappone.
Shouko e il linguaggio dei segni: "Ci rivediamo". Nel film è stata
posta molta attenzione al realismo dei linguaggio dei segni
(quasi mi viene da pensare li abbiano ripresi col sistema in
rotoscape). In Giappone il linguaggio dei segni ricalca in qualche
modo gli ideogrammi, spesso i "vocaboli" sono diversi da quelli
occidentali proprio per questo motivo.
Parliamo dei disabili, ad esempio: le città giapponesi sono tra le più organizzate dal punto di vista delle barriere architettoniche; io che ci sono stato da turista in viaggio di nozze posso dire che, soprattutto Tokyo, hanno un'accessibilità che non ho visto da nessun'altra parte, figuriamoci qui in Italia. Il disabile non è un problema all'atto pratico, lo diventa però a livello psicologico, soprattutto quando la disabilità non è motoria ma di altra natura. Per la famiglia il disabile è una vergogna e meno lo si rende pubblico, meglio è. Per i sordi il Giappone, nonostante il suo progresso tecnologico, è più indietro di Londra, tanto per fare un confronto tra due metropoli "occidentali" di primo piano. In Inghilterra i cinema hanno il bluetooth che si interfaccia con le protesi acustiche, in Giappone manca un movimento di assistenza statale nelle scuole - solo negli ultimi anni, per merito delle Olimpiadi 2012 di Tokyo e delle successive Paraolimpiadi, si è mosso qualcosa e, come da tradizione nipponica, il gap si sta riducendo sempre più. A fare resistenza resta comunque l'ottusità e la chiusura mentale delle famiglie, soprattutto fuori da Tokyo, nei paesini (cittadine) di campagna come quella che fa da cornice alle vicende di Shouko e Shouta. Per quanto riguarda la situazione raccontata nel film, mi verrebbe giusto da pensare più ad un errore (o ad una licenza narrativa) quando vedi una persona nelle condizioni della ragazza: per il tipo di linguaggio verbale da lei usato, ai più incomprensibile, per il livello di sordità evidenziato, mi sarei aspettato di vederla con un impianto cocleare al posto delle protesi acustiche, per lei poco utili. Ma in fondo, questo aspetto non interessa al normale telespettatore e avrebbe appesantito ulteriormente la narrazione: quando ad esempio vedi tanta cura e attenzione riposta nelle sequenze del linguaggio dei gesti, vorresti che anche tutto il resto fosse sempre perfetto! Quello che voglio dire è che per il Giappone il problema non è la tecnologia ma la mentalità rigida e chiusa.
A silent voice è quindi un film coraggioso ma purtroppo imperfetto e poco bilanciato nonostante i suoi pregi superino di gran lunga i difetti (l'avrete capito dal voto esagerato che gli ho dato in fondo). Cosa funziona e cosa no?

Esempio di fondale strepitoso 1
Esempio di fondale strepitoso 2
Visivamente è uno spettacolo. I disegni dei personaggi sono semplici, è vero, ma ben animati. I fondali sono strepitosi, ai livelli delle ultime produzioni di Makoto Shinkai (quello che sta un po' raccogliendo l'eredità degli orfani dello Studio Ghibli), la cura dei dettagli è maniacale e niente è lasciato al caso. Per scrivere questo pezzo, ad esempio, mi sono rivisto i primi quindici minuti e alla seconda visione ho notato moltissimi particolari che mi erano sfuggiti alla prima visione; sono tante piccole cose che non si possono spiegare ma che rendono più piena la fruizione del film. Le musiche sono struggenti e accompagnano perfettamente la narrazione; a volte basta un semplice pezzo di pianoforte per sottolineare le emozioni dei protagonisti; altre volte il silenzio è la migliore colonna sonora possibile e la regista non si fa problemi ad usarlo nei momenti più intimi. La regia stessa ha alcuni tocchi di genio che ho apprezzato tantissimo, primo su tutti il modo di rappresentare la sociopatia di Shouta: tutti i volti delle persone che lo circondano sono coperti da una grossa X che cade a terra ogni volta che il ragazzo riesce a sollevare lo sguardo e scrutare negli occhi chi gli sta davanti; se poi qualcuno ne diventa amico, ecco che la sua X scompare definitivamente.
Le X che coprono i volti di chi circonda Shouta
Poi arriviamo ai personaggi. Tre in particolare giganteggiano su tutti: i due protagonisti e Naoka Ueno, una delle compagne di classe delle elementari che ritroveremo anche dopo. Shouta, l'ex-bullo, è il fulcro di tutta la narrazione e, in fondo, la storia si focalizza sul suo percorso di redenzione; Shouko è il deus-ex-machina che mette in moto tutti gli eventi e ricopre un ruolo fondamentale per la crescita del protagonista (altro non dico per non incappare in indesiderati spoiler); Naoka, infine, è forse il personaggio che mi ha colpito maggiormente. Lei è esattamente come il ragazzo (forse ne è anche innamorata, non lo sappiamo, ma conoscendo il modo di ragionare dei giapponesi lo possiamo intuire dalle sue azioni), lei forse per gelosia è ostile nei confronti di Shouko e non si fa problemi a dirglielo in faccia. La dirompenza di Naoka è causa di litigi e fratture tra i ragazzi (tanto che per un lungo arco narrativo il suo stesso volto sarà ricoperto dalla X di Shouta), ma allo stesso tempo è il suo essere fuori dagli schemi a smuovere le coscienze dei protagonisti, soprattutto nella seconda metà della storia.
Naoka Ueno
Ed è qui che arrivano le magagne del film, come ho anticipato prima. A mio avviso c'è troppo sbilanciamento tra una prima parte semplicemente perfetta e una seconda dove il melodramma, il voler colpire emotivamente lo spettatore con soluzioni a volte anche semplicistiche ma esagerate, prendono il sopravvento mettendo in secondo piano tutti i temi portanti. Lo sbilanciamento, probabilmente, è una scelta voluta e consapevole: si è preferito focalizzarsi sul difficile percorso di crescita di Shouta, lasciando i temi scottanti solo come spunto di riflessione, messi in secondo piano senza svilupparli appieno. Poi alcuni personaggi - soprattutto quelli secondari - sono più deboli di altri, ma è inevitabile quando cerchi di adattare un'opera di respiro più ampio come un manga; altri personaggi ancora risultano troppo forzati o esagerati se inseriti in un contesto estremamente realistico come questo film (mi riferisco a Yuzuru, sorellina di Shouko, che agisce in modo troppo adulto rispetto alla sua età). Il film, inoltre, non spiega alcuni passaggi che invece il manga chiarisce; in tal caso, forse sarebbe stato preferibile eliminarli del tutto (ad esempio il perché Yuzuru faccia foto ad animali morti, cosa nel manga ha un senso e qui viene a mancare).
Il blocco note delle elementari viene sostituito dallo smartphone
Prima di concludere, vorrei rispondere ad una delle critiche più ricorrenti che ho letto nelle varie recensioni su cui mi sono fiondato subito dopo la visione del film. Per molti, il personaggio della ragazza sorda Shouko è troppo piatto, monodimensionale, senza una vera crescita. Io, a tutti quelli che la pensano così, dico solo una cosa: avete torto marcio perché non avete capito una beneamata ciolla del personaggio. Se lei non reagisce, è perché è insicura, e questa insicurezza, cari miei, te la tieni per tutta la vita. Non è una questione di accettare se stessi e, come si dice, gettare il cuore oltre l'ostacolo. Il non volersi aprire è diretta conseguenza di uno stato che ti blocca e ti frena per timore di non capire e di non farsi capire. Non è vero che lei non cresce, non è vero che resta uguale a quando era piccola; quelli che a noi sembrano piccoli passi per lei sono invece un balzo enorme. Shouko resta a mio avviso il personaggio più forte di tutti pur con la sua fragilità e, nonostante il suo costante bisogno di dipendere dagli altri, diventa un appiglio a cui Shouta si aggrappa per non perdersi. Scusate se è poco. Si può forse criticare, quello sì, un finale troppo aperto che non conclude in modo netto tutto l'arco narrativo, ma io vi chiedo: è davvero così necessario? Anche questo è un aspetto molto giapponese e non mi ha disturbato affatto.
Quello che conta davvero, e lo ribadisco, è se il film ha emozionato. Ha avuto senso spendere due ore e dieci minuti della mia vita per vederlo? Io dico: sì, tantissimo, al punto che in questo stesso istante ho un'insopprimibile voglia di rivedermelo per riassaporare alcune sequenze degne di essere conservate nel personale cassettino dei ricordi. Nonostante i suoi difetti, A silent voice è un capolavoro che sarà ricordato a lungo ma va anche detto che non è un film per tutti. Cercate di non essere aridi e dategli una possibilità; c'è una pur remota eventualità che vi riscopriate più sensibili di quello che credevate. E chissà? Forse anche più ricchi dentro di voi.



Nota per l'Italia
Il film è stato presentato al Future Film Festival di Bologna nel mese di Maggio 2017 e sarà proiettato anche nei cinema italiani nel mese di Ottobre 2017, dal momento che è stato annunciato un adattamento dalla Dynit avrete un'occasione in più per andare a guardare qualcosa di diverso e premiare un certo tipo di cinema che vada oltre il blockbuster annunciato.

P.S. Dopo aver letto questa recensione, quasi non mi sono riconosciuto! Per ristabilire il giusto karma, sarò costretto a recensire, come prossimo film, qualcosa di veramente atroce e lontanissimo dal cinema serio ed impegnato. Promesso!


Margherite bianche

Nemophila

Margherite gialle

Girasoli

Fresia

Anemoni

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 7
Semplice, lineare, coerente, ben strutturata. Splendidi alcuni personaggi, la forza del film è più nell'atmosfera che nella storia. Non si vive per il colpo di scena, ma per assaporare ogni momento narrativo. Il voto sarebbe stato anche più alto se solo il film non si fosse un po' perso per strada nella seconda parte.
Musiche: 8
Colonna sonora struggente e perfettamente funzionale allo svolgimento della storia.
Regia: 8
Alla terza prova da regista, Naoko Yamada ha davvero fatto centro. Ha solo 32 anni anni ma talento da vendere, lasciatemelo dire: tenetela d'occhio.
Ritmo: 5
Il voto tecnicamente sarebbe anche più basso, il film è davvero lentissimo. Ma va detto che a me non ha pesato per nulla, al punto che del tempo trascorso me ne sono accorto solo durante i titoli di coda.
Violenza:
7
Qui non si parla di violenza fisica, ma psicologica: quella della società, del rifiuto, della non accettazione, dell'incomunicabilità. Mi ha disturbato molto, forse più degli splatter ultraviolenti a cui sono abituato (e forse assuefatto!)

Humour: 5
Diciamocelo: è un film pesante, oserei dire quasi opprimente; c'è qualche scenetta che vorrebbe alleggerire l'atmosfera ma, davvero, non ce la fa.
XXX: 0
Niente da segnalare: il fan service avrebbe solo rovinato l'atmosfera.
Voto Globale: 9
Il voto è esagerato, sono il primo ad ammetterlo. Ma lo difendo con forza, per tanti motivi. A silent voice è un film che emoziona, a volte troppo (i più sensibili tengano fazzoletti a portata di mano); è un film coraggioso, ma per capirne la portata occorre un po' conoscere - anche solo superficialmente - il Giappone; è un film che lascia il segno e che offre più di uno spunto di riflessione. Per una volta esco dal tracciato del paradigma cinema = evasione e dico: assaporatelo, rifletteteci sopra, lasciatevi guidare dalle sue struggenti immagini.

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