venerdì 10 novembre 2017

[Speciale] [Extra] Joe Cocker | Monografia





Joe Cocker, l'ultimo leone
Il mio piccolo mondo scandito dalle sue canzoni

di
Gian Piero Aschieri
(c) 2015-2017 Gian Piero Aschieri

A mio padre.

Qui di seguito, il testo integrale per chi ha voglia di leggerselo con i colori spacca-vista del blog.

Premessa 1: questo articolo era stato originariamente pensato per il blog "Quello che gli altri non vedono", dedicato al Cinema (con la C maiuscola – o minuscola, dipende dai punti di vista). Parlare in quella sede di Joe Cocker, cantante, mi è poi parso fuori posto; d'altronde, fare un blog "Quello che gli altri non ascoltano" solo per quei due o tre cantanti che conosco non mi sembrava il caso. Quindi, dal momento che a casa mia decido io, e a causa del fatto che un paragrafo di qualche riga si è trasformato in tema logorroico, l'articolo compare in forma di e-book gratuito, liberamente scaricabile. E sarà estremamente lungo. Magari tedioso, magari no. Buona lettura.

Premessa 2: Sono completamente incompetente in fatto di musica, non conosco il gergo di chi la mastica, non so nulla in fatto di tecnica. Sicuramente ci saranno errori e sfondoni,  inoltre in alcuni punti mi atteggerò a saputello nonostante la mia conclamata ignoranza in materia. Ne sono consapevole. Perdonatemi e vogliate segnalarmi tutte le inesattezze; tutto il resto, invece, è frutto di opinioni strettamente personali.

Introduzione
Penso che sia doveroso informare il lettore, credo occasionale, di quello che troverà in questo lungo scritto. Si parlerà del cantante Joe Cocker, e il pezzo è idealmente diviso in tre parti distinte: la prima, molto personale, riguarda il mio piccolo mondo e di come ho conosciuto, musicalmente parlando, l'artista; la seconda è il racconto di parte della sua vita, scandito attraverso le diverse incarnazioni della sua canzone simbolo; la terza è nuovamente una parte più personale perché è la mia ragionata Top Ten, con qualche considerazione aggiuntiva sugli artisti coinvolti.

Joe Cocker & Giampy
La scomparsa di Joe Cocker, avvenuta il 22 Dicembre 2014, ha aperto in me un enorme Vaso di Pandora di emozioni. Ho vissuto gran parte della mia vita accompagnato dalle sue canzoni. Ogni momento cruciale della mia vita ha, nella sua intima colonna sonora, una canzone di Joe. Sia che fosse un momento felice, sia che fosse un momento triste, Joe c'era: in modo discreto, ma c'era. Certo, parlare di discrezione riferendosi al ruggito del Leone di Sheffield suona quasi come un ossimoro, ma lui non era solo voce graffiante; rock, blues e pop erano solo diversi modi di cantare ed esprimersi: stiamo parlando di un cantante che ha, artisticamente parlando, attraversato sei decadi, ciascuna contraddistinta da sonorità e modi di cantare peculiari tipici del periodo.
Qui in Italia, in molti lo ricordano principalmente per due successi: la canzone dello spogliarello di Kim Basinger in 9 settimane 1/2 ("You can leave your hat on") e per la sua sfolgorante apparizione a Woodstock nel 1969. Il mio incontro con Joe Cocker è invece stato un po' particolare e necessita di un preambolo abbastanza lungo. Probabilmente risulterà poco interessante, ma sento un bisogno fisico di raccontarlo. Si parte dal febbraio del 1988. Io avevo dodici anni e fino ad allora di musica ero di un'ignoranza veramente paurosa. Non che oggi le cose siano migliorate, anzi. Di fatto, ero la disperazione dei miei genitori, amanti del Jazz, della musica classica e di qualche capatina nello swing; io avevo costantemente e ostentatamente snobbato i loro ammirevoli tentativi di farmi conoscere quella che per loro era "La Buona Musica". Più cercavano di farmi ascoltare Louis Armostrong, Miles Davis, Toots Thielemans, più li evitavo. Ero uno zuccone fatto e finito: quelle canzoni mi sembravano proprio aritmiche, irregolari e poco pulite, in pratica tutto l'opposto di ciò che mi attrae ad un primo ascolto. Per me allora esistevano solo le sigle dei cartoni animati e dei telefilm. Ascoltavo ininterrottamente i 45 giri di Daitarn III, Il Grande Mazinger, Mimì e le ragazze della Pallavolo e tante altre e in questo modo riempivo i miei pomeriggi di gioco e studio. Quando, ad esempio, correvo al giradischi per mettere a tutto volume Koseidon, vedevo mio padre scuotere mestamente la testa... ma nemmeno i suoi sfottò e le sue prese in giro mi scalfivano. Col senno di poi, sono arrivato a pensare che un po' lui ci soffrisse. Niente di esagerato, per carità, ma a chi non è capitato di provare un po' di frustrazione quando, nel far ascoltare agli amici le proprie canzoni preferite, arriva una risposta del tipo: "Non è musica / è solo rumore / ma cosa cacchio ascolti? / che è 'sta merda?". E tu magari, con un filo di voce e tono speranzoso, azzardi un: "Dai, che dopo migliora...". Proviamo invece ad inquadrare mio padre: era classe 1923 (sì, io sono arrivato tardi). Subito dopo la II Guerra Mondiale, negli anni Quaranta e Cinquanta, subì il fascino dei grandi artisti americani, quelli del Jazz soprattutto. Quella musica così esplosiva era una vera novità, soprattutto ad Altare, il paesino dell'entroterra ligure in cui viveva: era come se la Brescello di Don Camillo e Peppone si fosse interamente teletrasportata nella Val Bormida. Mio padre aveva un aneddoto che mi raccontava spesso. Lo zio Mario, altarese di nascita e fiorentino d'adozione, ogni tanto passava a trovarlo. Era un melomane, di quelli di vecchio stampo, ossessionato dalla musica lirica, fan di Beniamino Gigli e cultore del galateo e del buon gusto. In una di queste visite, mio padre tirò fuori un disco nuovo di Armstrong e gli disse: "Senti! Ti faccio ascoltare la Vera Buona Musica.". La scena fu grottesca, comica e drammatica al contempo; il tempo di appoggiare la puntina del giradischi e far partire i primi dieci secondi, e sul volto dello zio si dipinse uno sguardo colmo d'orrore. Si alzò e se ne andò via senza dire nulla. Non si parlarono per mesi interi, e la riappacificazione avvenne solo con il matrimonio di mio padre. Quello che la parentela unisce, la musica divide... Non che poi babbo rivivesse quella scena ogni volta che vedeva me e i miei 45 giri colmi di musica che lui non capiva, ma penso che mi raccontasse questa storia per farmi riflettere un po'. Ma io niente, continuavo imperterrito nella mia pervicace ignoranza musicale. Il fascino dell'Alabarda Spaziale e della Spada Diabolica era ancora troppo forte...
Ad allargare i miei ristretti orizzonti ci volle qualche lezione di musica in prima media: vedevo intorno a me gli amici che snocciolavano pomposamente conoscenze di Michael Jackson, Bon Jovi, Lucio Battisti, Duran Duran e Spandau Ballet. Tutti nomi che suscitavano in me niente altro che la linea di un encefalogramma piatto; qualcosa in me iniziò ad incrinarsi quando realizzai il significato delle loro facce: quelle di chi era convinto che fossi un alieno o con qualche rotella fuori posto. La pre-adolescenza è un'età un po' bastarda; sentirsi fuori dal gruppo solo per avere idee un po' strambe non era il massimo: fu con questo sentimento che decisi di ascoltare qualche "suggerimento", se così vogliamo chiamarlo. Colsi un'opportunità che fino ad allora era per me totalmente inesplorata: il Festival di Sanremo! Quale migliore occasione per farsi un'idea della canzone italiana e di quella internazionale del momento, con i super ospiti? A scuola tutti ne parlavano e, volente o nolente, quella volta anch'io decisi di seguire il gregge. Quel Festival fu indubbiamente una pietra miliare per la mia scarsa formazione musicale. Per cinque terribilmente lunghe serate si consumò un rito quasi buffo: mi posizionavo di fronte al televisore CGE in salotto, con il registratore-mangianastri Sanyo appoggiato all'altoparlante. Appena partiva una canzone, urlavo: "Silenzio!", premevo il tasto REC e ascoltavo. Se la canzone mi piaceva la tenevo, altrimenti tornavo indietro per sovrascriverla con quella successiva. E così via. I potentissimi mezzi a mia disposizione erano quelli: oggi viene da sorridere, ma a quei tempi non è che potessi fare di meglio. Il risultato era davvero orribile: sul nastro veniva inciso di tutto, dalla ciabatta di mia mamma al colpo di tosse di papà, fino al ronzio magnetico costante del televisore, il vero suono di tutta la colonna sonora della mia infanzia. Di quella cassetta BASF 60 minuti ricordo: "Nel blu dipinto di blu" cantata da Pavarotti (era la sigla di apertura del Festival di quell'anno), "Inevitabile follia" di Raf, "Emozioni" di Toto Cutugno, "Cielo Chiaro" dei New Trolls, "Lay down on me" di Miguel Bosè, "Dance little sister" di Terence Trent D'Arby, "Once upon a long ago" di Paul McCartney e, come ultima, "Unchain my heart" di Joe Cocker! In realtà ne registrai tante altre (perdendomi però "Wanted dead or alive" dei Bon Jovi, che riscoprii qualcosa come venticinque anni dopo e che oggi è una delle mie ballad rock preferite), ma i titoli appena elencati sono quelli che ascoltai fino allo sfinimento per i mesi successivi. Va detto che ho sempre avuto bisogno di molto tempo e tanti ascolti per assimilare canzoni nuove. In quel caso, dovetti ammettere a me stesso di assaporare per la prima volta qualcosa di fresco e diverso. Non dico migliore: le sigle televisive erano e restano tutt'ora una mia passione. Una riflessione a margine: quel Sanremo '88 ebbe una sfilza impressionante di nomi altisonanti del mondo della musica; in quale altra occasione avreste potuto assistere ad esibizioni di Paul McCartney, Bon Jovi, Joe Cocker, New Order, Rick Astley, Def Leppard, Ben E. King? Erano altri tempi e il Festival aveva un fascino anche internazionale (oltre che, immagino, un budget non indifferente). Che poi a vincere la competizione fosse stato Massimo Ranieri con "Perdere l'amore", beh, la cosa non mi interessò minimamente né allora, né tantomeno oggi.
Dopo tutto questo lungo preambolo, vi starete chiedendo: "E Joe Cocker? L'hai buttato in mezzo a tanti nomi, non si capisce dove vuoi andare a parare!" Eh, sì: il momento topico deve ancora arrivare. Passarono mesi e  arrivò l'estate del 1988. Ero con i miei genitori in Sardegna, seduti su una rotonda sul mare, a parlare del più e del meno. Era una di quelle giornate soleggiate dove sentivi solo il profumo del mare, dei fichi d'india e del gelato Piedone; sui giornali furoreggiava il Giallo del Catamarano. Alle spalle rumoreggiava uno scassatissimo jukebox. Un oggetto forse sconosciuto oggi, ma ai tempi era il modo migliore per diffondere musica spensierata e da ballare urlando. Ricordo che il discorso cadde sulla musica, e per l'ennesima volta papà mi prese in giro: "Ma dai, tu ascolti solo i robot (per giunta quelli giapponesi, tutti fatti al computer), quelle sono canzoni da bambini!". Dopo mesi di ascolto della mia BASF 60 minuti, quell'estate mi sentii pronto. Tutto impettito, dissi: "Ora ti sorprenderò.". Presi un bel respiro e andai a guardare l'elenco delle canzoni presenti al jukebox: il vuoto. Il nulla cosmico. Una sfilza di nomi composti da caratteri messi a casaccio. Nick Kamen? Jovanotti? Spagna? Gipsy Kings? Prince? Il mio campione di canzoni conosciute era ancora veramente troppo ristretto. L'ingenuità era ed è una delle mie caratteristiche principali. Stavo per tornarmene mestamente alla sedia con le pive nel sacco, quando con la coda dell'occhio lessi un titolo che fece accendere la mia personale lampadina: "Una! Ecco una canzone che conosco!". Esultante, guardai mio padre e gli dissi: "Ah! Ascolta questa!" e inserii una moneta da 200 lire. Le note di "Unchain my heart", versione Joe Cocker, riecheggiarono per tutto quel bar-ristorante a ridosso della spiaggia di Nora (Pula, provincia di Cagliari). Né io né mia mamma scorderemo mai gli occhi spalancati dallo stupore di mio padre. Era quell'estasi di chi ha compreso: "Mio figlio ha visto la luce, hallelujah!". Finalmente quel momento era arrivato, chissà da quanto lo aspettava! Mio padre si aggrappò a Joe Cocker per scardinare la mia ritrosia ad ascoltare La Vera Buona Musica. Subito mi disse: "Devi sapere che Unchain my heart la cantava Ray Charles, uno dei più grandi bluesman di sempre." E pochi giorni dopo mi regalò una musicassetta di Ray Charles. Che ascoltai pochissimo, lo ammetto. Un po' per il mio solito essere controcorrente, un po' perché la voce di Ray Charles non mi attirava per nulla, un po' perché da spocchioso (e anche stronzetto) non volevo certo ascoltare musica di 30 anni prima, vecchia dentro, ma il vero motivo in realtà fu un altro: come regalo a Natale mi arrivò il 33 giri "Unchain my heart" di Joe Cocker! Ecco infine la mia prima droga musicale al di fuori del mondo delle sigle. Ancora oggi questo LP è il mio preferito di sempre. Proprio in quegli anni, la mia professoressa di musica delle medie ci diceva: "Diffidate dalle produzioni moderne! I cantanti oggi fanno una o due canzoni decenti, poi negli album ci infilano tanta spazzatura solo per riempire lo spazio del disco. Solo i Grandissimi riescono a produrre un album fatto di dieci potenziali 45 giri!" E decisi lì, sui due piedi, che Joe Cocker fosse un Grandissimo. Le canzoni del 33 giri di "Unchain my heart" mi piacevano tutte e le ascoltai fino allo sfinimento. Mio padre quasi gongolava. Quando ne aveva la possibilità (lo vedevo una settimana al mese, era sempre via per lavoro), mi prendeva da parte e mi faceva qualche lezioncina di musica. Di Joe Cocker mi disse due cose che rimasero scolpite nella mente e che, ovviamente, scoprii verissime: "Joe Cocker ha il blues nel sangue e, come tutti i bluesman, lui non segue la musica: la anticipa. È sempre un decimo di secondo avanti. È una dote che hanno in pochi." E aggiungeva: "Joe Cocker si rifiuta di cantare in playback. Solo i pavidi cantano in playback. Ogni volta che canta dal vivo tira fuori una canzone sempre diversa. Proprio come i jazzisti." Ed è vero: ogni live di Joe era diverso da quelli precedenti; poteva cambiare gli attacchi, i passaggi da ritornello a strofa, il finale. Non esisteva esibizione uguale a quella precedente. "La vera forza di un cantante la vedi dai suoi live, non dalle versioni in studio."
Prima di mancare nel 1990, mio padre fece in tempo a regalarmi altri 33 giri o MC (musicassetta) che ho ascoltato in loop infinito: "One night of sin" (1989) contenente la mia preferita in assoluto "When  the night comes"; due live, il "Joe Cocker Live" (1990) e il "Live at L.A." (Los Angeles, 1976 ma inciso nel 1972); e mi fece conoscere i Bee Gees, perché in quell'anno in tv stavano martellando con l'antologia "Bee Gees Story" e, incuriosito, fece l'ardito esperimento di regalarmi la musicassetta. Che adorai già al primo ascolto. Non ringrazierò mai abbastanza mio padre, anche per la pazienza che ha avuto nell'aspettare che la mia riottosa curiosità finalmente si smuovesse dal suo testardo e stupido torpore.

Joe Cocker da Sheffield con furore
Non fu un caso, ma lo scoprii solo dopo: in quel Natale del 1988 mio padre mi regalò anche due LP 33 giri dei Beatles fra cui l'Anthology con la doppia copertina bianca e nera; Joe Cocker il suo primo grande successo l'ha avuto proprio grazie alle loro canzoni, una in particolare... vediamo come.
John Robert, detto "Joe", nacque nel 1944 a Sheffield, città industriale del nord Inghilterra: centro importante della rivoluzione industriale, popolata da gente spiccia, di quelle che vanno dritte al sodo con poche parole ma tanta energia; non a caso, Sheffield è città natale di gruppi come Def Leppard, Human League e Arctic Monkeys. Il background molto british, fatto di humour ma anche di sentenze lapidarie, viene sottolineato con un aneddoto sul suo soprannome; il padre di Joe era l'unico ostinato a chiamarlo col vero nome. "Ciao papà, sono Joe" si annunciava Cocker al telefono quando chiamava a casa, anche anni dopo e all'apice del successo; "Non conosco nessuno con questo nome, qui." si sentiva sempre rispondere... ma il papà non ostacolò mai le ambizioni del figlio. Joe iniziò a cantare prestissimo; per vivere, lavorava come tecnico del gas. Di sera con i suoi amici si esercitava a suonare e cantare. Quattordicenne, esordì con i Cavaliers, dove suonava la batteria e faceva la prima voce; poi il gruppo si evolse e divenne Vance Arnold and The Avengers: nome certamente evocativo, ma che non attecchiva molto nei locali in cui si esibivano; lì ci si sparava tanta birra, scoppiavano risse devastanti che spesso finivano con coltelli a serramanico usati senza ritegno, ed in pochi erano attenti ad ascoltare la musica di chi suonava sul palco. Era la gavetta, e Joe non si sottrasse. Nel tempo lui e la sua band si lanciarono più nel blues (la vera vocazione di Joe), e, cambiato nome in Grease Band, scelsero anche locali più attenti alla musica: il rock fu temporaneamente lasciato a chi si scannava e declamava ritornelli ruttando. Un aneddoto che il cantante ogni tanto amava tirare fuori riguardava una location per esibizioni a Glasgow, Scozia. "Perché il suo palco è alto più di dieci metri?", chiese al gestore. "Perché così le bottiglie non raggiungono i cantanti", fu la risposta mentre la band rabbrividiva. Nei primi anni '60, dopo audizioni e registrazioni mai pubblicate, avvenne una delle svolte più importanti della sua vita, musicalmente parlando: l'incontro con Chris Stainton, che rispose al loro annuncio "bassista cercasi". Nativo di Sheffield, capelli lunghi e dritti sparati, smilzo e dinoccolato, eccentrico e stravagante nel vestirsi alla moda hippy, ma con un talento assurdamente straordinario: sapeva suonare con la medesima e disarmante facilità la chitarra, il basso, il piano e l'organo. Ed era l'unico in grado di trasformare in musica (e spartiti) le intuizioni e gli arrangiamenti di Joe. Non ci fu decisione presa che non avesse l'avallo di Chris, e fu chiaro come la direzione artistica del gruppo fu presa in pugno dal duo Chris-Joe. Il sound, e di conseguenza l'appeal del gruppo ne giovarono enormemente. 
Dopo l'incisione del primo singolo ufficiale "Marjorine" (1967), per Joe il grande successo arrivò nel 1968-1969 con la sua seconda cover dei Beatles: "With a little help from my friends" (la prima fu "I'll cry instead"). Questa canzone merita un lungo discorso a parte: fu scritta nel 1967 da Lennon e McCartney appositamente per Ringo Starr, in questo caso voce principale. La canzone è strutturata con una serie di domande e risposte date da Ringo agli altri tre Beatles. E Joe l'ha fatta sua. Talmente sua da trasformarla quasi completamente, con un ri-arrangiamento totale. Si narra che l'idea di coverizzarla nacque a Joe quando era in meditazione profonda sulla tazza del WC di casa sua a Sheffield. La Musa Ispiratrice è in grado di palesarsi nei tempi e nei modi più imbarazzanti e sorprendenti. Joe andò di corsa dai suoi membri e disse: "Questa! La voglio in 3/4!". Tutte le loro canzoni, all'epoca, erano in 4/4, e Joe voleva qualcosa di diverso, con un ritmo che lo assecondasse maggiormente. In quelle settimane, l'hit del momento era "A whiter shade of pale", dei Procol Harum: la loro idea di trarre ispirazione da J. S. Bach era risultata vincente sia in termini di qualità sonora che di vendite (ci torneremo). Joe e Chris vollero qualcosa di simile e chiesero al tastierista Tommy Eyre di fargli un'intro con organo che desse alla canzone un sound contaminato con la musica classica. Tommy, anch'egli di Sheffield, talentuoso diciannovenne che con la paga della band si era comprato un nuovissimo organo Hammond, si scervellò come un ossesso fino a regalare un pezzo che sarebbe entrato nella storia: Chris aggiunse la traccia del basso e della batteria, e l'intro fu confezionata con tutti i crismi. Oltre l'intro, la canzone subì un cambio di ritmo blues e vide l'aggiunta di intermezzi con chitarra elettrica. Con questa nuova riproposizione, "With a little help from my friends" diventò un vero e proprio inno della carriera di Joe, che l'ha riproposta in tanti modi diversi, tutti improntati sul suo inconfondibile stile. Io vorrei ricordarne quattro: una in versione studio e tre versioni live.
  1. Versione studio, album "With a little help from my friends" (pubblicato in aprile 1969). È quella che ha dato il via alla carriera di Joe. Estate 1968. Bisognava mettere in pratica le intuizioni di Chris e Tommy. Il primo giorno di incisione fu però un disastro: provarono a registrarla per ben trentacinque volte, senza che venisse fuori qualcosa di decente. Il giorno dopo la band si ripresentò negli studi con due elementi nuovi: basta leggere i loro nomi per capire che questa sarebbe stata la versione entrata nella Leggenda: Jimmy Page alla chitarra (poco dopo fondò i Led Zeppelin) e Barrie James "B.J." Wilson alla batteria (fu il batterista principale proprio dei Procol Harum!). I due nuovi innesti, più avvezzi al rythm & blues richiesto da Stainton, e più adatti al ritmo 3/4 del pezzo, diedero la spinta decisiva per la riuscita della canzone; non più di una decina di prove, e la registrazione era già pronta. Alle tastiere, ovviamente, Tommy Eyre e al basso Chris Stainton. Un coro di voci femminili gospel chiuse il cerchio. Il singolo fu pubblicato nell'ottobre 1968 e Joe Cocker scalò le vette delle classifiche inglesi in poco tempo. Dopo un primo ascolto, John Lennon e Paul McCartney mandarono questo telegramma a Joe: "Thanks, you are far too much". Lo stesso Paul, nel ricordare Joe dopo la sua scomparsa, ha dichiarato: "It was just mind-blowing, totally turned the song into a soul anthem and I was forever grateful to him for doing that". ("Fu una cosa semplicemente pazzesca, [Joe] aveva trasformato totalmente la canzone in un inno soul, ed io gli fui per sempre grato per averlo fatto"). Il successo gli spalancò le porte degli Stati Uniti: "Se vuoi avere successo, devi sfondare anche negli States". È una frase che in molti si dicono, a torto o a ragione. Joe iniziò il primo tour negli USA poco dopo l'uscita dell'album.
  2. Versione live, festival di Woodstock, Agosto 1969. Qui avvenne la sua consacrazione. Joe Cocker era nel pieno del suo tour negli States. Era l'estate dei grandi Festival musicali, e la Grease Band riuscì ad essere presente in alcuni di essi, cominciando a farsi un nome; il colpaccio fu fatto quando gli organizzatori riuscirono a trovare loro uno spazio anche nel festival di Woodstock... forse non sapevano ancora che quella tre giorni sarebbe entrata nella leggenda; certamente per Joe fu l'occasione della vita. La band era diversa da quella del disco. All'inizio del 1969, come un fulmine a ciel sereno, Joe e Stainton avevano licenziato il vecchio chitarrista e soprattutto Tommy Eyre: la scusa ufficiale fu che entrambi insistessero troppo a virare sul jazz, le male lingue dicono che in realtà Stainton volesse passare alle tastiera. Per Tommy lo shock fu enorme. Continuò la sua carriera come tastierista, ma raggiunse il grande successo come direttore artistico del gruppo Wham! negli anni '80. Per Woodstock mancavano le voci femminili (le sostituirono il chitarrista e il bassista, che cantarono in falsetto), alla tastiera c'era Chris Stainton, alla batteria Bruce Rowland. Era il terzo ed ultimo giorno del festival. C'era una folla oceanica e già da molte ore il delirio collettivo aveva preso il sopravvento. Joe e la sua Grease Band dovettero arrivare in elicottero perché non c'era altro modo di raggiungere il palco a loro destinato. Penso che ci fosse un'atmosfera quasi surreale. La loro esibizione durò ottantacinque minuti e fu un crescendo assoluto. Per gli americani, Joe fino ad allora era solo uno dei tanti. Dopo qualche canzone di riscaldamento, la sua voce roca e i suoi movimenti spasmodici ad accompagnare la musica (lui suonava l'Air Guitar prima ancora che la inventassero!) catturarono gli spettatori, che furono prima colpiti dalle sue reinterpretazioni di Bob Dylan (ricordiamo almeno "Dear Landlord") per finire poi letteralmente travolti dalla cover beatlesiana che conosciamo. Birra a fiumi, sudore ovunque, sguardo provato, postura barcollante, ma espressione estatica di chi sa di aver toccato il cuore di tutti i presenti. È la consapevolezza di chi sta assaporando il trionfo. Chi c'era, si ricorda di cosa accadde subito dopo la sua esibizione: sulle note conclusive di "Little Help" un fulmine squarciò il cielo e poco dopo un violentissimo temporale interruppe il festival per qualche ora. "Dopo di me il diluvio", verrebbe da pensare: eppure Woodstock era ben lontano dal concludersi e aveva ancora molte frecce nel suo arco (fra gli altri, dovevano ancora esibirsi Crosby, Stills, Nash & Young e Jimi Hendrix...)
  3. Versione live, album "Joe Cocker Live", 1990. C'è un pensiero che, secondo me, ha attraversato la mente di Joe negli anni successivi. Me lo immagino mentre si domandava: "Cosa posso fare per rendere ancora più epica questa canzone? Riuscirò mai a superare una leggenda che io stesso ho iniziato?". Non che lo fosse davvero, ma dava l'idea di essere perennemente insoddisfatto, come uno spirito inquieto che cerca di migliorare l'impossibile. Sembrava quasi che Joe cercasse un modo per consacrare la perfezione del suo arrangiamento. Io penso che se mai ci è andato vicino, quella volta è stata il 5 ottobre del 1989 a Lowell, nel Massachussets. Venne fuori una roboante versione da 9'31" di pura Epica omerico-musicale. Tempi dilatati, più lenti, con l'organo Hammond di Chris Stainton in evidenza; splendido coro femminile blues; travolgenti riff di chitarra elettrica e basso decisamente hard rock e, infine, memorabile esibizione vocale di Joe. Questa registazione è quella che, da questo momento in poi, verrà utilizzata nei "Best Of" ogniqualvolta si decideva di inserire una traccia live di "With a little help..." nella compilation. In genere i fan di Joe Cocker si dividono sulla questione: meglio la versione degli anni sessanta o quella degli anni novanta? Si va a gusti, si tratta di due esibizioni che hanno raggiunto l'immortalità e non è facile dare una risposta netta. Personalmente preferisco la versione '90 per il semplice fatto che è più affine ai miei gusti... meno cantilena (mi si passi il termine, che non vuole essere dispregiativo) e più rock, senza nulla togliere a quella leggendaria di Woodstock, che a ragione è ancora oggi ricordata.
  4. Versione live, concerto per il Giubileo d'oro della Regina Elisabetta II, Giugno 2002. Cinquant'anni di reggenza della Regina d'Inghilterra: un traguardo assolutamente storico, che  molti inglesi aspettavano con curiosità e, sì, anche orgoglio. Vennero organizzati due concerti memorabili: uno di musica classica e uno di pop-rock con i più grandi artisti che la Gran Bretagna ha "sfornato" durante questi cinquant'anni. Fra i presenti, ovviamente ci fu anche Joe Cocker, che cantò in gruppo "All you need is love" e proprio "...little Help" (come la chiamava lui). L'arrangiamento utilizzato fu quello degli anni '90 - il sound è ormai inconfondibile - anche se durò meno (cinque minuti e mezzo circa). Quello che rese memorabile questa versione fu la caratura della band che accompagnò l'esibizione: Phil Collins alla batteria, Brian May (dei Queen) alla chitarra elettrica, Steve Winwood alle tastiere, Sam Brown fra le voci femminili del coro. Il pubblico finì in delirio, anche se va detto che Joe fu una star fra le decine di star che calcarono quel palco: fra gli altri, Paul McCartney, i Queen (superstiti), Elton John, Eric Clapton, Tom Jones, Annie Lennox, Rod Stewart e Byan Adams.

Mi ricollego all'ultimo nome elencato, che non ha bisogno di tante presentazioni: è, fra gli  artisti canadesi, quello che ha venduto più dischi al mondo, ed è uno dei rocker universalmente più conosciuti. Collaborò più volte con Joe Cocker, e non poteva essere altrimenti. Nel 1989 Bryan Adams gli scrisse uno dei più bei pezzi di quella decade: "When the night comes". Fu un'opera di scrittura fatta su misura: come un abito di alta sartoria che calza a pennello, allo stesso modo quella canzone e quella melodia furono confezionate perfettamente per la voce di Joe. Contrariamente a quanto ho scritto poco prima, di questa canzone la versione studio è di gran lunga migliore dei live successivi, anche per il fatto che lo stesso Bryan partecipò alla registrazione ufficiale suonando la traccia della chitarra ritmica. "When the night comes" ebbe sicuramente successo in tutta Europa, ma in Italia riuscì anche a raggiungere il primo posto delle vendite settimanali, picco che Joe Cocker non è più riuscito a raggiungere in seguito. Si narra che all'inizio Bryan fosse riluttante a dargli quella canzone (in realtà l'aveva scritta per sé!), ma poi si convinse che fosse la cosa giusta da fare... e lo fu. Il connubio Cocker-Adams continuò nel tempo. Nel 1992 Bryan aveva due canzoni pronte: "Everything I do (I do it for you)" e "Feels like forever". Alla fine, la prima la tenne per sé ottenendo record di vendite e  l'inserimento nella colonna sonora nel film campione d'incassi "Robin Hood"; la seconda fu data a Joe Cocker con la quale, dopo anni, riuscì a tornare nelle classifiche di vendita americane. Venne inclusa nella versione americana dell'album "Night Calls". Con molta modestia, Joe affermò: "Se avessi cantato io "Everything I do", probabilmente non avrebbe raggiunto il successo che ha poi avuto: è stato giusto così!". Joe e Bryan ci riprovarono anni dopo, purtroppo con minore successo, con "She believes in me", contenuta nell'album "No Ordinary World" (1999). L'ultima appendice della carriera di Joe Cocker è vissuta con un ritorno alle radici più blues e meno rock, fatto per un pubblico più esigente e meno pop. Il Joe Cocker dei primi anni '90, il mio preferito, è quello che meno incontra i favori del pubblico che l'ha conosciuto a Woodstock, e non potrebbe essere altrimenti. Gli anni '70 erano una corsa continua. Se ti fermavi, eri finito. Joe questo l'aveva capito, purtroppo sulla sua pelle. Il successo di Woodstock, che l'ha lanciato nell'Olimpo del Rock, è stata anche la sua maledizione. Il pubblico americano lo reclamava a gran voce e voleva godere di quel rocker così scomposto ma anche così travolgente. Dopo Woodstock, i manager convinsero il cantante che fosse il momento di battere il ferro finché era caldo. La storia in realtà è un po' più dark di quello che si trova leggendo Wikipedia o nei siti generalisti: Joe si sentiva completamente svuotato, aveva la sensazione che dopo il festival niente sarebbe stato più come prima. Il suo senso di distacco fu tale al punto che, appena tornato in Inghilterra, licenziò l'intera Grease Band. La sua idea era che, senza una band, non fosse possibile imbarcarsi in un altro tour come invece avrebbe voluto il suo entourage americano. Questa fu una delle tante contraddizioni in cui Joe cadde nel corso della sua vita. Viveva per la musica, ma le emozioni erano talmente intense che lo svuotavano fino a ridurlo ad uno straccio. Mentre Joe si isolava nella casa dei suoi genitori a Sheffield, rifiutando visite di amici e conoscenti, Denny Cordell, il suo manager e l'indispensabile presenza dietro le quinte che l'aveva portato fin lì, ricevette un terribile ultimatum. Oscuri impresari italoamericani, vicini agli ambienti della malavita, avevano già predisposto cartelloni, venduto biglietti e stampato inviti per il prossimo tour di Joe – senza conoscere le reali intenzioni del cantante. In poche parole gli dissero che se Joe non si fosse presentato al nuovo tour, la sua carriera negli States sarebbe stata stroncata, anzi: non avrebbe proprio più potuto mettervi piede. Era una minaccia in pieno stile mafioso: forse era solo una battuta, ma la frase che l'impresario disse a Denny lo fece davvero rabbrividire: "Vi conviene trovare una band e fare il tour, se non volete finire in fondo al fiume Hudson con del cemento ai piedi..." E mancava una settimana scarsa al via! Cordell tentò una carta disperata: chiamò un altro dei suoi assistiti, Leon Russell, e gli chiese aiuto. Leon, eccentrico compositore americano appena reduce dal successo di "Delta Lady", accettò e chiamò Joe per convincerlo. Alzò la cornetta del telefono e chiamò a sé i migliori collaboratori che lui conoscesse. Risposero in tantissimi: tre batteristi, diversi sassofonisti, uno stuolo di coriste, chitarristi come se piovessero... Leon guardò Joe e Chris Stainton (ovviamente confermatissimo alle tastiere / piano / organo) e disse: "Non sei in grado di scegliere? Perché non li prendiamo tutti?". In pochissimo tempo venne allestita una band allucinante (43 membri più un cane!), si spararono qualcosa come cinque-giorni-cinque di prove serratissime, fu preso un aereo a noleggio (!) e, di fatto, fu organizzato uno dei tour musicali più massacranti che un cantante rock di quegli anni avesse mai affrontato: "Mad Dogs & Englishmen". Da queste premesse si capisce che niente di quel tour fu normale. In poco meno di due mesi furono toccate quasi 50 città con esibizioni fatte un giorno sì ed uno no. Di giorno si viaggiava in aereo, di notte ci si scatenava nella indiavolata esibizione che comprendeva classici sia del rock che del blues. Il ritmo davvero folle a cui Joe fu sottoposto ebbe ripercussioni sulla sua salute fisica e mentale; le serate finivano con la sua voce che diventava un farfugliante rantolio. Fu lì che iniziò la sua vera dipendenza dall'alcool, e fu lì che iniziò a far uso di droghe che, in un contesto delirante come quel carrozzone / comunità hippy, giravano con facilità disarmante. Il clima inizialmente festoso nato dal senso di complicità ed avventura lasciò il posto a spossatezza, rancori, liti, incomprensioni e rotture insanabili: soprattutto quella fra Joe e Leon. L'americano, che si vedeva come supremo direttore artistico dello spettacolo, non sopportava che le luci dei riflettori fossero costantemente puntate su Joe, e cercò sempre più di metterlo in ombra, trasformando il tour in una esibizione sempre più folk, hippy e farsesca a sua immagine e somiglianza: d'altronde lui si presentava con una fluente barba stile Babbo Natale, occhialini tondi alla John Lennon e un cappello enorme che lo rendeva una sottospecie di Zio Sam. Immagine che nel corso della sua carriera divenne uno dei suoi tratti più distintivi e riconoscibili: oggi sembra quasi un santone mistico... La goccia che fece traboccare il vaso fu durante una tappa in cui, nel locale, era presente il grande Chuck Berry. Questi, saputo della presenza della band, chiamò Joe Cocker al suo tavolo per complimentarsi... e non riconobbe né prese in considerazione Leon Russell. Che se la legò al dito. Gli ultimi spettacoli furono davvero disastrosi, e la fine del tour fu accolta da tutti come una liberazione. Da allora, Joe e Leon non si parlarono più per qualcosa come 35 anni. Ci fu un timido riavvicinamento solo nel 2002, quando riuscirono a scambiarsi due parole senza sputarsi in faccia... Resta il fatto che il tour per Joe fu l'inizio della fine. Se si sentiva svuotato dopo Woodstock, non parliamo di come si ridusse dopo Mad Dogs and Englishmen. Dei 10.000 dollari che ricevette come contratto, gliene rimasero in tasca poco più di 800: il resto fu usato per le spese del viaggio! E fino al 1982 non ricevette nemmeno uno spicciolo dai proventi dell'album (secondo in classifica negli USA!) e del film omonimo. Gli anni successivi al tour furono davvero bui per lui. Il fondo fu toccato nel 1972-1973 quando prima fu arrestato a Melbourne per uso di marijuana e successivamente quando la depressione per il ritiro dalla band dell'amico di sempre Chris Stainton lo portò all'eroina. L'abbandono di Chris, che volle inseguire il suo sogno di aprire un suo studio, fu devastante per Joe. Solo la sua scorza dura gli permise, più volte nella sua vita, di cadere e di rialzarsi più forte di prima. Disintossicatosi dalla droga, continuò tuttavia il suo abuso di alcool, mentre la sua giostra di alti e bassi continuava inesorabile. Nel 1974 portò al successo "You are so beautiful", scritta e cantata l'anno prima da Billy Preston e considerata una delle migliori canzoni d'amore mai prodotte. Eppure l'alcool, il suo nemico di sempre, gli impediva di esibirsi in modo decente nei tour. La gente cominciò a dimenticarsi di lui e delle sue esibizioni sempre più scadenti. Joe dovette sottoscrivere contratti capestro con le case discografiche, che pretendevano il suo impegno a rimanere sobrio durante le esibizioni. La svolta – una delle tante – che lo salvò dalla perdizione avvenne nel 1978, quando conobbe Pam Baker, che diventò poi sua moglie nel 1987 e lo ricondusse sulla retta via dopo che si stabilirono definitivamente in un ranch nel Colorado precedentemente appartenuto a Jane Fonda. La vita nel ranch allontanò Joe dallo stuolo di personaggi tristi e meschini che si attaccavano lui e approfittavano della sua ingenua generosità. Indebitato fino al collo, Joe aveva bisogno di un'occasione di riscatto, che arrivò nel 1982: il suo duetto con Jennifer Warnes "Up where we belong" fu inserito nei titoli di coda del film di successo "Ufficiale e gentiluomo". Il traino del film, l'Oscar vinto come miglior canzone e le vendite diedero nuovo slancio alla sua carriera. Il bis arrivò nel 1986 con "You can leave your hat on", inserita nel film "9 settimane 1/2" che lo consegnò ancora una volta alla leggenda. Questa canzone di Randy Newman non mi ha mai fatto impazzire, ma devo riconoscere che come pezzo blues ha il suo gran bel perché; Kim Basinger ha fatto il resto. Mai come questa volta il connubio canzone + video è risultato così vincente da imprimersi nell'immaginario collettivo. Nel 1992 un'altra canzone di Joe entrò in una tracklist di un film campione d'incassi: "Trust in me", originariamente contenuta nell'album "Unchain my heart", fu ricantata insieme a Sass Jordan ed inserita nella soundtrack di "Bodyguard – Guardia del corpo" con la splendida e compianta Whitney Houston. Questo pezzo, decisamente rock nella struttura e nella sonorità, chiuse il trittico di "hit da cinema" degli anni '80, durante i quali Joe visse una seconda giovinezza sia artistica che mentale. Non penso sia un caso, ma il 1988 vide anche il grande ritorno di Chris Stainton: la sua presenza nei tour e in diversi album di quegli anni giovarono a Joe. Chris, che nel tempo collaborò (e collabora tuttora) come tastierista e compositore con cantanti del calibro di Eric Clapton, The Who, Ringo Starr, B.B. King, David Gilmour ed altri, non poté fare a meno di ritornare dal suo grande amico. Era sull'orlo del lastrico, e l'aiuto di Joe fu fondamentale per risollevarsi. Il nuovo connubio durò fino ai primi anni del 2000, quando Chris tornò a suonare in pianta stabile per Eric Clapton. Gli anni '90 furono un proseguimento del percorso pop-rock di Cocker e videro l'uscita di album grandiosi ed ambiziosi come "Night calls" (con splendide cover di canzoni di Elton John, Eric Clapton, Prince) e "Have a little faith", l'ultimo, per un bel pezzo, a raggiungere il traguardo di disco d'oro in molti paesi d'Europa. Questo album fu definito da molti critici uno dei suoi migliori per qualità musicale, potenza della voce e varietà di stile; soprattutto, fu l'album che riconciliò Joe Cocker con l'Inghilterra, da tempo avara di soddisfazioni dal punto di vista delle vendite. Anche per lui vale il detto "Nemo propheta in patria". Non che fosse odiato, anzi: nei tour, che spesso iniziavano proprio dalla sua Sheffield, i locali erano sempre pieni, anche se non c'erano le folle oceaniche che riempivano gli stadi nelle sue date in Germania, Francia e Italia. Però la critica anglosassone non spendeva quasi mai parole di elogio unanimi, e le vendite erano spesso timide (eufemismo). In una intervista, Joe dichiarò al riguardo: "Probabilmente ero considerato troppo... selvaggio per gli inglesi, dai gusti più pop e raffinati dei miei...". "Have a little faith" ebbe il pregio di mettere tutti d'accordo: fan, critica, radio e... inglesi. L'album successivo "Organic" (1996) è importante, perché segna il ritorno di Joe al blues. Questo album molto particolare contiene versioni dal sound quasi unplugged di canzoni di Springsteen, Winwood, George Harrison, Leon Russell e Randy Newman. Gli anni 2000 videro una preponderanza di album rock / pop. Joe aveva capito che il tempo del "nessun compromesso" era finito: il momento in cui doveva scegliere, insieme ai produttori, le canzoni di un nuovo album era per lui terribile. Non sempre quello che lui voleva (blues, blues e solo blues!) si adattava ai gusti dei fan: col tempo, aveva imparato ad adattarsi.  Nel 1997 incise "Across from Midnight" (rock, con una punta reggae; disco di platino in Francia e Germania). Nel 1999 ci fu il turno di "No ordinary world" (rock, con una splendida "First we take Manhattan" di Leonard Cohen e la già citata "She believes in me" di Bryan Adams). Nel 2002 arrivò "Respect yourself" (rock, con buone vendite soprattutto in Germania). "Heart & Soul", del 2004, ha il titolo che dice tutto. Rock, ma con un ritorno al soul (mai davvero abbandonato). Grazie al traino della cover "One" (U2), questo album fece sì che Joe Cocker ritornasse nella Top Billboard 200 americana (posizione 64). Il ritorno ad un blues più "puro" iniziò con "Hymn for my Soul" (2007) culminando poi con i suoi ultimi due album in studio: "Hard Knocks" (2010)  e "Fire it up" (2012), entrambi disco di platino in Germania, che segnano l'ultimo canto del cigno, con due stili che sembrano le due facce della stessa medaglia: il primo decisamente soul (e quasi senza cover, nove canzoni originali su undici), il secondo contraddistinto da un ritorno ad un rock più spedito. In entrambi gli album, fra i chitarristi, troviamo il grande Ray Parker Jr., che noi tutti ricordiamo per aver composto ed eseguito l'immortale tema principale del film "Ghostbusters".
In fondo, Joe era proprio questo. Una persona costantemente in bilico su due mondi: da un lato era estremamente timido e riservato, non esattamente a proprio agio se circondato da tante persone. Dall'altro lato, una volta salito sul palco diventava scatenato... ma sempre con la mente rivolta solo ed esclusivamente alla sua musica. Per lui non esisteva altro: tutti i cambiamenti che ha fatto (di membri anche di lunga data della band, di manager) erano per soddisfare il suo tendere verso un qualcosa di sempre nuovo ed in grado di accendere la sua personale scintilla. La doppia anima soul & rock aveva bisogno di trovare sempre nuovi sbocchi, e le ultime due produzioni furono la prova che si potesse convivere con entrambe le anime. Joe Cocker era in grado di essere rock (come direbbe Celentano) e soul nello stesso tempo. Una dote che davvero in pochi hanno avuto. Mi piace chiudere con una frase pronunciata da Ray Charles. Joe non aveva mai nascosto di essere stato ispirato profondamente da Ray... e quando riuscì a cantare insieme a lui nel 1983 ("You are so beautiful", concerto tributo a Ray Charles) sentì di aver realizzato il sogno di una vita intera. Ma la cosa più bella fu quello che Ray Charles disse di Joe Cocker, rivolto a dei giornalisti: "Voi mi chiedete se ritengo Joe Cocker un mio discepolo? No, non lo è. È un mio pari!"

Prima di chiudere, vorrei citare una mia ideale e ragionata Top Ten. Partendo da un paio di menzioni d'onore extra-classifica.
  • "High time we went". È una delle poche canzoni in cui Joe Cocker figura anche come autore insieme a Chris Stainton. Fu incisa nel 1971 e pubblicata per la prima volta nell'album "Joe Cocker" del 1972. È un pezzo rock e blues, nello stile proprio di quegli anni. Non molto considerata agli inizi, acquistò il favore del pubblico con il tempo, al punto che diventò un grande classico da riproporre nei suoi concerti, spesso addirittura come canzone di chiusura. In Italia è poco conosciuta, ma in molti hanno avuto modo di apprezzare  "Diavolo in me" di Zucchero del 1989. L'artista emiliano non ha mai nascosto di aver adorato Joe fin dalla sua giovane età, ed è un po' anche merito suo se Cocker in Italia ha avuto risonanza negli anni '80. "Diavolo in me" è più che un omaggio a "High time we went": basta ascoltarle entrambe per rendersene conto.
  • "Hitchcock Railway". Incisa per la prima volta nel 1969 e contenuta nel secondo album in studio "Joe Cocker!". Questo è un pezzo davvero travolgente, un rhythm & blues senza praticamente ritornello, con le strofe che si ripetono una dopo l'altra, intervallate da chitarra e batteria che picchiano come dannate. Zucchero colpisce di nuovo, ed estrae dal cappello una bella canzone: "Per colpa di chi", 1995. Devo dire che qui il cantante emiliano ha fatto un lavoro meno grezzo, rendendo la canzone più sua; le ha regalato un ritornello e un ritmo più riconoscibile ed orecchiabile. In questo caso, la somiglianza è più nella musica e nelle tastiere che nella traccia vocale.
Ecco quindi la mia personale Top 10 di Joe Cocker: utile, forse, per conoscere qualche canzone in più rispetto ai grandi classici come "Unchain my heart", "You can leave your hat on", "Don't let me be misunderstood", "You are so beautiful" e tante altre. Questa classifica rispecchia molto il periodo in cui l'ho scoperto; per questo motivo sono presenti più canzoni del periodo '80/'90 rispetto ai primi ruggenti anni '70. Inoltre, questa classifica è stata molto utile anche per il sottoscritto: mi ha permesso di fare un interessantissimo ripasso di storia della musica. Ed io ne ho sempre, costantemente, estremamente bisogno.

  • 10) "Don't let the sun go down on me", album "Night Calls", 1991. Cover dell'omonima canzone di Elthon John, pubblicata nel 1974 nell'album "Caribou". Elton John all'inizio non amava molto questa canzone, più volte ha dichiarato che quando la registrò era incazzato col mondo intero. Fu poi costretto a ricredersi. Il 1991 fu l'anno di questa canzone: lo stesso Elton la cantò live insieme a George Michael e con questo singolo scalò le classifiche di mezzo mondo, proprio quando Joe incise la sua rivisitazione. Oggi se leggi il titolo della canzone pensi principalmente ad Elton e George, che la fecero pop nel midollo. La versione di Joe è più simile all'incisione originale del '74, nella quale si sentono fra i cori le voci dei Beach Boys. La struttura della canzone è particolare: il ritmo parte lentissimo e il ritornello compare solo a metà canzone. Il crescendo però è grandioso, la voce di Joe stacca sempre più e alla fine si ricongiunge al fidatissimo coro femminile di accompagnamento.
  • 09) "Love the one you're with", di questa canzone esiste solo un'incisione live del 1972 e pubblicata nel "Live at L.A." (1976), successivamente inserita nella compilation "Joe Cocker The Legend" (1993). Il motivo di questa rarità mi sfugge, perché è un pezzo davvero fenomenale. In alcuni casi le cover di Joe sono aderenti e rispettose degli originali; altre volte avviene una trasformazione, talvolta radicale. "Love the one you're with" è uno di questi casi. L'originale è una ballata folk del 1970 di Stephen Stills, poi ricantata dal celebre gruppo Crosby, Stills, Nash and Young. Joe Cocker l'ha trasformata in una travolgente ballata soul: sei minuti di epica dove a farla da padrone è il coro che urla le splendide parole del ritornello insieme ad un sapiente uso di tastiere e chitarra elettrica: "And if you can't be with the one you love, honey, love the one you're with!". Consiglio davvero di recuperarla, perché è un pezzo poco conosciuto (nella versione di Joe) che meriterebbe molta più attenzione.
  • 08) "Can't find my way home", album "Night Calls", 1991. Joe Cocker non va sempre a pescare dai grandi classici rock o blues; spesso si rivolge anche al mondo folk. Il super-gruppo Blind Faith è un esempio. Eric Clapton, Steve Winwood, Ginger Baker e Ric Grech diedero vita ad una ballata ipnotica che, nel 1969, fu uno dei primi tentativi riusciti di fusione fra rock e blues in Inghilterra: la chitarra di Clapton e le voci dello stesso unito a quella del compositore Winwood sancirono il suo successo leggendario. La versione '91 di Joe pur senza snaturare l'originale aveva un sound più pop, se così si può definire, e fu maggiormente costruita sulla voce di Cocker, che la ricantò nel '96 (album "Organic") in una versione ancora più blues della precedente: suoni che lasciano spazio a fraseggi che trovi più in un pezzo jazz, la voce ancora più roca del solito, ritmo più lento; fu indubbiamente una versione altrettanto memorabile, anche se più intimista. La versione '91 di Joe Cocker fu inclusa nella colonna sonora del film "Benny and Joon" con Johnny Depp, 1993.
  • 07) "A whiter shade of pale", album "Luxury you can afford", 1978. Parlare dell'originale dei Procol Harum è quasi inutile. Incisa e pubblicata nel 1967, è una delle canzoni inglesi più ascoltate nella storia delle radio britanniche. Se volete avere idea di come sia il suono per eccellenza di un organo Hammond, qui c'è la sua massima espressione. Il sound derivato da J. S. Bach, unito ad un testo molto particolare, decretarono un successo mondiale e duraturo. Joe Cocker non poteva non offrire una sua reinterpretazione blues. La canzone è molto più lenta, ed anche qui avviene una rivisitazione meno rispettosa dell'originale, ma certamente non meno splendidamente eseguita. I puristi dell'originale gridano allo scandalo perché ritengono che il sound sia stato tradito; quelli di Joe Cocker sostengono che ci si trovi in uno di quei casi in cui la cover supera l'originale. Io penso che si debba anche considerare il periodo in cui Joe l'ha incisa: il 1978 era l'anno in cui il cantante stava vedendo la luce in fondo al tunnel in cui era piombato. La bellezza dell'album "Luxury you can afford" stupì tutti quelli che pensavano che Joe fosse finito. La voce era tornata quella che tutti conoscevano, e la band era davvero di tutto rispetto. L'immancabile coro gospel qui fu la ciliegina sulla torta. Non la ritengo superiore all'originale, ma penso sia una versione quantomeno alla pari, da ascoltare ed apprezzare ugualmente.
  • 06) "Up where we belong", soundtrack "An Officer and a Gentleman", 1982. Ripubblicata successivamente in molte compilation e "Best of...". Duetto con Jennifer Warnes, fu uno dei suoi più grandi successi commerciali. Vinse l'Oscar, il Golden Globe e il Grammy e ottenne la certificazione di disco di platino. Oggi è un classico fra i classici delle Love Song di tutti i tempi, e lo dico senza paura di essere smentito. Come duetto, la canzone funziona egregiamente: ciascun cantante ha il suo spazio, e il ritornello è cantato da entrambi con un'armonizzazione pazzesca. Joe ha giusto tre versi in più rispetto a Jennifer, cantati quasi senza strumenti, a far da raccordo alle ultime ripetizioni del ritornello. Interessante come gli attacchi dei vari ritornelli cambino di volta in volta: per cantarla sulla base originale, va studiata molto bene...
  • 05) "Isolation", album "Unchain my heart", 1987. La versione di Joe è poco conosciuta, anche se inserita in questo album di successo; l'unica volta che l'ha cantata live è stata al concerto "A tribute to John Lennon" tenuto nel 1990. Sì, perché Isolation fu scritta nel 1970 da John Lennon e pubblicata nel suo primo album da solista dopo lo scioglimento dei Beatles. Quello che maggiormente colpisce della canzone è il testo, di un pessimismo quasi brutale. Lennon la compose subito dopo lo scioglimento dei Beatles, e descrisse in modo doloroso il senso di isolamento che stava provando. La canzone è una ballata (triste), lenta, con un crescendo di tono e di rabbia. Non lascia indifferenti. Qui arriva il mio commento di parte: se da un lato il suono del pianoforte di John Lennon è tragicamente fantastico nel suo incedere, l'intera costruzione della versione di Joe Cocker è perfetta, proprio come sound ed atmosfera, nel comunicare il buio di John Lennon. È una canzone da ascoltare più e più volte, in entrambe le versioni. A mio modo di vedere, la cover è superiore all'originale, e di gran lunga, per l'uso della voce di Cocker, qui molto vicino al suo massimo.
  • 04) "Night calls", album "Night Calls", 1991. Questa canzone non è una cover, ma un brano originale scritto apposta per Joe da Jeff Lynne. Ed è un signor pezzo. Mentre scrivevo queste righe, ho provato a leggere in giro un po' di pareri proprio su Night Calls e, di conseguenza, su tutto l'album. È stata una lettura molto istruttiva, perché c'è una disparità di opinioni quasi imbarazzante: si va dal giudizio "ciofeca oscura di un cantante finito da un pezzo" al "un grandissimo ritorno di cantante in grado di sfornare l'ennesimo capolavoro". Va bene la sensibilità di ciascuno, va bene l'opinione personale che rimane indiscutibile, ma questa disparità di opinioni mi ha fatto davvero riflettere. L'ho spiegato in qualche paragrafo più indietro, ma è su questo disco in particolare che si assiste ad una divisione netta dei fan. Diciamocelo: Joe è cambiato; è un "sopravvissuto" (sei decadi di canzoni la dicono lunga) e, pur rimanendo fedele a sé stesso, col tempo si è anche grattato via le spigolosità degli anni '70. Fin dagli anni '80 diceva spesso: "I'm clean now": ora sono pulito. Si riferiva alla droga, all'alcool, al fumo. Personalmente, penso si riferisse anche al suo stile. Gli eccessi giovanili, anche figli di un periodo storico ben definito come lo sono stati gli anni '70, sono stati addolciti. La voce resta vigorosa, graffiante; ma non c'è più l'impeto, la cattiveria, il voler spaccare tutto il mondo con il suo grido. Nigh Calls è anche tutto questo, a mio modo di vedere. Lo definirei un inno alla maturità. Gli appassionati dei seventies non perdonano a Joe la sua deriva pop; io, che quegli anni '80 li stavo vivendo in pieno, mi ci sono invece riconosciuto totalmente. Col tempo ho poi imparato ad apprezzare (e adorare) il Joe incazzato degli esordi. Ma Joe Cocker non è (più) solo quello. Cos'è quindi Night Calls? Una ballad, ma non un lentone; ha il coro gospel, ha un testo malinconico, ha il growl, ha  una struttura particolare praticamente priva di ritornello, tutta costruita sulle varie strofe che si susseguono una di fila all'altra. È pop con una profonda anima soul.
  • 03) "I stand in wonder", album "Unchain my heart", 1987. Uno dei miei pezzi preferiti, ed uno fra i meno conosciuti tra i fan. Resta valido parte del discorso fatto per Night Calls: alla fine ci sono solo quattro anni di differenza fra le due canzoni, e lo stile è abbastanza simile. "I Stand in wonder" è, secondo me, il pezzo dove più di ogni altro funziona il connubio fra pop anni '80 e il soul di matrice cockeriana. È un pezzo originale, scritto appositamente per questo album da Eddie Schwartz e David Tyson, due autori e produttori canadesi, che scrissero anche le bellissime "All our tomorrow" e "Two wrongs" inserite nello stesso album. Il sound è davvero d'atmosfera, ed è una commistione di chitarre elettriche, basso costante in sottofondo, batteria e tastiere. Laddove negli anni '70 questa combinazione regalava un suono veemente, qui è melodia raffinata. Pop, appunto. La voce di Joe, meno roca e cavernosa e più patinata, qui fa davvero la differenza. Con questa canzone l'appassionato può divertirsi, al di là dell'ascolto, con il gioco delle citazioni, degli omaggi e del cerchio che si chiude. Abbiamo già incontrato Leon Russel, uno dei primi producer a credere in Joe Cocker prima della disastrosa conclusione del tour "Mad Dogs and Englishmen". Leon nel 1970 portò al successo "Delta Lady" prima di "lasciarla", se così vogliamo dire, a Joe. La "Delta Lady" della canzone aveva un'identità ben precisa: Rita Coolidge, ex-compagna di Leon che nel famoso tour americano fu corista di Joe Cocker. Chris Stainton a parte, fu l'unica persona a legare con Joe in quei due terrificanti mesi. Amica e confidente, da sempre provò un forte sentimento di riconoscenza per Joe, perché quell'esperienza fu importante per la sua crescita artistica: prima col duo country Rita - Kris Kristofferson (noi lo conosciamo più come attore nella saga di Blade...), poi come solista (di grande successo fu "All Time High", la canzone principale del film di 007 "Octopussy – Missione Piovra", 1983). E fu l'unica, che io sappia, a coverizzare in modo decisamente rispettoso dell'originale, "I Stand in Wonder" nel suo ultimo singolo nel 1990. Un cerchio che si chiude, appunto.
  • 02) "With a little help from my friends", album omonimo, 1969. In questa personale classifica, mi riferisco alla versione dell'album Joe Cocker Live (1990). Di questo brano ho scritto anche fin troppo. Non aggiungo altro, sarebbe inutile e ridondante.
  • 01) "When the night comes", album "One Night of Sin", 1989. Eccolo, il regalo di Bryan Adams a Joe Cocker. Una brillante canzone rock, molto furba ed orecchiabile, modellata perfettamente sullo stile del cantante britannico. Intro strumentale d'impatto con basso e chitarra elettrica in primo piano, poi struttura classica con strofa e ritornello ripetuti due volte ed intervallati da un bridge strepitoso in cui Joe urla a pieni polmoni le sue parole di speranza verso colei che ama. Il coro gospel finale con il controcanto di Joe Cocker è da spellarsi le mani. "When the night comes" è una canzone figlia degli anni '80, nonché una piccola gemma che andrebbe riscoperta più spesso.

Un ultimo paragrafo riguarda un po' l'unione delle mie passioni: le sigle televisive e il cantante britannico. Alcune canzoni di Joe Cocker, infatti, sono state usate come sigle di trasmissioni o telefilm; molte altre invece sono state inserite nelle colonne sonore di film di successo. Ecco una breve selezione:
  • "With a little help from my friends" (versione 1969) fu la sigla del telefilm "Blue Jeans" ("The Wonder Years", 1988-1993)
  • "She came in through the bathroom window" (versione 1970) fu sigla di apertura della trasmissione RAI "Avventura" del 1969-70. Come sigla di chiusura utilizzarono "A Salty Dog" dei Procol Harum.
Colonne sonore dei film (in ordine cronologico):
  • Ufficiale e gentiluomo (1982) – "Up where we belong" (soundtrack del film, 1982)
  • 9 settimane e 1/2 (1986) – "You can leave your hat on" (album "Cocker", 1986)
  • Big Foot e i suoi amici (1987) – "Love lives on" (soundtrack del film, 1987)
  • Bull Durham – Un gioco a tre mani (1988) – "A woman loves a man" (album "Unchain my heart", 1987)
  • Un uomo innocente (1989) – "When the night comes" (album "One night of sin", 1989)
  • Guardia del corpo (1992) – "Trust in me" (reincisa appositamente con Sass Jordan per la soundtrack del film, 1992)
  • Vincere insieme (1992) – "Feels like forever" (soundtrack del film, 1992, e album "Night calls", solo versione USA, 1992)
  • Benny & Joon (1993) – "Can't find my way home" (album "Night calls", 1991)
  • Carlito's Way (1993) – "You are so beautiful" (album "I can stand a little rain", 1974)
  • Insonnia d'amore (1993) – "Bye bye Blackbird" (album "With a little help from my friends", 1969)
  • Blown Away – Follia esplosiva (1994) – "Take me home" (album "Have a little faith", 1993)
  • A testa alta (2004) – "Feelin' alright" (album "Mad Dogs & Englishmen", 1970)
  • La ricerca della felicità (2006) – "Feelin' alright" (album "Mad Dogs & Englishmen", 1970)
  • Across the Universe (2007) – "Come together" (soundtrack del film, e successivamente contenuta nell'album "Hymn for my Soul", 2007) Qui Joe fa anche un'apparizione come attore.
  • Iron Man 2 (2010) – "California Love", canzone di 2Pac che contiene un campionamento di "Woman to Woman" (album "Joe Cocker", 1972)
  • Flight (2012) – "Feelin' alright" (album "Mad Dogs & Englishmen", 1970)

Non ho idea dell'effetto che questo scritto susciterà in chi avrà il coraggio di leggerlo: ma se anche una sola persona – una! – mi dirà: "Grazie, mi hai fatto (ri)scoprire un Grande della musica", beh, potrò ritenermi soddisfatto. Da parte mia, resta solo un grosso rammarico: per tanti motivi non sono mai riuscito ad assistere ad un suo concerto. In Italia Joe è arrivato più volte, la prima nel 1970 a Milano. Ci ritornò negli anni '90 al Teatro Smeraldo di Milano ma, per un liceale come me, i soldi del biglietto allora erano sembrati uno sproposito: "Ci andrò, prima o poi!". Di occasioni ce ne sono state, ma la mia pigrizia e il mio disinteresse verso i concerti in generale hanno fatto sì che li mancassi tutti. Ultimamente ci speravo e mi ripromettevo: "Al prossimo, ci sarò!" Purtroppo non sarà così, e questo è un enorme rimpianto che mi porterò dietro per troppo, troppo tempo. Se c'è anche una sola, remota possibilità di afferrare al volo un'opportunità, mai lasciarsela scappare, anche a costo di sacrifici: sarà ben peggiore affrontare il rimpianto successivo.

Crediti:
Gran parte di questo scritto è frutto della mia memoria e delle mie considerazioni personali; informazioni nozionistiche come date, album e titoli sono state prese da Wikipedia o dal retro dei miei CD; alcuni aneddoti particolari sulla vita di Joe sono invece stati presi dalla sua unica biografia autorizzata "Joe Cocker: The Authorised Biography" di J.P. Bean (Virgin Books, 2004).

Ringrazio Anna per il suo insostituibile supporto e per le sue acute osservazioni e correzioni.

L'immagine di copertina è una rielaborazione personale della foto originale "Joe Cocker in Sochi, 2011" pubblicata su Wikimedia Commons, di proprietà dell'utente Ivana Ivanova. La foto è licenziata in base ai termini della licenza Creative Commons – Condividi allo stesso modo.
Il file originale si trova a questo indirizzo:
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Joe_Cocker_Sochi.JPG

venerdì 13 ottobre 2017

[Speciale] Makoto Shinkai | Monografia

Your Name. di Makoto Shinkai, immagine di presentazione
Articolo interamente scaricabile in PDF

N.B. Nota prima di partire: in giro per l'articolo ci sono tutte immagini cliccabili e, dove possibile, in alta risoluzione, per permettere una migliore visione possibile della qualità sbalorditiva delle produzioni di Shinkai. Leggendo capirete.

Revisione v1.01 - 16 Ottobre 2017

Makoto Shinkai in persona.
Nel mese di febbraio 2017 il film d'animazione giapponese Your Name. (2016) di Makoto Shinkai ha ufficialmente e definitivamente superato La città incantata di Hayao Miyazaki nella classifica dei maggiori incassi di un film anime nel mondo, classifica dominata dal film dello Studio Ghibli fin dalla sua uscita nel 2001. È ovvio et scontato che, di fronte ad un risultato del genere, i riflettori di tutto il pianeta (ma che dico, del multiverso) si siano puntati sul regista Makoto Shinkai; molti, nello spellarsi le mani in roboanti applausi, si sono prodigati nel definirlo il Nuovo Miyazaki, figura che il Giappone intero sta aspettando da quando il Maestro ha annunciato il ritiro nel 2013 [1]. Incuriosito dal risultato eclatante di Your Name., ho voluto lanciarmi nella visione di tutta la sua produzione per capire quanto sia sensato l'accostamento al Maestro.
Nato nella prefettura di Nagano nel 1973, dopo l'università (letteratura giapponese) Shinkai è stato assunto nel 1995 come graphic designer in un'azienda produttrice di videogiochi (Falcom). Negli anni successivi il ragazzo realizza che il suo sogno è buttarsi nel mondo degli anime e dei manga, sua grande passione mai sopita nel tempo. Dopo un primo tentativo con Other Worlds ("Tooi Sekai", 1998) nel 1999, tutto da solo, produce, disegna e dirige un cortometraggio di pochi minuti, Lei e il gatto ("Kanojo to kanojo no neko"). Le critiche positive ricevute lo incentivano a proseguire su questa strada. Il tempo di trovare fondi e sponsor, dopo sette mesi di duro lavoro, utilizzando un Power Mac G4 con LightWave, Adobe Photoshop, Adobe After Effects e Commotion DV, nel 2002 se ne esce con La voce delle stelle ("Hoshi no koe"), un cortometraggio di 25 minuti dal tema fantascientifico. La critica lo acclama - vince molti premi - e il DVD entra nella Top 100 dei più venduti di quell'anno. Shinkai capisce che questa è la sua strada, si licenzia dalla Falcom e firma un contratto con la CoMix Wave Inc. (diventata nel 2007 CoMix Wave Films) che già l'aveva sostenuto con La voce delle stelle e che, da allora, è diventata lo studio di produzione di tutti i suoi lavori. Negli anni a seguire ha prodotto e diretto diversi medio e lungometraggi, dimostrando una costante e progressiva crescita e maturazione.
Temi (1) Petali
Cosa fa di Makoto Shinkai un autore di successo? Cerchiamo di capirlo con le sue opere. Dato che non sono molte - e alcune sono di breve durata - non è stato un grosso problema immolarmi per voi e spararmele tutte. Di conseguenza, questo speciale diventerà bello lungo e corposo, mettetevi comodi, salvatelo per una lettura offline, scaricate la versione PDF o, se siete abituati a paragrafi monorigo, andate pure su un altro sito, perché vi tedierò oltremodo. Proseguo esattamente in ordine cronologico per arrivare giusto alla fine al suo film più acclamato (Your Name.), non perché fa figo o per creare suspense, ma per sottolineare la sua crescita come autore. Proseguendo nella lettura (o nella visione, io ovviamente vi suggerisco il secondo metodo), si potrà notare come ci siano alcuni temi ricorrenti nella sua produzione.
Temi (2) Pioggia
Partendo dal doveroso presupposto che lui è sceneggiatore, disegnatore, regista, montatore e curatore degli effetti speciali di tutti i suoi film, non si può non ribadire quanto essi siano autoriali: la sua impronta, il suo ego, i suoi marchi di fabbrica sono impressi col fuoco ed è proprio per questo che si può riconoscere al volo un lavoro come suo quando ne vedi uno. Questa caratteristica presenta dei pro e dei contro, ovviamente. Teniamo sempre presente una cosa, però: lui nasce come artista e disegnatore, la ricerca dell'estetica diventa la naturale conseguenza del suo percorso al punto che, spesso, sovrasta la narrazione e la scrittura in generale. Makoto è inoltre un romantico - dategli voi l'accezione che preferite, perché valgono tutte allo stesso modo - e ama raccontare di incontri, destino, distanza, incomunicabilità (tema ricorrente negli anime, a dire il vero), spesso circondati da una spruzzatina di fantascienza. I suoi personaggi sono il più delle volte archetipi, ma non è necessariamente un aspetto negativo: data la brevità media delle sue produzioni, facilita la fruizione e l'immedesimazione da parte dello spettatore.
Giusto per dare un'infarinatura generale del suo stile, questi sono i temi generali e gli elementi di stile preponderanti che incontriamo spesso nei suoi film:
Temi (3) Treni
  • C'è un lui e c'è una lei. La relazione può essere tormentata, può arrivare ad una conclusione oppure no, ma il percorso che la contraddistingue è funestato da elementi che rendono difficile il suo compimento. Le opere sono dunque ammantate da romanticismo e sentimentalismo.
  • Gli ostacoli sono spesso dati dal tempo e dalla distanza: comunicare quando entrambi i fattori si dilatano diventa un'impresa ardua.
  • Treni. Treni ovunque, nel presente, nel passato, nel futuro, Shinkai ci piazza sempre uno o più mezzi su binari; a volte è solo di contorno (Il giardino delle paroleOltre le nuvole, il luogo promessoci), altre volte diventa attore non protagonista (5 cm al secondo) o il teatro di una scena di grande pathos (Your Name.), ma il treno c'è sempre. D'altronde, se il tema della distanza diventa un punto focale della visione, il treno è un valido mezzo per affrontarla, nel bene e nel male.
  • Uccelli. Niente Hitchcock, eppure Shinkai li piazza almeno una volta per film. Potrei partire con discorsi filosofici sul significato del volo anzi, ero già pronto con il pippone assoluto, ma ci ha pensato Shinkai stesso a smontare ogni teoria al riguardo: mette gli uccelli in volo solo perché "fa figo". Segnatevela, questa risposta disarmante è un chiaro indicatore della mentalità del Nostro.
  • La pioggia. Il simbolismo malinconia = pioggia viene saccheggiato a piene mani. Come il treno, la pioggia può essere un semplice elemento di contorno o addirittura il principale pretesto narrativo per mettere in moto gli eventi (Il giardino delle parole), ma c'è sempre. Chiaramente è un aspetto che troviamo spesso negli anime, dato che in Giappone, come nella gran parte del sud-est asiatico, esiste la stagione della pioggia. Altri elementi, spesso di contorno, sono la neve e i petali di ciliegio che cadono dagli alberi. Facile notare come ciascuno di questi elementi contraddistingua in modo netto una stagione (pioggia = estate, neve = inverno, petali = primavera, foglie = autunno). L'alternanza, anche veloce, degli agenti atmosferici diventa il mezzo più semplice per fare intuire allo spettatore balzi temporali anche consistenti.
  • Fantascienza o elementi fantastici: non è presente nella totalità delle sue opere, ma nella maggior parte sì. Ad essere più precisi, se un'opera è priva di elementi fantascientifici, diventa esageratamente realistica, con una attenzione al particolare e al quotidiano prossima al maniacale. Diciamo che, per Shinkai, difficilmente esistono vie di mezzo.
  • Lo stile musicale adottato prevede, il più delle volte, un incedere lento di pianoforte accompagnato da pochi altri strumenti; il suono generale evoca malinconia, tristezza, drammaticità. Vi confesso che al terzo film con lo stesso stile mi sono frantumato i maroni: la musica diventa stancante e talvolta irritante. Spesso verso tre quarti o alla fine della storia, viene piazzata una canzone pop d'effetto, a volte funzionale, a volte molto meno. Gran parte delle composizioni dei primi film sono state affidate a Tenmon, amico di sempre di Shinkai, nonché un nome che imparerete presto a temere.
  • Lo stile visivo, uno dei migliori fra le produzioni anime attuali: prima di tutto per il perfetto uso dei colori e dei contrasti cromatici; chi parla di quadri in movimento non esagera per nulla. In secondo luogo, per l'ottimo uso di computer graphic e disegno manuale, integrati fra loro senza stacchi tra una sequenza e l'altra. 
  • Due fonti di ispirazione su tutte: il regista Hayao Miyazaki, ovviamente, e lo scrittore Haruki Murakami. Del primo è inutile aggiungere altro, sul secondo tornerò più avanti, insieme al commento finale dopo tutte le recensioni dei film.
Temi (4) Uccelli
Per riferimento, ecco la sua breve filmografia in ordine cronologico:

1999 - Lei e il gatto ("Kanojo to kanojo no neko") | OAV, cortometraggio
2002 - La voce delle stelle ("Hoshi no koe") | OAV, cortometraggio
2004 - Oltre le nuvole, il luogo promessoci ("Kumo no mukō, yakusoku no basho") | Lungometraggio
2007 - 5 cm al secondo ("Byōsoku go senchimētoru") | Mediometraggio
2011 - Viaggio verso Agartha ("Hoshi o ou kodomo") | Lungometraggio
2013 - Someone's Gaze ("Dareka no Manazashi") | Cortometraggio
2013 - Il giardino delle parole ("Kotonoha no Niwa") | Mediometraggio
2016 - Your Name. ("Kimi no na wa") | Lungometraggio
Nota pseudo-redazionale: contrariamente ad altre mie recensioni, qui ho inserito spoiler pesanti, al punto da arrivare a spiegare anche il finale di alcune storie. Questa è una scelta ponderata e voluta e la motivazione è semplice: spesso si parla di corto e mediometraggi con un messaggio ben chiaro, recensirli senza spiegarli diventa per me molto difficile. Vi ho avvisati - ad inizio di ogni recensione segnalo comunque se lo spoiler è pesante o leggero. Ho cercato di suddividere ogni recensione in sotto-paragrafi, vi basti sapere che, per evitare lo spoiler, è sufficiente volare alla relativa sezione Commento. Se invece la cosa diventa troppo tediosa, potete saltare direttamente al paragrafo Conclusioni, in fondo all'intero articolo.
Partiamo!


1999 - Lei e il gatto ("Kanojo to kanojo no neko")

Livello di spoiler: MICRO [come il cortometraggio]

Fotogramma da Lei e il gatto.
Cortometraggio di neanche cinque minuti, in bianco e nero, con animazioni minimaliste e voce fuori campo che spiega quello che vediamo. Cosa ha di particolare? L'io narrante è quello del gatto, il vero protagonista della storia. In realtà in Lei e il gatto non c'è una storia vera e propria, ma cinque micro-capitoli di un minuto ciascuno in cui il gatto racconta la situazione che sta vivendo in quel momento: il suo arrivo nella nuova casa, il suo "innamoramento" verso la padrona, che vediamo sempre di spalle o col volto nascosto da ombre e capelli, i problemi (non si sa di quale tipo) della ragazza e le sue difficoltà quotidiane. Cinque minuti sono poco o nulla per capire un autore, anche se in questo primo lavoro vero e proprio ci sono già i germogli dei temi che Shinkai svilupperà più approfonditamente in seguito. Lei e il gatto non è niente di più di una visione lieve e passeggera, che non lascia il segno e che vi consiglio di vedere solo se siete in preda al nozionismo puro molesto e volete barrare la casella "VISIONATO" su tutti i lavori di Shinkai, inclusi i rutti unplugged.
Data la natura del corto, è inutile e fuori luogo darne una valutazione.

2002 - La voce delle stelle ("Hoshi no koe")

Locandina della edizione DVD d/visual
Livello di spoiler: ASSENTE [non succede una cippa, andate tranquilli]

Ok, gli sfondi sono già strepitosi adesso...
Ahia, questo è invecchiato male.
Ricordo benissimo come, quindici anni fa, esaltato dal risultato ottenuto dal lavoro di una sola persona, avessi guardato La voce delle stelle con un occhio di riguardo. E credo anche che mi fosse piaciuto parecchio, l'idea che un povero disgraziato si fosse messo di buzzo buono per tirare fuori un prodotto simile tutto con le sue sole forze aveva fatto sì che le sue magagne scomparissero quasi del tutto. Ora che l'ho rivisto per scrivere questo articolo, non posso che scuotere la testa sconsolato. La voce delle stelle è un lavoro davvero molto ingenuo, con degli ottimi spunti, ma che naufraga in uno svolgimento macchinoso e privo di una reale conclusione. Anche il character design, soprattutto dei personaggi, è approssimativo e ancora troppo grezzo per poter essere confrontato con una produzione più blasonata. L'idea di partenza non è male: la Terra è in guerra con i Tarsian, una razza aliena brutta e cattiva; i paladini del bene lanciano una flotta per combatterli e in particolare l'astronave Lysithia è diretta sul pianeta madre per farla finita una volta per tutte. Mikako e Noboru sono due ragazzi che stanno insieme, ma presto dovranno separarsi: lei è stata scelta come pilota di mech per combattere il nemico e viene spedita proprio sulla Lysithia. Il resto della storia è un susseguirsi di messaggi tra loro due, che impiegheranno sempre più tempo per raggiungere la destinazione man mano che la distanza tra loro aumenterà, fino a quando un messaggio impiegherà 8 (otto) anni per arrivare, inviato da lei adolescente e arrivato sulla Terra a lui adulto. Tra un messaggio e l'altro, lei continuerà a combattere il nemico a bordo del suo mech in un tripudio di esplosioni, missili, spade laser e azioni evasive.
Non abbiate paura di spoiler con La voce delle stelle, la storia qui è solo un bieco pretesto per giustificare una serie di frasi da Baci Perugina unite a sequenze di combattimenti che, considerando il fatto che sono stati tutti realizzati da una sola persona, ti fanno esclamare qualcosa del tipo: "Vacca boia, complimenti all'autore!"
Mikako alla guida del mech con la divisa da scolaretta...
La storia, purtroppo, è quella che manca, e non sarà la prima volta per Makoto Shinkai. L'intera operazione è avvolta da un quasi simpatico velo di ingenuità: ridicolo che Mikako (addosso) combatta sul mech vestita con la divisa della scuola e non in tuta da pilota (come un qualunque anime di robottoni anni '70 e '80 insegna); snervanti le sequenze statiche - per ovvi motivi di lavorazione tecnica - in cui la voce fuori campo "legge" il contenuto dei messaggi; irritante, infine, il contenuto degli stessi messaggi, sdolcinati pur non raggiungendo vette diabetiche, che stonano inseriti in un contesto di combattimenti tra robot. La voce delle stelle è, chiaramente, un lungo esercizio di stile resosi necessario a Shinkai per brillare di luce propria e farsi notare in un sempre affollato panorama di produzioni professionali.
Proprio per la sua unicità e peculiarità, non mi sento di dare una valutazione al corto: oggettivamente sarebbe insufficiente, ma non ha senso bocciare in modo così netto il risultato straordinario ottenuto dal regista - lui e solo lui - agli esordi.
Mech e pioggia in un colpo solo. Grande combo!

2004 - Oltre le nuvole, il luogo promessoci ("Kumo no mukō, yakusoku no basho")

Locandina dell'edizione Nexo per il cinema
Livello di spoiler: UHM [trama generica senza nulla svelare del finale]

Altra splendida immagine tratta dal film.
Non ci resta, a questo punto, che aspettare al varco Shinkai con il suo primo lavoro di un certo spessore, che arriva nel 2004 con Oltre le nuvole, il luogo promessoci (traduzione letterale del titolo originale), lungometraggio di un'ora e mezza. Ah, l'ucronia! Uno dei miei generi fantascientifici preferiti, l'ucronia ci racconta cosa succederebbe se un evento del passato avesse avuto uno svolgimento ben diverso da quello che la Storia ci insegna. Giusto per darvi qualche esempio letterario, permettetemi di citare Harry Turtledove con Invasione Anno Zero (1994, con i relativi seguiti) che racconta di come, durante la II Guerra Mondiale, avvenga una rovinosa invasione di alieni simili a grosse lucertole bipedi che sconvolge l'intero pianeta; Philip K. Dick (La svastica sul sole, 1962) e Robert Harris (Fatherland, 1992), che immaginano ipotetici anni '60 in cui la Germania ha vinto la Guerra e il nazismo impera su tutta l'Europa. Come noterete, l'ucronia ha bellamente attinto dal pentolone della II Guerra Mondiale, divenuto uno dei suoi temi più gettonati, forse anche abusati; nella stessa direzione va Oltre le nuvole: Shinkai immagina come, alla fine della Guerra, il Giappone sia stato diviso in due parti, quella meridionale controllata dagli Stati Uniti e quella settentrionale dall'Unione (chiaro riferimento all'Unione Sovietica). Chi ha detto: Chi ha detto: "Ehi, è come le due Coree?". Durante i nuovi ipotetici Anni '90 il Giappone inizia il processo di unificazione, ma l'isola di Hokkaido (ribattezzata Ezo) continua a resistere; per mano dell'Unione viene eretta una torre enorme, talmente alta ed imponente da poter essere visibile perfino da Tokyo. Nessuno sa a cosa serva e il perché sia stata costruita.
Hiroki e Takuya
La storia inizia con queste premesse e si focalizza su Hiroki Fujisawa e Takuya Shirakawa, due bambini prodigio, geni (e figli) della tecnica, che hanno un grande sogno: riuscire a riadattare un velivolo da loro ritrovato, col quale raggiungere la Torre di Ezo e scoprirne il misterioso segreto. La compagna di scuola Sayuri Sawatari, palesemente nonché ovviamente innamorata del ribelle Hiroki, si unisce al gruppo e viene coinvolta nel loro grande sogno. Quando finisce l'estate del loro ultimo anno di scuola, Sayuri scompare improvvisamente senza lasciare tracce e i due ragazzi in preda allo sconforto si separano, abbandonando il loro folle progetto; li ritroviamo tre anni dopo, il freddo e calcolatore Takuya è diventato uno scienziato che studia il fenomeno degli universi paralleli, l'impulsivo Hiroki si è trasferito a Tokyo per dimenticare, senza riuscirci, Sayuri. Presto, però, la situazione degenera: una nuova guerra di indipendenza contro l'Unione è alle porte, e giungono notizie frammentate sulla povera ragazza, ricoverata in un ospedale militare ed in piena narcolessia a causa della quale non riesce più a svegliarsi. Un sogno ricorrente di Hiroki che vede la ragazza sola, abbandonata in una struttura mistica e fuori dalla realtà, accende una nuova scintilla nel ragazzo: e se quello non fosse un semplice sogno, ma una sorta di interconnessione con Sayuri?
L'ultimo saluto tra i tre protagonisti.
Struggente, nevvero?

Commento
Notare la qualità degli sfondi, già ora strepitosa.
Oltre le nuvole parte da una premessa molto interessante, ma presto abbandona la sua attenzione all'ambientazione e al mondo alternativo creato, per soffermarsi sulle vicende dei due ragazzi, costretti dalle circostanze a ritrovarsi ed unire le loro forze. I temi tanto cari a Shinkai affiorano tutti: salti nel tempo a livello narrativo, comunicazione (tra le menti, in questo caso), treni, introspezione spicciola. Alcune sequenze nel cielo ed altre volutamente oniriche fanno gridare: "Studio Ghibli!" a pieni polmoni e, aggiungo, non senza fondamento. Nella prima parte, la formula funziona davvero bene. Quando l'autore si muove su un terreno a lui congeniale, i vari elementi si incastrano molto bene tra loro: inizi a capire l'alchimia tra i ragazzi, intuisci la forte amicizia che li lega e cogli - oltre non ti viene mostrato - il loro carattere. Poi, quando arriva Sayuri, respiri già in anticipo una singolare aria di malinconia, perché sai che di quei momenti di giovinezza rimarrà soltanto il ricordo. I problemi iniziano ad arrivare quando la storia cambia registro, si parte con le supercazzole prematurate e si aggiungono inutili complicazioni che si affastellano una sull'altra, disorientando lo spettatore. Le scene di raccordo diventano sempre più scollegate, rendendo l'intera struttura narrativa poco omogenea.
Qui iniziano le supercazzole
La magia che si respira nella prima parte, così magistralmente resa grazie all'unione di splendide immagini e incipit interessante, si scioglie come neve al sole, quando si tratta di dare un seguito alle premesse e delle risposte agli interrogativi. Purtroppo, Oltre le nuvole implode su se stesso proprio quando tutto sembrava sulla rampa di lancio. Non aiuta, come spesso accadrà con le opere di Shinkai, una esasperante lentezza di fondo, che fa venire la voglia o di chiudere il player o di spararsi un litro di caffè in endovenosa per non cedere ai martellanti colpi di tedio. Essendo il primo lavoro di un certo livello, si può chiudere un occhio e perdonare le molte incertezze che lo caratterizzano, ma il film è e rimane una produzione incompleta; qui, più che altrove, si abusa dell'espediente che vede i personaggi parlare fuoricampo con un'inquadratura statica e bloccata su un particolare; può essere il campo lungo di un paesaggio o la ripresa ravvicinata del corrimano di un treno, ma la sostanza non cambia: è tutto fermo e immobile, qualche (bel) gioco di luce e riflessi ravviva lo schermo per un istante e sullo sfondo i personaggi perseverano nelle loro inutili seghe mentali.
Immaginatevi un dialogo intero con questa inquadratura fissa.
Bella, eh, ma che due palle...
Il film è incompleto, secondo me, anche perché non sfrutta appieno le premesse dell'ucronia: l'aspetto fanta-storico è solo un banale orpello per dare una cornice alla storia, ma non viene minimamente approfondito, anzi viene messo in secondo piano fino a scomparire del tutto. Se Oltre le nuvole fosse ambientato ai giorni nostri o in un futuro prossimo, non cambierebbe assolutamente nulla. Peccato, perché sfruttare più approfonditamente le premesse iniziali avrebbe dato più ampio respiro alla storia, rendendola avvincente e, soprattutto, coinvolgente. Ecco, di tutti i difetti del film, il peggiore è proprio la mancanza di coinvolgimento: non mi ha preso, non ha fatto sì che mi chiedessi cosa ci fosse davvero oltre quella maledetta torre o cosa ne sarà di Sayuri. Una volta trovate le risposte a queste domande, il film termina senza che mi sia rimasta addosso quella voglia di rivederlo che succede quando scatta la scintilla. Superbo visivamente tenendo presente che è di oltre un decennio fa, ma freddo ed inconcludente. Peccato.

Io continuo a rimanere basito di fronte alla qualità dei suoi disegni.
Giudizio finale:
Storia: 4,5 - l'ambientazione è fine a se stessa, i personaggi non hanno spessore, lo svolgimento non crea coinvolgimento.
Regia: 6,5 - la mano di Shinkai c'è e si vede, l'aspetto tecnico è ineccepibile, ma sono state fatte scelte oscene, probabilmente dovute ad un budget risicato, che rendono l'opera ingenua e per nulla perfetta.
Musiche: 6 - il solito pianoforte di Tenmon, sto già iniziando ad odiarlo. Ma in accompagnamento alle scene tristi del film, non si può negare che sia funzionale allo scopo. Qui, per giunta, c'è in azione una piccola orchestra che rende il suono leggermente più ricco.
Ritmo: 4 - lento, noioso, prolisso, colmo di scene e dialoghi inutili. Si fosse mantenuto ai livelli di un mediometraggio, ne avrebbe giovato enormemente.
Violenza: 4 - poco o nulla.
Humour: 4 - non si ride neanche per sbaglio.
XXX: 0 - nulla da segnalare.
Globale: 5 - Ritengo Oltre le nuvole uno spreco di talento e risorse. Il potenziale c'è e si vede in ogni inquadratura... se solo avesse senso prendere le scene singolarmente, così come sono, senza inserirle in un contesto più ampio come un film normalmente richiederebbe. Un'occasione mancata, dove la noia la fa da padrona e non avviene la benché minima empatia con i personaggi.

Pioggia. Toh.

Cliccate per ingrandire e godere della magnificenza dell'immagine.


2007 - 5 cm al secondo ("Byōsoku go senchimētoru")

Locandina dell'edizione home video della Kazé
Livello di spoiler: ASSASSINO [trama dettagliata e finale svelato]

Qui continuo a sbavare di fronte alla qualità, in ascesa costante.
5 cm al secondo
, un mediometraggio di circa un'ora, è la storia di Takaki e Akari, un bambino e una bambina che si conoscono alle elementari. Hanno molto in comune: hanno cambiato più volte scuola a causa del lavoro dei genitori, sono spesso malaticci e per questo preferiscono andare in biblioteca, isolandosi dal resto dei compagni, sono tranquilli e taciturni, ma quando sono insieme stanno bene... due veri e propri amici per la pelle, forse anche qualcosa di più. Il film ci racconta la loro storia attraverso tre archi narrativi distinti, che riassumono tre parentesi fondamentali nelle loro vite.

Takaki e Akari
Trama (gli spoiler partono da qui e andiamo sul pesante andante)
La prima parte, Ōkashō ("Il capitolo dei fiori di ciliegio") si sofferma sul grande viaggio del tredicenne Takaki. Alla fine delle elementari, Akari è costretta a trasferirsi nella prefettura di Tochigi mentre Takaki deve andare a Tokyo. Per intenderci, siamo sempre nella regione del Kantō, distanze abbastanza grandi, ma niente di insormontabile, diciamo due orette con i superfighi treni giapponesi. I due ragazzi continuano a scriversi lettere, raccontando le loro giornate e le loro sensazioni a cuore aperto. Purtroppo Takaki è nuovamente costretto a trasferirsi, questa volta a Kagoshima. Ben altra storia: parliamo della punta estrema meridionale dell'isola di Kyushu, qualcosa come 1400 km di distanza dalla capitale. Cosa che per un neo-adolescente diventa una distanza incalcolabile. Takaki prende d'impulso una decisione: saltare sul treno e raggiungere Akari per vederla di persona, almeno una volta ancora. Il viaggio diventa un'odissea: molti cambi di treno e, soprattutto, una grandissima nevicata che riesce a mettere in ginocchio il sistema ferroviario giapponese, causando un mostruoso ritardo al povero ragazzo. Per inciso, ve lo dicevo che Shinkai ama inserire tocchi di fantascienza nei suoi racconti, eccovi un fulgido esempio. Tornando al povero ragazzo, è facile intuire la sua frustrazione: il giorno diventa notte, i fiocchi di neve la sua unica compagnia, il freddo pungente un alleato contro la noia. Takaki teme di non trovare più nessuno ad attenderlo all'arrivo, chi sarebbe così folle da passare una notte nella stazione sepolta dalla neve? Quando finalmente il ragazzo scende dal treno, inaspettatamente trova Akari addormentata davanti ad una stufa, ad attenderlo. Qui lo dico e qui lo nego: non sottovalutate l'importanza di questa scena, perché è questa ad avere conseguenze nefaste sulla psiche compromessa del ragazzo. L'immagine di Akari addormentata davanti alla stufa è il momento in cui Takaki capisce di essere passato dalla friendzone alla perdizione fatale. I due ragazzi si abbracciano e passano l'intera notte a parlare. Sotto un ciliegio reso spoglio dalla neve, si scambiano un bacio tenero, a suggellare una promessa per il futuro.
I cieli di Kagoshima. Sembra una fotografia.
La seconda parte, Cosmonaut, vede un salto di qualche anno: siamo al liceo, Takaki si trova ancora a Kagoshima, splendida località dove si surfa abbestia e le giornate scorrono via tranquille, in pieno contrasto con la frenesia di Tokyo. L'intero arco narrativo è dal punto di vista della compagna di classe Kanae: follemente innamorata del ragazzo, è talmente timida ed insicura da non trovare mai la forza per dichiararsi. C'è qualcosa in lui che la attrae: lo vede sempre solitario e taciturno, ma con lei è gentile; un momento è chino sul cellulare a scrivere e-mail [2], quello dopo le sorride cordialmente. Forse qualcosa lo turba, l'unica cosa certa è che spesso lui ha lo sguardo perso nel vuoto, fisso all'orizzonte. Noi spettatori sappiamo cosa guarda: lui si immagina ancora con Akari, l'orizzonte non è che la meta a cui tendere, il luogo fantastico ed idealizzato dove lei lo sta aspettando.
Quando Kanae decide che è arrivato il momento di confessargli il suo amore, realizza che lui è in realtà irraggiungibile. Il capitolo si chiude con la ragazza che piange in camera sua, nel silenzio della notte, mentre noi scopriamo, non senza un pizzico di inquietudine, che Takaki in realtà non sta mandando a nessuno le email che scrive sul cellulare, le compone e le cestina.
La Tokyo del terzo arco narrativo.
Il terzo capitolo, Byōsoku 5 Centimeter ("5 cm al secondo"), è l'atto conclusivo: Takaki, adulto, lavora a Tokyo e continua a pensare ad Akari, che non ha più rivisto né sentito. Ancorato al ricordo struggente del passato, non riesce a provare sentimenti per altre ragazze (in diverse scene vediamo come lui rifiuti il contatto di una collega che gli muore dietro). Durante uno di quei giorni in cui la sua esistenza si trascina per inerzia, Takaki attraversa un passaggio a livello, incrociandosi con una donna. Prima che il treno gli copra la visuale, per un attimo riesce a scorgere il viso di Akari: lei non l'ha riconosciuto e continua nel suo frettoloso incedere. In questo momento parte un flashback accompagnato da una struggente canzone, in cui vediamo come Akari abbia dimenticato nel tempo il ricordo di Takaki e abbia iniziato una nuova vita con un'altra persona che sposerà di lì a qualche giorno. Alla fine del flashback, come una sorta di epifania, Takaki si rende conto di aver letteralmente buttato nel cesso gli anni migliori della sua vita ad inseguire un sogno rimasto tale... si licenzia dal lavoro e si incammina in una Tokyo buia e anonima ma in perenne movimento. Forse non è troppo tardi per dare una svolta alla sua vita?
*sbavo*
Commento
Neanche io so il perché abbia deciso di raccontare così nei dettagli questa storia, cosa che farò anche con un altro mediometraggio (Il giardino delle parole). Il motivo, probabilmente, è perché mi è rimasto qualcosa dentro. Ragionandoci più a freddo, penso di ricondurre il tutto alla prima parte, quella del viaggio di Takaki verso il paesino sperduto di Akari, non nascondo che sia il momento in cui, più di tutti, mi sono immedesimato nel protagonista. Ōkashō è la parte raccontata meglio, in assoluto. Sia come narrazione che, soprattutto, come immagini. L'inquietudine e la frustrazione del ragazzo bloccato in mezzo al nulla, in un Giappone insolitamente ostile e lontano dalla perfezione di Tokyo, traspaiono in modo vivido e convincente. Sono sincero, mi sono stupito molto nel leggere diverse recensioni in cui ci si lamenta della noia dei primi venti minuti. È vero, la storia è lenta (ma è una caratteristica di Shinkai), è introspettiva, non è nemmeno innovativa ma, secondo me, ha trovato la sua giusta dimensione. Gran parte del merito è sicuramente dovuto alle immagini, già in quest'opera di splendida fattura. Si vede come Shinkai abbia affinato la tecnica diventata poi il suo trademark: sfondi in computer graphic ritoccati manualmente in post produzione, su cui sono state applicate le animazioni in 2D dei personaggi. A parole è difficile da rendere, ma il risultato visivo è ottimo già in un film di ormai dieci anni fa. Non posso più, ad esempio, usare l’espressione “è invecchiato male” che ho scritto nella recensione di La voce delle stelle, perché se lo facessi mentirei a voi e a me stesso. 5 cm al secondo ha però, a mio parere, dei grossi difetti. Non è innanzitutto coerente ed omogeneo, soprattutto nella struttura narrativa. Da questo punto di vista, Shinkai è ancora molto acerbo. Trovo poco coerente l'alternanza dell'io narrante, che passa con eccessiva disinvoltura da Takaki ad Akari, con la parentesi, questa sì abbastanza inutile, di Kanae. Il risultato è poco omogeneo perché di fatto la storia è vissuta unicamente dal punto di vista del ragazzo e gli intermezzi con le voci delle due ragazze risultano troppo forzati. Lo stesso registro delle voci (mantenuto nell'appena sufficiente doppiaggio italiano, con le voci di Federico Zanandrea e Debora Magnaghi) è quasi disturbante: voci di ragazzi più che adulti associate a bambini, pensieri e parole in libertà con un timbro adulto che poco si confà all'età dei protagonisti. Sicuramente è cosa voluta, a mio avviso è invece un espediente ingenuo e di poco effetto. Gli stessi personaggi, essendo archetipi, peccano di caratterizzazione, almeno per come la vedo io. Takaki è monodimensionale nella sua ossessione, Akari è solo una idealizzazione, di Kanae vediamo poco sviluppo come personaggio anche se, a conti fatti, risulta la più interessante, chissà che in una narrazione a più ampio respiro non avrebbe potuto riservare qualche sorpresa in più? Per il resto, buona la regia, forse troppo netti gli stacchi fra i tre capitoli (ma il salto temporale è così largo che è difficile fare altrimenti).
Notare l'incredibile livello di dettagli. Qui siamo a Kagoshima.
Ah, dimenticavo: cosa significa il titolo "5 cm al secondo"? È una frase che, nella primissima scena, Akari dice a Takaki e fa riferimento alla velocità a cui cadono i petali dei ciliegi in fiore in primavera. Ce lo vedo, il Makoto, tronfio per aver trovato una frase ad effetto, divertirsi ad infilarla qua e là nei dialoghi dei suoi personaggi. Come un cerchio che si chiude, faccio notare come il passaggio a livello della prima scena, in cui si parla dei cinque centimetri al secondo, è lo stesso dell'atto conclusivo, segno che l'autore aveva ben chiaro lo sviluppo della storia, almeno come inizio e come fine; non è cosa negativa, peccato che il percorso sia risultato troppo accidentato.
Giudizio finale:
Storia: 4 - poco bilanciata e coerente, abbastanza semplice e raccontata per giunta maluccio. Il soggetto, va detto, è interessante. La prima parte è la mia preferita in assoluto, purtroppo la storia si perde clamorosamente per strada.
Regia: 8 - non nascondo il mio apprezzamento a questo aspetto, visivamente è davvero spettacolare ed alcune soluzioni sono anche molto efficaci. La cura del particolare è grandiosa e non posso non applaudirla. Le stesse animazioni dei personaggi, solitamente più legnose rispetto al resto del comparto visivo, hanno fatto un gran bel balzo in avanti.
Musiche: 6 - le musiche di Tenmon, fatte di solo pianoforte, creano un'atmosfera angosciante e drammatica. Dopo un po' diventano però stancanti.
Ritmo: 4 - lento, a tratti forse noioso. Non si può pretendere un ritmo alla Fast & Furious (rido io per primo di fronte all'assurdità del paragone) per un film dichiaratamente introspettivo, certo un maggiore brio nella narrazione non avrebbe guastato.
Violenza: 5 - assente; potrei fare la battuta che la sua lentezza esasperante può diventare violenza psicologica nei confronti dello spettatore, ma non lo faccio. Ops, l'ho appena fatto.
Humour: 4 - Totalmente assente, Shinkai è serio e serioso.
XXX: 0 - nulla da segnalare
Globale: 6 - il giudizio non è facile, per me. Facendo un riduttivo calcolo matematico, potrei cavarmela dicendo che è la media dei tre capitoli: 8 il primo, 4,5 il secondo, 5,5 il terzo, anche se sono consapevole di essere fra i pochi a preferire la prima parte alle altre due. Avrei anche potuto dargli qualcosa più vicino ad un 7 perché in fondo il film mi ha emozionato. Purtroppo non posso nascondere i grossi difetti che ho evidenziato nella recensione, che minano il giudizio globale. 5 cm al secondo resta, in ogni caso, un film che merita una chance, non è detto che non possa piacervi, basta che sappiate a cosa state per andare incontro.

Stazione della metropolitana di Tokyo

La classe di Takaki


2011 - Viaggio verso Agartha ("Hoshi o ou kodomo")

Locandina dell'edizione italiana Kazé
Livello di spoiler: PAN DI STELLE [son dolce, non vi rovino la trama]

Studio Ghibli a manetta (1) Asuna e Shun
Passa qualche anno in cui il Nostro si gode un (meritato?) riposo, ma l'ispirazione giusta non tarda ad arrivare. Già in questi anni comincia a circolare, da parte di fan e critica, l'accostamento a Miyazaki e allo Studio Ghibli, che Shinkai ha sempre rifiutato con la giusta dose di umilté e deferenza nel rispetto di un mostro sacro. Poi qualcosa deve essere scattato nella sua mente ma, sapete, non ho la più pallida idea di cosa abbia veramente pensato quando ha proposto Viaggio verso Agartha allo studio, e ancor meno so cosa abbiano pensato quando gli hanno dato il via libera per la produzione. Hoshi o ou kodomo, letteralmente "Bambini che inseguono le stelle", fin dalla primissima sequenza, fra strabuzzare gli occhi degli spettatori da quanto è simile ad un'opera dello Studio Ghibli. Non solo per i fondali dipinti a mano, con uno stile artistico molto più vicino a quello di Miyazaki che a quello più spigoloso e moderno di Shinkai, ma anche per lo stesso character design più tondo e morbido; io stesso, alla prima visione, sono rimasto leggermente spiazzato, ricordo che mi sono chiesto: "Ma dai, Makoto è passato alla corte di Takahata e Miyazaki?" Poi si nota il livello delle animazioni, pur sempre ottime, ma non al livello di fluidità di quelle dello studio più blasonato; lo stesso Shinkai non aspetta troppo tempo a spazzare via ogni dubbio: un mostro orribile semina panico nel paesino e la sua morte è fin troppo cruenta e sanguinosa per essere uscita dallo Studio Ghibli. Tirato un sorriso di sollievo - un plagio così smaccato sarebbe stato eccessivo - tuffiamoci nella trama e nel mondo di una produzione per molti versi atipica rispetto agli altri lavori di Shinkai, sia precedenti che successivi.
Studio Ghibli a manetta (2) il paesino di Asuna
La protagonista è la dodicenne Asuna Watase, che vive in un paesino delle montagne in una zona non ben precisata del Giappone e in un periodo più vicino agli anni '70 che a quello odierno (lo si capisce dal design delle auto e dell'immancabile treno che compare in una delle prime sequenze, altre scene successive ci faranno però capire che siamo in un universo alternativo al nostro). Asuna, a causa della sua situazione familiare, è costretta a vivere da adulta più di quello che la sua età imporrebbe; il padre è mancato anni prima, lasciandole in ricordo uno strano cristallo azzurro iridescente; la madre lavora come infermiera nell'ospedale vicino e, a causa dei turni massacranti, non è quasi mai a casa. La piccola si barcamena tra le attività quotidiane, cucinando per sé e la mamma, lavando i panni e trovando anche il tempo di essere la prima della classe. Non è per nulla antipatica, tutt'altro, ha uno spirito intraprendente ed è dannatamente curiosa. Quando non deve studiare e ha già finito con le faccende di casa, trova pure il tempo di fare qualche scorribanda nei boschi sul pendio della montagna, in cui si è ritagliata un piccolo rifugio dove evadere, sognare ed ascoltare la radio a galena ricevuta dal padre prima della sua morte. Tranquilli, prima di oggi non sapevo cosa minchia fosse una radio a galena, l'ho sempre detto che sono ignorante - l'ho appreso leggendo la pagina su Wikipedia.
Asuna ascolta la radio insieme al gattino Mii
Dicevo: tempo prima, grazie alla radio, Asuna ha captato una stranissima canzone che le è entrata dritta nel cuore, malinconica, struggente, veicolo di emozioni che non ha mai provato né prima né dopo. Durante una delle sue sortite in direzione del suo rifugio segreto, la ragazzina capisce che c'è qualcosa che non va; quando all'improvviso le si para di fronte un mostro maleodorante e sanguinante, accecato dalla rabbia e dal dolore, non riesce a muovere un passo da tanto è l'orrore provato. Prima che il mostro la uccida, interviene a salvarla uno strano ragazzo dai capelli lunghi che, dopo un combattimento serratissimo, riesce ad avere la meglio sulla bestiaccia, pur restando gravemente ferito al braccio. Nel curarlo (è figlia di un'infermiera, ricordiamolo!), Asuna stringe amicizia con il ragazzo, che le rivela di chiamarsi Shun e di provenire da Agartha, un mondo fantastico sotterraneo. Egli è tornato in superficie in cerca di qualcosa - non rivela cosa - poi guarda la ragazzina dritta negli occhi e le dà una benedizione speciale: un bacio innocente sulla fronte. Con l’arrivo della notte i ragazzi si separano, promettendo di rivedersi il giorno dopo. Shun guarda la volta celeste e sospira: sa che non potrà mantenere la parola, la sua morte sta arrivando inevitabile. Di fronte al gatto Mimi, che sicuramente non è estraneo a quello a cui sta assistendo, il ragazzo si lascia cadere nel burrone perdendo la vita, ma felice di aver compiuto la sua missione. Il giorno dopo è denso di emozioni per Asuna. Prima apprende dalla madre della morte di Shun (la polizia ha trovato il suo corpo in fondo al fiume, con al braccio la sciarpa che la ragazza aveva usato per medicarlo), in seguito fa la conoscenza del nuovo professore di letteratura, Ryūji Morisaki, che esordisce con una lezione inquietante sul mito di Izanagi ed Izanami (gli Orfeo ed Euridice della mitologia nipponica, qui una veloce panoramica) e su Agartha, la terra dei morti.
Il dialogo col professore. Notare l'uso dei colori e delle luci.
Inutile sottolineare come questo nome catturi l'attenzione di Asuna, che la sera va a trovare il professore; questi le rivela di aver perso la moglie anni prima e di non essere mai stato in grado di accettarne la morte. Morisaki è alla ricerca di Agartha perché è convinto che nella terra dei morti sia possibile ridare la vita ai defunti. Presto la situazione subisce una bella accelerata: nel tornare a casa, mentre un elicottero militare irrompe sulla scena, Asuna incontra un ragazzo molto simile a Shun, la cui attenzione è richiamata dal cristallo custodito dalla ragazza, cristallo che si scopre essere una chiave che apre il portale di accesso per Agartha. Non mi dilungo ulteriormente: dopo una serie di eventi concitati, Asuna, il professore Morisaki e il nuovo ragazzo Shin - ovviamente fratello di Shun - entrano in Agartha, e qui comincia l'avventuroso viaggio alla scoperta del mito della vita e della morte.
Una delle immagini più suggestive del film.
Ciliegi pure qui...
Commento
Tutto molto figo, nevvero?
Lo confermo annuendo con convinzione. Ogni elemento descritto nelle righe precedenti concorre ad esaltarmi come un caimano, c'è praticamente tutto quello che incontra i miei gusti: ambientazione prima realistica ricostruita fin nei minimi particolari, poi diventata smaccatamente fantasy man mano che la storia prosegue; disegni da urlo, animazioni di primo livello, colori strepitosi, sia nelle scene chiare che in quelle dove il buio diventa attore principale; una protagonista ben caratterizzata, almeno come presentazione iniziale; il sense of wonder dello Studio Ghibli, quello che si è respirato negli anni '80, fino ad arrivare ad un tono più cupo, splatter in certi punti, che va oltre a quello che avevamo visto in Princess Mononoke (1997). Insomma, al terzo tentativo si può affermare che Makoto Shinkai abbia centrato il bersaglio. Peccato non sia tutto oro quello che luccica e che anche Viaggio verso Agartha soffra delle solite problematiche che affliggono molte delle produzioni del regista. Innanzitutto, l'aver voluto innalzare l'asticella per potersi scontrare frontalmente con lo Studio Ghibli, e praticamente sul loro stesso terreno, può essere visto o come un imperdonabile atto di presunzione (cosa che non è, lo specifico bene) o di scellerata incoscienza (cosa abbastanza probabile). Restando nel campo della mitologia con pedestri metaforone tanto care a Makoto, potrei affermare che, così come Icaro si è bruciato nel cercare di volare verso il sole, allo stesso modo Shinkai si è ritrovato con qualche osso rotto dopo lo scontro con il suo grande ispiratore, pur ammettendo una resa onorevole. Perché dico questo?
Mononoke Hime puppami la fava!
Prendi Princess Mononoke e Nausicaa (tutta la parte relativa alle creature mitologiche guardiane dei portali, qui chiamate Quetzalcoatl, così come la rappresentazione divina della Natura, sono prese di peso da Mononoke Hime), Laputa - il castello nel cielo (l'ambientazione stramba, il cristallo azzurro), Kiki Delivery Service (la radio, il gatto come compagno di viaggio, la protagonista Asuna), mischiali fra loro e spera che il pubblico apprezzi; purtroppo il rischio più grande in cui puoi incorrere è il provocare una straniante sensazione di déjà vu. È impossibile non chiedersi: "Shinkai sta scimmiottando Miyazaki o ci mette del suo?" Se poi ti accorgi che, grattata la strepitosa patina con cui il regista ti stordisce fin dall'inizio, le sue solite magagne emergono dirompenti, ecco, non puoi fare a meno di storcere il naso. Rispetto a Oltre le nuvole, lo ammetto, la trama deraglia molto meno, sbandando qualche volta ma portando a casa un onorevole risultato; purtroppo ci sono alcune scelte di sceneggiatura poco chiare o dimenticate o, peggio ancora, incoerenti (non si spiega cosa spinga alla morte Shun, né il perché si sia sentito così appagato nell'andare in superficie); la stessa indecisione di Asuna in un paio di snodi fondamentali stride con il suo carattere forte ed indipendente, anche se in fondo si tratta di una bambina di dodici anni. La motivazione che Shinkai adduce nel giustificare la testardaggine della bambina a proseguire nel viaggio in Agartha è stata per me fin troppo pretestuosa e forzata, anche se accettabile a denti stretti. 
Treni pure qui... c'è riuscito.
Il problema più grosso di Asuna, probabilmente, è il suo crescere poco come personaggio. Lei non agisce ma reagisce alle situazioni, spinta in balia degli avvenimenti e dei personaggi che incontra. Anche qui ci ripetiamo: "È una bambina, in fondo". Epperò risolvere ogni obiezione con questa giustificazione diventa abbastanza stucchevole e poco elegante. Semplicemente, Shinkai avrebbe potuto (e dovuto) porre una maggiore attenzione ai particolari di trama e di caratterizzazione, cosa che, ad esempio col professore, ha funzionato meglio: uno dei personaggi più convincenti, ad incarnare l'incapacità dell'essere umano di elaborare il lutto ed accettare più serenamente il concetto di morte. Invece, come al solito, il regista ha preferito spingere il pedale dell'acceleratore sull'aspetto tecnico-visivo, ottenendo un film con dei picchi di bellezza assoluta, ma abbastanza superficiale nel trattare gli spunti introdotti e che non vengono sviluppati, ma anzi lasciati perdere. Torniamo al solito discorso: anche Viaggio verso Agartha è poco bilanciato, pur avendo dalla sua un pregio di non poco conto: le forzate seghe mentali di adolescenti depressi sono state accantonate a favore di un'avventura a più ampio respiro. Forse questo è il motivo principale per cui Agartha è il film meno apprezzato dagli irriducibili fan del regista: non me ne vogliano questi ultimi, ma mi sento di affermare con forza che a mio avviso, il film meno "makoto-shinkaiano" di tutti è quello al momento più riuscito, lineare, godibile. Già domani avrò voglia di ri-godermelo con gusto, anche solo per cogliere qualche particolare che mi è sfuggito ad una prima (e ad una seconda) visione.
Casa di Asuna. I dettagli sono clamorosi.
Dato che vi sto apertamente consigliando di guardarlo - foss'anche solo per smentirmi e dirmi che sto scrivendo un mucchio di fregnacce - cercate di seguire un secondo consiglio. Guardatelo in lingua originale, rigorosamente con sottotitoli di qualche gruppo di fansub (italiano o inglese, a seconda della vostra sensibilità). Non provate nemmeno ad avvicinarvi all'edizione originale italiana, uno dei peggiori prodotti mai pubblicati - di sempre, in assoluto, nei secoli dei secoli. L'edizione è della francese Kazé che per il doppiaggio italiano si è avvalsa di un adattatore francese e per le voci ha usato ragazzi e ragazze italo-francesi non professionisti che cercano disperatamente di leggere con accento italiano, finendo per generare, purtroppo, un miscuglio incomprensibile ed imbarazzante. Se avete presente la battuta storica "Vorrei una stonsa" pronunciata dall'Ispettore Clouseau di Peter Sellers nel fantastico La pantera rosa di Blake Edwards, capirete benissimo. Gli stessi sottotitoli, una traduzione resa in un italiano desolatamente approssimativo, sono altrettanto inutili. Diamo a Cesare quel che è di Cesare, questa edizione è una Vera Merda. Non voglio passare per quello che incentiva la pirateria, ma l'edizione Kazé è un insulto prima di tutto verso l'autore, in secondo luogo verso il pubblico italiano che, dovendo cacciare il grano, si aspetta e pretende giustamente di avere tra le mani un prodotto quantomeno valido e professionale.
Giudizio finale:
Storia: 6 - le solite magagne di Shinkai, scelte di trama forzate ed azzardate, non sono così gravi da minare la fruizione della storia. A mio avviso, il frullato di mitologie asiatiche, occidentali e centroamericane ha generato qualcosa di quasi originale (non mi sbilancio troppo).
Regia: 8,5 - Shinkai è, registicamente, una garanzia, ad ogni produzione il livello visivo migliora a vista d'occhio, e Viaggio verso Agartha non fa eccezione. Questo è un film davvero gustoso alla visione.
Musiche: 6 - l'immancabile spaccacoglioni Tenmon ci ammorba con il suo solito commento musicale, qui coadiuvato da un'orchestra che aggiunge sostanza e varietà alle azioni più concitate.
Ritmo: 6,5 - il voto è perfino basso perché con un'ambientazione fantastica di questo livello ti aspetti di vivere un'avventura frenetica... ma Shinkai riesce ad essere lento e prolisso anche in questa occasione, senza mai raggiungere - per fortuna - il Livello Mortale del Tedio che io aborro.
Violenza: 6,5 - non male alcune scene forti ed inquietanti, se è necessario Shinkai ci mostra il sangue, eccome. 
Humour: 5 - registro comico nullo, si prosegue sul solco della tradizione del regista.
XXX: 0 - nulla da segnalare
Globale: 7,5 - promosso su tutta la linea, Viaggio verso Agartha è il film più atipico di Shinkai, nel senso che esce dai suoi soliti schemi ma che, a causa di questo, finisce per diventare troppo ordinario o simile ad altre produzioni. A salvarlo, neanche a parlarne, è la superlativa qualità grafica. Il voto finale non riflette il giudizio sulla versione italiana, talmente oscena che abbasserebbe la valutazione finale ad almeno un secco nonché desolante 4, altamente ingiusto nei confronti di Shinkai.

Uno scorcio di Agartha


2013 - Someone's Gaze ("Dareka no Manazashi")

L'appartamento di Aya
Livello di spoiler: MA PER FAVORE [Tutto, vi dico, tutto!]

Stavolta vado giù col piede a martello: Makoto Shinkai è un grande stronzo e un abile paraculo. Con Someone's Gaze (letteralmente, "lo sguardo di qualcuno") e in soli sei minuti e quaranta secondi è riuscito, in sequenza, a:
  • Infilarci la stragrande maggioranza dei suoi marchi di fabbrica;
  • Costruire una storia basata sul nulla ma con un senso compiuto, iniziale e finale;
  • Alzare, se possibile, la qualità di disegni, fondali, animazioni;
  • Emozionare facendo leva su sentimenti banali, semplici, di facile presa, sapendo che chiunque può immedesimarsi nei personaggi.
La protagonista Aya
C'è il treno? Certo, proprio all'inizio, lo usa per presentarci Aya, la prima dei tre protagonisti. C'è la tecnologia? Ovviamente sì, addirittura questa storia è ambientata in un futuro molto vicino a noi, ma con qualche gadget sfizioso come il telefono a proiezione, quello che usa il padre di Aya, il secondo personaggio principale. C'è un gatto? Ma non scherziamo, c'è eccome! La micia Mii è il terzo protagonista nonché l'io narrante del cortometraggio. Poi troviamo il tipico tono dimesso e drammatico, c'è un evento tragico, c'è il flashback, s'ode il pianoforte (non c'è Tenmon, yeah!), c'è una canzone a tre quarti di storia, c'è la sublime esplosione di gamma cromatica e, udite udite, c'è un finale nonostante si capisca benissimo come la storia prosegua tranquillamente.
Aya si è conquistata da poco l'indipendenza economica: lavora, vive sola, probabilmente non è ancora felice perché sta cercando la sua giusta dimensione. Un giorno, uguale a tanti altri, viene rimproverata sul lavoro e torna a casa abbattuta. Mentre è coricata sul letto a rimuginarci su, riceve la chiamata del padre, che le dice di essere passato lì vicino per caso e se lei ha voglia di uscire a mangiare con lui. Lei declina con una bugia, lasciando il papà solo sul ponte sottocasa dove si trovava; anche lui ha appena mentito, non era lì per caso, ma aveva una gran voglia di rivedere sua figlia... e anche lui era appena stato rimproverato sul lavoro. Questa semplice scena di vita quotidiana ci viene raccontata dalla voce della gatta Mii, molto anziana e malata. Ed è, forse, l'ultima a cui la micia, che vive in casa del papà, assiste prima di morire. Quando la notizia giunge ad Aya il giorno dopo, ecco che impetuosi sgorgano i suoi ricordi, che ci spiegano a come si è giunti alla situazione familiare che stiamo vedendo: la mamma di Aya per lavoro è costretta ad andare all'estero fin da quando la ragazza era bambina; per alleviare il suo senso di solitudine, il papà le prende la gattina Mii. Aya cresce, diventa ragazzina poi adolescente e plana nell'età della ribellione, in cui inizia il suo distacco dalla famiglia e la distanza fra lei e suo padre aumenta per la sua voglia di indipendenza. Mii, pur essendo un semplice gatto, percepisce quello che sta accadendo, sa che è naturale che le cose vadano così, e sa anche come padre e figlia nonostante tutto si vogliano ancora bene. Sarà però la sua morte a riavvicinare Aya al padre. Il tempo passa, scandito dai ciliegi in fiore, Aya torna a trovare il padre perché c'è una grossa novità: si è preso una nuova micia pronta a tenergli compagnia. Mentre la ragazza accarezza la cucciola, suona il campanello: la mamma è tornata e la famiglia è finalmente di nuovo unita.
Il padre e la micia Mii
Il ciclo della vita, semplice e allo stesso tempo intenso, spiegato con poche scene. Someone's Gaze, partendo come una sorta di upgrade di Lei e il gatto, è in realtà il Bignami di Makoto Shinkai e ne racchiude tutta la sua essenza. Se non avete voglia di guardarvi tutti i medio e lungometraggi oggetto del mio articolo, potete tranquillamente puntare a questo per cogliere la sua visione e assaporare i soliti splendidi disegni. La durata è talmente breve che le emozioni sfuggono lievi, lasciando giusto una traccia del loro passaggio senza sedimentarsi come potrebbe succedere con 5 cm al secondo, giusto per fare un esempio. Per quanto mi riguarda, Someone's Gaze è promosso a pieni voti, difficilmente si riesce ad essere così efficaci avendo a disposizione così poco tempo.
Essendo un corto, mi limito a dare un giudizio unico, non ha senso spezzarlo nelle solite voci.
Voto Globale: 7 - Someone's Gaze è un piccolo gioiello, minimalista nella sostanza, ma non nella forma, che riesce a toccare diversi temi come la crescita, la ribellione, la distanza, la felicità, il rapporto padre-figlia non facile e lo fa in modo leggero, che va dritto al cuore. Non è melenso e nemmeno pesante, penso sia il suo pregio più grande, anche se, devo ammetterlo, Shinkai è andato sul sicuro utilizzando temi di facile presa. Se proprio devo muovere una critica è proprio questa: troppo facile giocare la carta del sentimentalismo sfruttando la morte di un animale domestico (chi ne ha uno capirà benissimo cosa si prova) o le implicazioni di un rapporto padre-figlia durante un momento delicato della crescita; a parziale difesa dell'autore posso però dire che in sei minuti, se vuoi raccontare emozionando, sei quasi obbligato a percorrere una strada che faciliti l'immediatezza nello spettatore.

2013 - Il giardino delle parole ("Kotonoha no Niwa")

Locandina dell'edizione Nexo Digital per il cinema
Livello di spoiler: LETALE [vi spiattello tutto, anche nel commento]
Un particolare del parco. Immaginatelo in movimento.
Non sapete quanto vorrei conoscere cosa è passato per la mente di Shinkai e come siano andate davvero le cose. L'artista mi ha sempre dato l'idea di non dare molta retta alle opinioni dei fan e di voler continuare imperterrito per la sua strada. Certo è che con Il giardino delle parole, è andato ad offrire forse il picco - fino ad oggi, beninteso - del suo stile narrativo, ovvero dare in pasto allo spettatore una non-storia, confezionata in modo superbo ed avvolgente. Non saprei trovare altre parole per descrivere il mediometraggio di 46 minuti scarsi in questione. Mi spiego meglio: fino a che punto Shinkai ha ascoltato (o non ascoltato) le critiche dei fan su Viaggio verso Agartha? Il fanboy si aspettava un'opera di pippe mentali esistenziali adolescenziali e l'autore se ne è uscito con un bellissimo, ma imperfetto, film avventuroso dove ha deviato grandiosamente rispetto al sentiero che fino ad allora aveva percorso, ed è questo il motivo principale delle critiche piovutegli addosso. Il giardino delle parole è quindi un deciso, eclatante, ritorno alle origini, è come se fosse esattamente quello che gli appassionati chiedevano. Fino a che punto allora Agartha è da considerarsi un incidente di percorso, e fino a che punto invece Il giardino delle parole è stato un voler accontentare la voce del popolo? Insomma, qual è il vero Makoto Shinkai?
Trama (gli spoiler partono da qui)
Shinjuku Gyon, il polmone verde dell'omonimo quartiere
Takao è uno studente quindicenne di Tokyo con uno strambo sogno nel cassetto: quello di diventare un abile calzolaio. Sì, proprio uno di quei lavori di fine artigianato che stanno scomparendo, inghiottiti dalla grande produzione industriale standardizzata e che mai immagineresti come ambizione personale di un ragazzo che vive nella capitale. Siamo in estate ed è appena iniziata la stagione delle piogge. Se la mattina piove, Takao bigia la scuola e si rifugia nel parco di Shinjuku Gyoen, dove in solitudine passa il tempo ad esercitarsi sui disegni di scarpe, la sua unica e vera passione. Durante una di queste mattine uggiose, sotto la stessa tettoia, incontra una misteriosa donna, che legge in silenzio un libro, mangia barrette di cioccolata e beve birra. Lo stesso accade il secondo giorno di pioggia - lui bigia, lei non si presenta al lavoro - poi il terzo e così via, trasformando un incontro casuale in una sorta di ripetuto rituale, ma sempre e solo rigorosamente nei giorni di pioggia. Quando c'è il sole, lui si ripresenta in classe e lei... non si sa.
Scena di uno degli incontri.
Come è ovvio immaginare, i silenzi iniziali si trasformano in parole scambiate di sfuggita per sfociare in dialoghi dove entrambi imparano a conoscersi sempre di più, pur senza essersi mai presentati ufficialmente. Di Takao sappiamo che vive col fratello maggiore e la madre e che pur di inseguire il suo sogno, nel tempo libero è disposto a fare lavori part time; è timido ed introverso, ha pochi amici e difficilmente si confida con qualcuno. Della donna sappiamo che si chiama Yukari, ha 27 anni, ben 12 in più del ragazzo, e che sta soffrendo di disturbi alimentari, associati ad un elevato stress dovuto a qualcosa capitatole in passato. Quando la donna manifesta un certo interesse nei disegni di Takao, ecco che lui, per la prima volta, apre il suo cuore e confida ad una perfetta sconosciuta i suoi sogni. Colpita dalle parole del ragazzo, Yukari gli regala un costoso libro sull'arte della fabbricazione di scarpe. Toccato dal dono, Takao vuole assolutamente ricambiare costruendo con le sue mani delle scarpe bellissime da regalare a Yukari. Non ci vuole un genio per capire come sia facile, per un adolescente dello stampo di Takao, prendersi una cotta per una bellissima donna, matura e misteriosa a causa della sua reticenza nel parlare di sé. Più passano i giorni, più entrambi, segretamente, sperano che la pioggia continui per potersi rivedere nella splendida cornice offerta dal parco. Arrivano le vacanze estive, finisce la stagione delle piogge e il sole torna a splendere come non mai... ed entrambi, mantenendo assurdamente fede al rito, smettono di recarsi al parco; il ragazzo lavora per racimolare soldi, lei cerca di trovare una direzione, un senso alla sua vita. Quando la scuola riprende, camminando per i corridoi antistanti le classi, Takao incrocia Yukari, che viene salutata con deferenza da alcuni studenti: nel modo più imbarazzante possibile, scopriamo che lei ha lavorato come insegnante proprio nella scuola del ragazzo e che si era presa una pausa per alcuni problemi. Un compagno di classe racconta al ragazzo cosa fosse successo realmente: uno studente si era follemente innamorato dell’insegnante, e qualche compagna di classe, indispettita e gelosa, aveva fatto circolare brutte voci sulla professoressa, creando uno scandalo non indifferente. Pur incolpevole, Yukari aveva preferito allontanarsi dalla scuola per riprendersi dallo shock e, detto con parole sue, "per riprendere a camminare con le proprie gambe." Quella mattina, però, lei si era presentata per dare le proprie dimissioni dalla scuola. Takao, ormai irrimediabilmente ottenebrato, non ci sta: rintraccia la ragazza che aveva fatto circolare le brutte voci e le rifila un sonoro ceffone. Il risultato è una rissa col moroso di lei, che lo pesta malamente. Lo stesso pomeriggio, malconcio e in un certo qual modo orgoglioso per aver agito da macho nonostante ne abbia prese un sacco e una sporta, Takao ritorna al parco, certo di poter rivedere la donna. Proprio quando si incontrano, si scatena un violentissimo temporale, a causa del quale i due sono costretti a trovare rifugio nella casa di lei. Sarà il clima informale, sarà l'effetto della tempesta, sarà l'imbecillità insita in un normale quindicenne impacciato nonché in preda all'ormone, ma Takao sceglie proprio questo momento per dichiararsi a Yukari; la donna lo respinge, immaginiamo tutti non senza dispiacere, facendo scappare il ragazzo con la coda fra le gambe. Nella mente della donna scatta un mega flashback con tanto di canzone come nel miglior stile di Shinkai, alla fine del quale Yukari si precipita all'inseguimento di Takao. Siamo alla fine della storia e arriviamo al confronto che tanto impazientemente stavamo aspettando. Sulle scale del palazzo, mentre il sole fa nuovamente capolino, i due litigano, lui a dirle che la odia per averlo illuso, lei in lacrime perché schiacciata dall'imposizione di una società che non le potrà far accettare l'amore di un ragazzino molto più giovane di lei. Takao e Yukari, in un mare di lacrime, si abbracciano senza dire altro. Passano sei mesi, lui supera a fatica l'esame finale della scuola e colmo di orgoglio si reca per un'ultima volta al parco di Shinjuku con una lettera in mano ed un paio di bellissime scarpe, quelle che lui ha finito di preparare per Yukari, e che lascia sulla panchina deserta, con la speranza che lei un giorno possa tornare a prenderle, pronta "a camminare con le proprie gambe." Nella scena post titoli di coda, scopriamo il destino della donna: ripreso il lavoro di insegnante in un'altra città, guarda verso l'orizzonte sospirando: i suoi pensieri sono sempre rivolti a Takao, che nello stesso momento si sta allontanando dal parco, certo di poter incontrare nuovamente Yukari, quando entrambi saranno pronti.
Sono un fan dei disegni di Shinkai, non so se l'avete afferrato.
Tokyo in un giorno di pioggia.
Commento (gli spoiler continuano, perdinci)
C'è qualcosa di strano ne Il giardino delle parole, e per spiegarlo vi racconto un velocissimo aneddoto. A guardarlo sono io in salotto, con La Moglie seduta di fianco che spippola sul cellulare, divisa tra la visione distratta del film e Marvel Puzzle Quest a cui sta giocando in quel momento. Arrivati a metà visione, estasiato dallo splendore dei disegni e dalle vette clamorose a cui Shinkai è arrivato in così poco tempo in confronto ai lavori precedenti, ecco, proprio mentre sto per esternare il mio apprezzamento, La Moglie mi fa morire qualunque frase stessi per pronunciare guardandomi negli occhi, la sua bocca a forma di O, dicendomi semplicemente: "Ma che palla è?"
Colpito da queste parole con l'effetto di una frustata, mi sono zittito e ho continuato nella visione, rimuginandoci sopra in mesto silenzio. Poi ho capito. Shinkai, per l'ennesima volta, è riuscito a fregarmi, sempre con lo stesso metodo, questa volta ingigantito nel bene e nel male. Questo film ripiomba esattamente negli stessi problemi di quelli precedenti ad Agartha, anzi li estremizza; il regista torna a stupire per la meticolosità dei disegni e dei particolari, ma lo fa davvero in modo pazzesco, a memoria non ricordo di aver visto una qualità visiva così elevata (Your Name. lo supererà, tranquilli).
La quiete dopo la tempesta.
Basta guardare le foto reali del parco di Shinjuku Gyoen e confrontarle con i fondali mostrati qui: la verosimiglianza è notevole, non posso fare a meno di applaudire convinto. Il giardino delle parole è però fottutamente lento, è uno stillicidio di azioni che si ripetono; cambiano i vestiti, le inquadrature, le parole scambiate, ma è un continuo rincorrersi di sguardi e frasi brevi, incorniciate da un'ambientazione in cui il tempo sembra fermarsi, sospeso tra le nuvole e il verde cangiante degli alberi del parco. Il tono delle voci, soprattutto dell'io narrante (Takao), è sussurrato e per giunta irritante nel suo continuare a mantenersi sullo stesso registro per la maggior parte della narrazione. Le solite angoscianti note strimpellate sul pianoforte fanno da contraltare ad una, per me, bellissima canzone a tre quarti, ma la sostanza non cambia: Shinkai è riuscito nell'intento di non raccontare NULLA rendendolo comunque interessante. Certo, se seguite distrattamente il film come ha fatto La Moglie, sarà inevitabile giungere alla conclusione di aver assistito alla versione malriuscita di 2001 Odissea nello Spazio interpretato da un adolescente depresso mentre fuori piove sempre e non succede un cazzo di niente. Il giardino delle parole, per poter essere assaporato fino in fondo, richiede attenzione, non tanto cognitiva nel seguire la storia (che non c'è: la sceneggiatura si può riassumere in una paginetta scarsa), quanto nel seguire i particolari infilati a forza in ogni inquadratura. È un film che vuole essere assaporato come una musica ascoltata alle cuffie, nel buio della cameretta, con la differenza che non devi stare ad occhi chiusi, ma devi tenerli ben aperti. Il film, va detto, contiene dei momenti davvero ben realizzati, indipendentemente dallo svolgimento della storia.
Tentativo di seduzione involontario? Chissà.
Per esempio, tutta la parte in cui la regia segue con esagerata attenzione i movimenti di Takao mentre prende le misure dei piedi di Yukari per iniziare a disegnarle le scarpe, è molto intenso e aggiunge perfino un tocco di sensualità alla scena pur non essendoci un secondo fine erotico per nessuno dei due; lo stesso uso della pioggia come mezzo narrativo per sottolineare l'intensità delle emozioni in gioco è interessante: se all'inizio le gocce sono semplici ticchettii gentili che danno il via agli eventi, sarà con il temporale finale che finalmente i due troveranno modo di chiarirsi in un turbinio di emozioni; infine, a chi critica una mancanza di conclusione della storia, posso rispondere dicendo che, in fondo, il finale è chiaro e ben delineato, sta solo alla sensibilità di ciascuno il compito di immaginare un futuro per i due. Proseguendo nella tradizione tutta nipponica in cui lo spiegone diventa inutile e ridondante, anche in questo film non è necessario vedere con i propri occhi come proseguirà la storia. Per me è palese che lei indosserà quelle maledette scarpe, è lapalissiano che le strade si incroceranno nuovamente per entrambi e che... chissà, in futuro possano mettersi davvero insieme, lasciando alle spalle le convenzioni che, in una società ancora chiusa come quella giapponese, inevitabilmente continuano ad essere un ostacolo.
Uno dei (tanti) momenti di incontro nel parco.
La storia d'amore, se così vogliamo definirla, è chiaramente platonica, noi assistiamo semplicemente a momenti in cui due personaggi che vivono in solitudine, cercano di riempire il vuoto dentro solo grazie al fortuito incontro vissuto nel giardino. Magari per qualcuno di voi sarà ovvio l'esatto opposto, che quella di Takao era una semplice infatuazione adolescenziale come ne succedono a milioni durante quell'età e che, quando sarà adulto per davvero, lui stesso la relegherà in un angolino come "semplice ricordo di gioventù". In fondo, anche questo è il bello di un film del genere, non lo vedo necessariamente come un peccato grave. Ci può, al limite, rimanere il dubbio su cosa volesse davvero comunicarci il regista. Io una risposta ce l'ho: nulla. Colpo di scena, vero? Shinkai non vuole comunicarci un messaggio, lui vuole solo emozionarci. Di difetti, come sempre, ce ne sono anche qui, altrimenti non parleremmo di un film tipicamente "shinkaiano". La lentezza, come già detto, per molti diventerà una zavorra allucinante; la sceneggiatura, in alcuni suoi passaggi, soffre di notevole ingenuità. Il simbolismo ripetuto ad ogni piè sospinto (notare il mio finissimo gioco di parole) per il quale saranno le scarpe di Takao a far camminare Yukari con le proprie gambe ha sfracellato i maroni già alla seconda volta in cui ci viene mostrato. Come successo in altri lavori, nemmeno questo film si salva dal difetto di essere poco bilanciato: la lentezza esasperante prosegue per quasi tutto il film, fino ad arrivare ad una brusca accelerazione giusto negli ultimi dieci minuti. Mi si dirà che è cosa voluta, ma a me ha lasciato un po' l'amaro in bocca; avrei preferito senz'altro una compressione dei minuti di tedio iniziale a favore di un maggiore sviluppo dei personaggi, soprattutto di Yukari che, pur essendo interessante e affascinante, non decolla veramente se non in qualche scena sporadica (quando è sola a casa sua, quando insegue Takao per le scale del palazzo). 
Il fratello di Takao e la morosa. Uno dei pochi momenti
in cui non vediamo né Takao né Yukari.
Commento Bis (ok, finiti gli spoiler)
Mi sfugge come sia possibile riuscire ad essere interessanti raccontando il niente, eppure con Il giardino delle parole è successo. La formula magica di Shinkai continua ad evolversi e migliorarsi di film in film. Se Viaggio verso Agartha era un non del tutto riuscito tentativo di tirare fuori un film Studio Ghibli più cazzuto e che tuttavia riesce a farsi apprezzare, è Il giardino delle parole a risultare il film più adulto di Shinkai, anche più del tanto acclamato 5 cm al secondo. Lo è, perché chiede allo spettatore una sorta di patto: "Sei disposto a calarti completamente nelle mie atmosfere e riflessioni, abbandonando il concetto di film = storia da seguire per quello che succede, e abbracciando quello di film = emozione attraverso una o più sequenze di immagini?" Se lo spettatore lo rifiuta perché non è pronto o per scelta personale in quanto il suo concetto di cinema è ben altro (assolutamente accettabile e plausibile!), il suo giudizio finale non sarà che estremamente negativo. Personalmente, dopo aver visto più di un film dell'autore e dopo averlo "conosciuto" per il suo stile e il suo modo di porsi, posso dire di aver imparato ad accettarlo e, perché no, apprezzarlo almeno in parte. Il giardino delle parole non è originale, non è trascinante, forse non è nemmeno cinema, ma è una esperienza visiva da provare almeno una volta. Se poi il tedio prenderà il sopravvento, pazienza: sono solo 46 minuti, ci sono ben altri film che durano anche il triplo dopo i quali potreste aver pensato di aver buttato via il vostro prezioso tempo.
Giudizio finale:
Storia: 4 - dai, diciamolo chiaramente, la storia non esiste e non è nemmeno il punto focale. C'è uno spunto narrativo interessante che non viene sfruttato (neanche ci prova, il Makoto), perché il suo obiettivo è un altro. Che funzioni o meno, è conseguenza del modo di porsi di ciascuno di noi.
Regia: 9 - dal punto di vista qualitativo, prima di Your Name. questo film è stato il top assoluto di Shinkai, che registicamente parlando non sbaglia un colpo. Il film è da godere in silenzio, rapiti di fronte alla bellezza delle immagini.
Musiche: 5 - sia messo agli atti che il pianoforte di Tenmon ha rotto le palle. Bella la canzone finale, davvero evocativa ma... per pietà, non se ne può più. Basta. Uccidetelo. Tenmon, dico. Cosa? Mi state dicendo che le musiche sono composte da Daisuke Kashiwa e non da Tenmon? Scusate, non me ne ero accorto, non ho notato la differenza, allora è proprio Shinkai a volerci ammorbare con un sound da prurito alle dita... e ditelo, eh.
Ritmo: 4 - lento, lentissimamente lento. Non solo non succede nulla per tre quarti di film, ma quello che succede lo fa in modo lento. Ve l'ho detto? È lento. Cazzo se è lento.
Violenza: 4 - non c'è violenza e non ho intenzione di riciclare la battuta che ho scritto su 5 cm al secondo. Ops, l'ho appena fatto.
Humour: 5 - Non fa ridere né vuole farlo...
XXX: 1 - nulla da segnalare, un punticino in più per la scena delle scarpe, magari qualche feticista apprezza pure. [3]
Globale: 7 - resta sorprendente vedere come il film si porti a casa un bel 7 nonostante tutte le voci, tranne la regia, abbiano degli eclatanti voti insufficienti. Per questo motivo, diventa importante chiarirci: se per voi la trama è tutto o ricopre un ruolo di spicco, come tra l'altro è giusto che sia, potete anche dimezzare tranquillamente il voto. Se per una volta vi lasciate vincere dalla tentazione di provare qualcosa di più zen e meno concreto, probabilmente finirete con l'apprezzare Il giardino delle parole. Un conto è non raccontare nulla risultando noiosi e per di più senza veicolare uno straccio di emozione; un altro conto è tirare fuori qualcosa di unico e diverso, dove l'estetica vince sulla sostanza ma lo fa meravigliosamente bene. Magari non vi resterà nulla dopo la visione, ma se l'avete apprezzato di sicuro vi verrà nuovamente la voglia di rivederlo, ve lo garantisco.


2016 - Your Name. ("Kimi no na wa")

Locandina dell'edizione Nexo Digital per il cinema.

Livello di spoiler: GREVE [sono costretto a spoilerare, ci sarà un paragrafo all'uopo]

[sono costretto perché voglio io]

[vi ho avvisati, eh]

[la recensione può essere letta anche da chi non vuole spoiler, seguite le istruzioni]


Il film inizia così, più o meno.
Chissà se qualche volta avete mai provato quella strana sensazione che vi fa domandare: "Ma quella persona che ho appena incrociato... l'ho già conosciuta?" Magari credete di averne intravisto un sorriso, magari state pure sperando che quella stessa persona stia pensando lo stesso di voi. Sta a voi la scelta se continuare a camminare, rimanendo col dubbio, o farvi forza per rivolgerle la parola. E se quella persona fosse davvero quella che il destino ha riservato a voi? La vita è piena di sliding doors come questa, anche se noi non ce ne accorgiamo né mai verremo a saperlo.
Il filo rosso, uno dei tormentoni di Your Name.
Ed ecco finalmente Your Name. (mi raccomando il punto finale, è parte integrante del titolo). Vi sembrerà strano, ma prima di guardarlo, nonostante mi fossi già avventurato nella visione di tutti i titoli precedenti, non ho voluto sapere nulla, non ho letto trame, non ho sbirciato recensioni né ho visto anteprime, giusto il solo trailer. Il nulla assoluto, proprio per poterlo accogliere senza aspettative di sorta o pieno di preconcetti. Dal trailer è evidente l'incredibile livello di qualità visiva (ma ci avrei scommesso un rene) e un tocco di fantastico che non guasta mai, per il resto non avevo la più pallida idea di cosa avrei visto nei successivi 106 minuti: cosa aspettarmi dal più grande incasso anime della storia giapponese? Vi dirò, ero diviso tra il non vedere l'ora di gustarmelo (La Moglie sa quanto l'ho stressata) e il timore di restare deluso, certo di ritrovare gli ennesimi difetti riscontrati in tutti i film precedenti. Se avete già visto il voto finale avete già la risposta, se non lo avete ancora visto ve lo dico ora: Your Name. è davvero un gran bel film, me lo sono proprio goduto. Perfino La Moglie è rimasta soddisfatta, il che è tutto dire.
Il paesino rurale di Mitsuha
Trama (poco spoiler, si può tranquillamente leggere)
Taki Tachibana e Mitsuha Miyamizu sono due studenti coetanei, il primo vive a Tokyo, la seconda in un paesino di montagna. Entrambi vivono con un'insoddisfazione di fondo; la ragazza, timida ed impacciata di suo, sogna di poter essere un ragazzo di Tokyo perché odia la vita troppo ordinaria del suo paesello: non c'è una caffetteria (esiste solo un distributore automatico di caffè in lattina), non c'è una biblioteca e manca perfino uno studio dentistico. Lei, per di più, vive in un tempio shintoista insieme alla nonna e alla sorellina, senza una mamma e con un papà distante dalla famiglia, troppo impegnato nella sua carriera di sindaco del paese.
Il ristorante "Il giardino delle parole", easter egg
Taki, il ragazzo, è invece una testa calda, forse troppo impulsivo, con la passione per il disegno e che lavora part-time come cameriere in un ristorante italiano dal nome "Il giardino delle parole" (proprio scritto così, non è una traduzione). Una mattina, entrambi si svegliano scombussolati, con amici e parenti che li guardano sconvolti perché il giorno prima sembravano impazziti. Purtroppo non ricordano nulla, quando si sono risvegliati è come se avessero dimenticato tutto quello che è successo il giorno (o la notte prima). Quello che hanno vissuto è stato un sogno troppo vivido o qualcos'altro? Lo stesso fatto inizia a ripetersi con frequenza, anche due o tre volte alla settimana e, quando Mitsuha scopre sul suo quaderno la scritta "Chi sei?" inizia a comprendere la verità. In quei giorni così strani, lei vive nel corpo di Taki e, viceversa, lui nel suo, con le imbarazzanti conseguenze che comporta un improvviso cambio di personalità in un corpo diverso. Realizzato cosa sta succedendo veramente, i due decidono di darsi delle regole per evitare di combinare troppi pasticci: innanzitutto scrivono quello che hanno fatto durante la giornata, per mettere l’altro al corrente di quello che è successo; in secondo luogo, cercano di non interferire troppo con le rispettive quotidianità per evitare di fare danni irrimediabili. Certo è che ad entrambi la situazione giova, tanto per dire: la vita sociale di Taki migliora perché diventando meno impulsivo riesce a risultare interessante agli occhi della capocameriera Miki Okudera, bellissima ed irraggiungibile, per cui aveva una cotta; Taki (Mitsuha) riesce perfino ad ottenere un appuntamento con lei! Lo stesso avviene nel paesino dove Mitsuha (Taki) diventa sempre più popolare tra i compagni perché spigliata e "moderna", proprio lei che fino ad allora aveva vissuto divisa tra la voglia di fuggire e il senso del dovere che la tiene legata al tempio di sua nonna, sacerdotessa devota a Musubi, il dio protettore del paesino. La situazione va avanti per qualche tempo, ed entrambi iniziano, in modo del tutto assurdo ma sensato, a conoscersi meglio e a provare qualcosa che vada oltre la semplice amicizia. Ok, diciamolo: Taki si innamora di Mitsuha, anche se non sa nulla di lei, nemmeno il nome. La storia prende una bella piega quando arriva la notizia che una cometa è in arrivo nei prossimi giorni... e quando, poco dopo, Taki si rende conto che all'improvviso lo scambio di corpo con la ragazza si è interrotto, rendendo vano ogni tentativo di comunicare con lei. C'è solo una cosa da fare: muovere le chiappe da Tokyo e trovare il paesino di lei, ovunque esso si trovi... la sorpresa che troverà Taki sarà davvero sconvolgente.
Chi sei?
Commento (senza spoiler)
Commentare senza spoiler è impresa ardua, ma non impossibile. Qualche spoiler è necessario per spiegare alcune critiche che muovo al film, ovviamente a livello di sceneggiatura (ma dai?), lo rimando quindi al paragrafo successivo giusto per chi ha voglia di approfondire l'argomento. Per quanto mi riguarda, Your Name. è Makoto Shinkai all'ennesima potenza, è il punto più alto che ha raggiunto finora, è la summa di tutta la sua cinematografia e, a ben vedere, contiene la stragrande maggioranza dei suoi temi e dei suoi marchi di fabbrica, ma stavolta il regista è riuscito ad amalgamarli senza rovinare l'idea che aveva in mente. C'è il tema della comunicazione, della distanza di tempo e di luogo, c'è una sottintesa storia romantica che muove i protagonisti nella seconda metà, c'è il tono drammatico e malinconico, ci sono i treni, la pioggia e i ciliegi in fiore, c'è un richiamo a Haruki Murakami per la deriva fantastica della seconda parte, c'è la struttura circolare della chiusura della storia che si ricongiunge all'inizio... eppure, sapete cosa vi dico? È come se Shinkai si fosse divertito a giocare con chi conosce gli altri suoi film, perché Your Name. è tutto questo ma è anche un punto di rottura della sua concezione che ci ha spiattellato in faccia fino all'anno scorso. Lo è per due motivi: per la freschezza e il brio della narrazione, innanzitutto, e per una colonna sonora grandiosa che riprende proprio questo aspetto, amplificandolo grazie a delle orecchiabili canzoni pop. La malinconia cupa e agrodolce a cui ci siamo abituati viene accantonata e, credetemi, tutto il film ne giova enormemente. Le stesse voci dei personaggi non sono più un sussurro del depresso aspirante suicida, ma hanno una modulazione che riempie le orecchie, accentuata dalle parti in cui i doppiatori hanno dovuto rendere credibile il cambiamento di personalità dei protagonisti. Ah, i protagonisti: finalmente non sono più soli, ma hanno amici che partecipano alle loro vicende e in diverse occasioni si fanno in quattro per aiutarli. Non abbiamo più l'oscuro emo che vive solitario in autocommiserazione, ma personaggi più credibili per i quali finalmente anche l'amicizia ricopre un ruolo non secondario (sì, mi riferisco a Katsuhiko e Suzuka, gli amici di Mitsuha, e di Miki Okudera e Tsukasa Fujii per Taki). Un cast più allargato permette una maggiore coralità di scene, dialoghi, situazioni: se non è un enorme balzo in avanti questo, non saprei cos'altro avrebbe potuto fare Shinkai!
Il lago del paese Itomori
Per il resto Your Name., come le immagini promozionali e locandine lasciano supporre, è un film che fa molta leva sugli accostamenti degli opposti: modernità contro tradizione, vista ovviamente nella contrapposizione tra la sfavillante Tokyo e la rurale Itomori (tema già visto in 5 cm al secondo); l'ovvio scontro-incontro maschio / femmina dei due protagonisti, grazie al quale migliorano le rispettive vite facendo conoscere un punto di vista diverso; non possiamo trascurare la dicotomia futuro / passato, che per non spoilerare non spiegherò, ma che risulterà lampante nonché sorprendente per come è stata affrontata; per chiudere con l'alternanza di leggerezza e malinconia, perfettamente rappresentate dalla suddivisione in due archi narrativi ben distinti; quello iniziale, tanto divertente e brioso in cui impariamo a conoscere i protagonisti; quello finale, che perde l'innocenza e la freschezza della prima parte per guadagnare in tensione e drammaticità. Dovreste averlo capito, ciascuno di questi elementi, che potrei banalmente ricondurre allo yin e allo yang, ha un suo peso ben studiato senza che uno sovrasti l'altro. Tutte queste mirabolanti nonché sperticate lodi nei confronti di Shinkai destano però qualche sospetto: com'è possibile che una persona del suo stampo, così poco disposto a scendere a compromessi, sia rinsavita così tanto dal migliorare in un solo film? Non è che c'è per caso la mano di qualcuno che l'ha guidato? Io dico di sì, e ci speravo davvero tanto, perché se il risultato è stato questo film, cazzo, dico che costui ha fatto un signor lavoro. Gli indizi portano al nome di Genki Kawamura, la cui supervisione ha permesso un controllo dell'intera produzione durante il processo creativo, forse anche più di quanto lo stesso Shinkai ha ammesso in una bella intervista su Animeclick che consiglio di andare a leggere. Sto parlando di uno dei produttori di The Boy and the Beast (2015, Mamoru Hosoda), un film di cui sentirete parlare anche in questi lidi perché fra i migliori di quell'annata. Grazie Signor Kawamura, ti devo un enorme favore.
Soliti strepitosi giochi di luce.
Purtroppo Your Name. non ha preso 10 - voto che avrei dato se avesse raggiunto la perfezione, cosa che non è stata. Dove ha toppato? Rimandando alcuni approfondimenti al paragrafo successivo, altamente spoilerante, in questa sede posso semplicemente parlare di scarsa innovazione dello spunto iniziale, di una sceneggiatura zoppa in un paio di snodi cruciali dei quali posso dire che Shinkai abbia effettuato una grave forzatura nei confronti dello spettatore (sì, ha giocato sporco), e del suo smodato nonché ridondante uso di simbolismi senza i quali non si può ritenere soddisfatto.
Body swap: hai voglia a chiamarlo cliché, l'espediente narrativo dello scambio di personalità risale ad un romanzo F. Anstey del 1882, Vice Versa, e da allora in tv, sui libri e nei film ne abbiamo visto a iosa, manga inclusi, per farvi un'idea date un'occhiata a questo elenco (link esterno). Confesso di aver avuto, nei primi minuti, il timore di assistere alla sua ennesima variante, ma ammetto che per fortuna il colpo di scena che avviene più o meno a metà narrazione spariglia le carte e rende la storia molto più interessante. Shinkai non ha inventato nulla - non si può dire che l'originalità sia il suo punto forte - ma ha mescolato elementi noti e abusati tirando fuori una storia meno banale di quanto le premesse lasciassero presupporre. Peccato che nella preparazione del colpo di scena più grosso si sia scelto di barare; lo spettatore non se ne rende veramente conto durante la visione in quanto rapito dalla storia e dai disegni, ma a mente fredda, nel ripensarci, è impossibile non notare alcune evidenti incongruenze che inevitabilmente faranno storcere il naso. Infine, parliamo dei simboli: premesso che io preferisco il "non detto" allo spiattellamento, in tutti i suoi lavori Shinkai dissemina indizi grossi come baobab tanto da risultare goffo e pedestre, anche Your Name. non è esente da questo difetto. Parliamo del filo rosso? Lo vediamo fin dall'inizio, nei titoli di testa accompagnati da una bella canzone, che trasforma quella sequenza in una pseudo-sigla simile a quelle delle serie televisive; il filo rosso diventa quello che lega Taki e Mitsuha, è lo stesso che annoda i capelli a coda di cavallo della ragazza (è l'espediente narrativo che ci fa capire quando c'è lei nel suo corpo e non il ragazzo), è lo stesso che in una sequenza diventa un cordone ombelicale ed è, soprattutto, quello che viene evocato dalla nonna quando fa il discorso su(l) Musubi.
Musubi e l'intreccio
Avendo imparato a conoscere Shinkai, ho subito avvertito che quella scena sarebbe stata la chiave di lettura dell'intero film. Musubi è il dio protettore del paesino di Mitsuha, ma è anche un concetto più astratto che indica il legame che può esistere tra due persone (si ritorna alle immagini iniziali), così come lo scorrere del tempo rappresentato dai fili intrecciati che diventano corda. Musubi di qua e Musubi di là, capisci che questo è il concetto più importante del film ed è la sua chiave di lettura nonché il principale motore degli avvenimenti; non è la cometa a combinare disastri, ma è Musubi. Afferrato questo concetto, che ammanta di misticismo (andiamo proprio oltre la fantascienza), l'autore forza gli eventi e li riconduce con, a mio parere, eccessiva facilità al sovrannaturale. Continuando con lo smodato uso di simbolismi, ha infarcito di scene ed intermezzi con porte che si aprono o si chiudono: treni, metropolitana, porte di casa, i fusuma (porte scorrevoli decorate), tutto scorre e tutto rimanda a Sliding Doors, non tanto il film (o non solo) quanto al concetto di biforcazione o bivio del destino. Shinkai adora essere pesante e ripetitivo nelle sue metafore, diciamolo chiaramente. Prima di passare alle vere e proprie bordate spoileranti su quelli che secondo me sono i difetti di Your Name., tengo a precisare che le magagne che ho appena elencato sono un voler andare a cercare il pelo nell'uovo, perché sono davvero marginali e di poco conto, ma non posso fare a meno di notarle in un film che, se non ne avesse abusato, avrebbe raggiunto un equilibrio davvero mirabile.
Commento - approfondimento (con spoiler!)
Lo ribadisco, qui si spoilera a manetta, quindi se non volete rovinarvi la sorpresa andate dritti al paragrafo successivo!
Mitsuha
Come scrivevo poche righe prima, Your Name. ha due grossi difetti che hanno fatto sì che io abbassassi la sua valutazione finale, nonostante nella sua globalità sia uno dei film che più ho apprezzato negli ultimi tempi e che consiglierei a chiunque abbia un minimo di interesse nell'animazione giapponese. Per capire di cosa sto parlando, un cenno sul colpo di scena che dà la svolta principale all'intero film. Quando Taki capisce che lo scambio di corpo non è più avvenuto e che quindi deve essere successo qualcosa, in preda alla sua ossessione decide di andare a cercare Mitsuha, avendo come unico indizio il disegno di un ricordo, il lago di Itomori. Taki, accompagnato da Miki e Tsukasa, arriva sul posto e, non senza fatica, scopre la terribile verità: il paese di Mitsuha non esiste più, tre anni prima, durante il passaggio della cometa Tiamat, un asteroide se ne è distaccato e ha colpito proprio Itomori, causandone la distruzione e la morte di gran parte degli abitanti. Con orrore di Taki, Mitsuha figura tra le vittime accertate. Qui il ragazzo realizza che lo scambio di personalità non comportava solo un balzo di luogo, ma anche di tempo, fino a tre anni prima! Cosa fare per porre rimedio? La risposta si trova nelle parole della nonna di Mitsuha, più precisamente in Musubi, la divinità protettrice del paese e il cui tempio è una sorta di punto di congiunzione delle varie linee temporali. Bevendo del kuchikamizake, un sakè speciale ottenuto mediante un rito a cui la stessa ragazza aveva partecipato, Taki riesce a varcare le linee del tempo e dello spazio per ricongiungersi, anche se solo brevemente, a Mitsuha, in modo da avvisarla del pericolo incombente. Il risveglio diventa per la ragazza una disperata corsa contro il tempo per convincere l'intero villaggio a salvarsi dalla catastrofe.
Treni pure qui...
Da queste righe, per come ve l'ho messa, possono risultarvi evidenti i due grossi problemi di sceneggiatura: il primo non è un errore, ma un atto scientemente voluto da Shinkai, ovvero la non reazione di Taki (ragazzo del futuro) di fronte alla notizia dell'arrivo della cometa; è impossibile che non possa ricordarsi di un evento così catastrofico avvenuto tre anni prima; è impossibile che non si sia mai accorto, durante lo scambio di corpi, che il tempo in cui viveva era diverso da quello attuale, soprattutto quando ha assistito alla tv la notizia dell'arrivo della cometa. Provando a rigirare la frittata in vista dell'obiezione "Non la ricordava perché al risveglio i ragazzi si dimenticano tutto, e può valere anche il viceversa", posso rispondere dicendo: ok, hai dettato questa regola, ma poi comunque non l'hai rispettata perché in realtà più volte entrambi i ragazzi hanno dimostrato reminiscenze dello scambio... ma stranamente e casualmente, mai è avvenuto con l'evento più grosso. No, questo è ingannare lo spettatore, giocando sporco. Non esiste che fai ricordare cose ed eventi a Taki e Mitsuha solo quando ti fa comodo e poi, solo per muovere la storia, tutto diventa come se fosse solo il caso o la coincidenza ad intervenire, vanificando quanto di buono è stato scritto fino a quel momento. Mi rendo conto di quanto sia difficile lavorare con i paradossi del tempo ma, proprio per questo, chiedo una maggiore attenzione nel cercare di non incappare in errori simili. Il secondo grosso problema è diretta conseguenza di quanto detto prima e, in questo caso, lo vedo più come un errore concettuale. Come cazzo è possibile l'esistenza dell'io narrante (Taki) quando più volte hai dimostrato che non può ricordarsi certe cose e che, anzi, la dimenticanza e l'oblio diventano il punto focale della parte centrale della storia? L'io narrante qui è proprio sbagliato a livello di concetto, ma Shinkai ce l'ha piazzato perché fa figo ed è un suo tratto distintivo e piuttosto che non metterlo si farebbe amputare entrambe le mani, non riesco a trovare una spiegazione più convincente. Peccato, davvero peccato!
A questo punto mi riservo di riguardare il film quando uscirà in home video con l'adattamento italiano perché sono curioso di sapere quanto queste mie obiezioni siano valide o se sono stato io a non aver capito una cippa della storia - in tal caso farò pubblica ammenda su questa stessa sede. Se poi voi avete voglia di darmi una vostra spiegazione, la sezione "commenti" è li che vi aspetta!
L'arrivo della cometa (scena iniziale, no spoiler)
Commento conclusivo (spoiler finiti, tranquilli)
Cos'altro dire di Your Name.? Una sola cosa, che è la più importante di tutte ed è il mio vero metro di giudizio: ho una voglia matta di riguardarmelo, non c'è complimento migliore che possa fare ad un film che ho appena finito di guardare. Potrei anche dire una cosa strana: di Shinkai è sufficiente vedere solo questa produzione perché è il riassunto totale globale delle sue tematiche; se poi avete voglia di divertirvi a scoprire come in realtà il regista si sia divertito (o l'abbiano obbligato, il sospetto non mi abbandonerà mai) a de-costruire i suoi marchi di fabbrica ottenendo un lungometraggio che va in antitesi rispetto alla sua visione finendo col superarli tutti, allora non vi resta che riscoprire anche le sue produzioni precedenti. Per quanto mi riguarda, posso dire che il suo percorso di crescita l'ha compiuto tutto e che non credo riesca a superarsi nuovamente... ma sono pronto ad essere sonoramente smentito, anzi non vedo l'ora. Your Name. è senza dubbio uno dei film del 2016 da ricordare nel tempo, insieme a Silent Voice.
Nota di colore:
Come è noto, Shinkai è famoso per la fedeltà nella ricostruzione di fondali e scenografia, perfettamente aderenti ai corrispettivi originali. Se andate su questo sito, potete trovare foto di posti reali, le coordinate per raggiungerli e le immagini della controparte presente in Your Name.. Tutto ciò è fantastico! Landmarks Used in the Movie “Kimi no Na Wa.” - Fast Japan.
Giudizio finale:
Storia: 7 - finalmente, cribbio. Non solo il soggetto iniziale è interessante, nonostante il body swap sia un cliché usato e stra-abusato in molti manga e anime (per non parlare della filmografia occidentale anni '80), ma la sceneggiatura questa volta non si perde per strada e nonostante alcuni buchi / errori / prese in giro (chiamateli come volete) colossali, porta il lavoro a casa.
Regia: 9 - Il top, fino ad ora, raggiunto da Shinkai. Your Name. è veramente il punto più alto raggiunto dal regista. Il passo successivo è migliorare nelle animazioni dei personaggi, non ancora ai livelli dello Studio Ghibli, ma per il resto... Shinkai c'è!
Musiche: 8 - qui il secondo vero cambio di registro; quello del tono (non solo drammatico ed opprimente, ma anche frizzante almeno nella prima parte) si riflette sull'atmosfera musicale. Basta pianoforte strimpellato - non se ne poteva più - ma ecco una vera soundtrack fatta come si deve, con pezzi pop (uno quasi rock) e delle canzoni godibili e che ben si adattano alla storia. Il merito è dei Radwimps, banda rock giapponese a cui il regista ha chiesto di comporre ed eseguire le tracce principali.
Ritmo: 7 - brioso, frizzante, rallenta nella seconda parte, ma l'attenzione resta viva per scoprire come potrebbe andare a finire. Mai noioso, detto a Shinkai è davvero un complimento enorme. Per me c'è lo zampino di qualcun altro, mi sono spiegato più in dettaglio nel corpo della recensione.
Violenza: 5 - poco da segnalare.
Humour: 6 - incredibile, c'è pure qualche scena che strappa più di una risata! Makoto, sei proprio tu?
XXX: 1 - nulla da segnalare, un punticino in più per la gag umoristica che si ripete in più scene. (è ovvia, non vi dico cosa però)
Globale: 8,5 - Potevo dargli nove, a ben pensarci, ma per diversi motivi lo ritengo un voto eccessivo (come lo era per Silent Voice, ma lì l'immedesimazione è stata tale per cui me ne sono sbattuto la ciolla e gliel'ho dato lo stesso). Sicuramente Your Name. è un film riuscito, con un bel ritmo e una storia gradevole ed interessante, intenso ma non pesante, romantico il giusto ma senza essere sdolcinato, con diversi picchi memorabili per resa visiva ed emotiva. Non trovo un motivo valido per cui non dovreste vederlo, può piacere tantissimo o poco, ma è uno dei film più significativi degli ultimi anni. Non è un film impegnato o con messaggi sociali ben definiti, è evasione allo stato puro ma, porco cazzo, è fatto dannatamente bene.


Conclusioni finali totali globali

Uno dei tanti incroci visualizzati da Shinkai: overdose di colori.
(da 5 cm al secondo)
L'avrete capito: Makoto Shinkai, pur con tutti i suoi macroscopici difetti, a me piace. Lui per primo ama raccontare attraverso le immagini, e grazie a questo espediente semplice in teoria, elaborato nella pratica, non si può non restare a bocca aperta di fronte alla qualità sbalorditiva dei suoi fondali, dei disegni, dei colori, dell'uso intelligente della computer graphic. Il suo è un lavoro ai limiti della maniacalità, al punto che spesso l'aspetto tecnico non solo nasconde, ma addirittura disintegra il suo tallone di Achille, la scarsa abilità della scrittura / sceneggiatura. Prima di arrivare a Your Name., subito dopo aver visto Il giardino delle parole mi stavo dicendo: se solo avesse uno sceneggiatore degno di questo nome a dare un senso alla sua abilità visionaria, ci troveremmo tra le mani il capolavoro supremo dell'animazione giapponese. Your Name. ci è andato davvero vicino, cadendo in un paio di grossolani errori, ma finendo con risultare il più convincente come scrittura e maturità artistica. Pur in un contesto di costante e continua crescita, oggi Makoto è da prendere così com'è: un artigiano delle immagini, capace di creare dei quadri animati di sicuro impatto visivo, un artista dal grande talento e con un enorme potenziale da sfruttare. Da tenere d'occhio, perché per fortuna oggi non esiste più il solo Miyazaki: l'animazione giapponese ha, insieme al Kyoto Animation (ne ho parlato qui, nella recensione di A silent voice), dei diamanti grezzi capaci di discostarsi dalla attuale, monotona produzione di anime per le masse, sì validi, ma vuoti e senz'anima se non per una veloce evasione. Mai mi sognerei di parlare di cinema d'autore con Naruto o One Piece, ma forse potrei arrivare a farlo con alcuni registi dell'ultima generazione come lo stesso Makoto Shinkai, Naoko Yamada (A silent voice), Hiroyuki Okiura (Una lettera per Momo), Mamoru Hosoda (The Boy and the Beast, Wolf Children, La ragazza che saltava nel tempo) che si affiancano a mostri sacri come Mamoru Oshii (Jin-Roh, Ghost in the Shell, The Sky Crawlers), Katsuhiro Otomo (Akira, Steamboy), Hideaki Anno (Le ali di Honneamise) e il compianto Satoshi Kon (Perfect Blue, Tokyo Godfathers, Paprika). Non nomino quello che forse è il migliore, Isao Takahata (Una tomba per le lucciole), amico di Miyazaki nonché socio fondatore dello Studio Ghibli, lui è in una categoria a parte. Prima di chiudere, provo infine a rispondere alla domanda posta all'inizio dell'articolo: può dunque Makoto Shinkai essere considerato il nuovo Miyazaki? Al di là della bestialità di un paragone del genere (ciascuno dei registi sopra citati ha uno stile suo, ciascuno è unico a modo suo), e al di là del fatto che mi sono veramente stracciato le balle a sentire di questo confronto (quasi come ascoltare le musiche di Tenmon), vi dico in assoluta sincerità che la risposta per me è NO. Shinkai, negli attuali quindici anni di crescita, non ha ancora fatto il grande balzo, sembra un eterno incompiuto, forse perfino sopravvalutato. Bravo, bravissimo nel creare un soggetto e un'ambientazione, molto meno abile nel raccontarlo. Preferisce andare sul sicuro e giocare sulle emozioni facili, lasciandosi sopraffare dall'overdose visiva in cui, ammettiamolo, adora crogiolarsi. Lui stesso, in un'intervista, ha fatto un'affermazione interessante e condivisibile: "Io nuovo Miyazaki? No di sicuro, e non ci sarà mai nessun altro Miyazaki perché finirebbe sempre per essere il secondo. Di Miyazaki ce n'è uno solo, né mi interessa diventare come lui." Un altro, forse più importante, motivo che divide anziché unire Miyazaki e Shinkai è che il primo utilizza le sue opere per fare critiche sociali ben precise, mentre il secondo nemmeno ci prova ad affrontare temi di grande portata, preferendo soffermarsi sul particolare, sul sentimento dell'individuo, sulla singola emozione. Fra i nomi appena elencati, avrei forse puntato più su Satoshi Kon, a mio avviso il più completo e visionario, o su Yoshifumi Kondo (I sospiri del mio cuore), il più vicino alla poetica del Maestro. Peccato che entrambi ci abbiano lasciato prematuramente: quindi, per favore, lasciamo Miyazaki dove sta, e lasciamo che ciascun regista prosegua per la sua strada libero di esprimersi e senza che vengano scomodati paragoni totalmente campati per aria.
L'articolo  è concluso, vi saluto e vi lascio con due piccole appendici per rendere più completa la monografia: il rapporto tra Shinkai e Haruki Murakami, un suo grande ispiratore; e informazioni utili per reperire in italiano tutti i suoi film, con qualche nota sull'edizione.
Grazie per l'attenzione! Se siete arrivati fin qui, vi faccio i miei più sinceri complimenti: spero che questo lungo articolo sia stato di vostro gradimento, altrimenti stigrancazzi.

Makoto Shinkai e Haruki Murakami
Scena onirica, che richiama Murakami al 100%
(da 5 cm al secondo)
In apertura, avevo accennato alle fonti di ispirazione di Shinkai, facendo i nomi di Miyazaki e Murakami. Come promesso, provo a raccontarvi dello scrittore - che apprezzo enormemente - in modo da sottolineare quali siano davvero i punti in comune. Ben lungi dal presentarvi in dettaglio lo scrittore, primo perché non ne sarei in grado - il suo universo narrativo è molto complesso e va oltre Norwegian Wood - Tokyo Blues, la sua opera più famosa e probabilmente la più semplice - secondo perché un blog di cinema non è nemmeno la sede giusta. Quello che posso dirvi è che Haruki Murakami, classe 1949, è uno degli scrittori giapponesi contemporanei più famosi, superando in fama anche Banana Yoshimoto, che spopolò enormemente in Italia tra la fine degli anni '90 e i primi del 2000. Fortemente influenzato dagli scrittori della Beat Generation, di cui poi è stato anche traduttore dall'inglese al giapponese, amante del jazz e della cultura occidentale in generale, ha, fin da subito, cercato di unire due mondi per certi versi antitetici: quello giapponese e quello occidentale, risultando efficace, d'effetto e di successo. In Italia, grazie alle traduzioni di Giorgio Amitrano e Antonietta Pastore, abbiamo potuto leggere praticamente tutti i suoi bestseller, tra cui non posso esimermi dal citare questa selezione:
  • La fine del mondo e il paese delle meraviglie (1985, 2002 in Italia)
  • Norwegian Wood (1987, 1993 in Italia col titolo Tokyo Blues)
  • Dance Dance Dance (1988, 1998 in Italia)
  • L'uccello che girava le viti del mondo (1994-1995, 1999 in Italia)
  • Kafka sulla spiaggia (2002, 2008 in Italia)
  • After Dark (2004, 2008 in Italia)
  • 1Q84 (2009, 2011-2012 in Italia)
A parte Norwegian Wood, un solido romanzo di formazione e crescita, gli altri sono improntati su un peculiare stile visionario, dove spesso si intrecciano storie ambientate su più piani paralleli, a volte anche fantastici, in cui diversi protagonisti si muovono alla ricerca della propria identità personale. Sono personaggi spesso soli, senza un obiettivo chiaro nella vita, ma animati da una voglia di rivalsa verso la propria situazione. Dotato di forte ironia e di una spiccata vena surreale, Murakami ama però ammantare le sue storie di un velo di malinconia e tristezza. I suoi romanzi sono spesso accostati al genere letterario del Shishōsetsu (Romanzo dell'Io, I-Novel in inglese), secondo il quale gli eventi della storia, narrati in prima persona, devono corrispondere al vissuto dell'autore stesso, che riversa nei suoi personaggi le esperienze personali. Murakami, però, è andato oltre: leggendo Norwegian Wood, ad esempio, è facile cadere in errore e pensare che il protagonista sia una proiezione autobiografica, grazie alla quale lo scrittore sfrutta le sue esperienze passate per metterle su carta. Niente di più falso, come ci spiega lo stesso Murakami: se avesse dovuto scrivere un romanzo basandosi sulla sua vita da adolescente, avrebbe riempito al massimo 15 pagine. Non sto scrivendo queste righe per fare il figo (in fondo, basta andare su Wikipedia no?), ma perché lo stilema principale del Shishōsetsu lo ritroviamo in pieno anche con Makoto Shinkai (non dimentichiamo che prima di scoprirsi talentuoso artista, stava frequentando l'università di letteratura giapponese). I suoi film, escluso Viaggio verso Agartha (per questo continuo a ritenerlo il più atipico, il meno "suo"), hanno l'io narrante che spiega gli avvenimenti in modo molto intimista e che talvolta racconta le sensazioni dei personaggi come se si rivolgesse davvero allo spettatore. Esattamente come Murakami, nella realtà non c'è nulla di autobiografico, almeno a livello profondamente personale, ma i personaggi pensano e agiscono come se l'autore avesse vissuto davvero quella situazione. La presenza costante dei gatti in tutti i suoi film (l'unico in cui non compaiono è Il giardino delle parole) è un'altra dimostrazione di questa affermazione: in una intervista, Shinkai ha dichiarato di aver sempre vissuto circondato dagli amici felini, cosa ritenuta abbastanza naturale a Nakano, la prefettura in cui è nato. [4] 
Entrando più nello specifico, l'impronta maggiore di Murakami si trova in tre film.
5 cm al secondo è quello più facile da associare a Murakami: trasuda Norwegian Wood da ogni fotogramma del primo e del terzo arco narrativo, è impossibile non ricondurre Takaki al protagonista Tōru Watanabe del libro. Intendiamoci: i personaggi fanno e dicono cose assolutamente diverse, ma il richiamo all'atmosfera malinconica e al percorso di crescita personale presenti nel romanzo è molto forte, così come l'opprimente senso di solitudine e isolamento provato da entrambi i ragazzi. Altro tema centrale è l'idealizzazione dell'amore - ossessione in Shinkai, tensione erotica in Norwegian Wood - vissuto come motore degli eventi. Murakami aggiunge una sfaccettatura più drammatica ed elaborata, perché il percorso del suo protagonista prevede una serie di riflessioni sull'importanza della morte durante la vita (tema appena sfiorato da Shinkai in Viaggio verso Agartha).
Il secondo film da citare è Il giardino delle parole, che per alcuni versi può richiamare Kafka sulla spiaggia. Tralasciando l'elemento fantastico del romanzo, assente nel film, nel libro assistiamo ad un progressivo e folle innamoramento di un quindicenne nei confronti di Saeki, una donna più matura, che gestisce la biblioteca di Nakano (guarda le coincidenze: il luogo natale di Shinkai), rendendola una sorta di proiezione edipica della madre che non c'è più; lo stesso avviene con Takao. Parlo di spunti iniziali, perché poi, come è giusto che sia, le trame divergono enormemente; tanto semplice e lineare è la storia di Shinkai, quanto ingarbugliata, mistica, sorprendente è quella immaginata da Murakami. In Kafka sulla spiaggia, inoltre, incontriamo gatti senzienti: li abbiamo visti in Lei e il gatto e in Someone's Gaze, entrambi, a ben pensarci, più che debitori nei confronti di Murakami.
Il terzo film è ovviamente Your Name.: le disquisizioni pseudo-filosofiche sul Musubi, l'intreccio con balzo di tempo e di luogo appena più complicato, il ricorso ad un misticismo di fondo, sono i punti in comune più evidenti. Ma, più di tutti, il richiamo più forte è quello ad un brevissimo racconto, Vedendo una ragazza perfetta al 100% in una bella mattina d'aprile (sì, è il titolo completo) contenuto nella raccolta L'elefante scomparso e altri racconti (1993, 2001 in Italia). Se conoscete l'inglese e avete voglia di approfondire ulteriormente, suggerisco caldamente l'articolo apparso su The Animation Curation. Sapendo quando Shinkai conosca Murakami, è facile pensare che le similitudini con la breve storia scritta non siano un semplice caso: il tema della memoria e della sua scomparsa, l'incrociarsi per la strada, il riempire reciprocamente il vuoto con la presenza l'uno dell'altra... temi universali, certo, ma decisamente in comunione tra lo scrittore e il regista, su questo non ci piove.
Una menzione d'onore infine va a Oltre le nuvole, il luogo promessoci e a After Dark, che contengono un personaggio femminile che si risveglia dopo un sonno durato anni. Coincidenze? Non credo. [tono alla Adam Kadmon, zum zum!]. Lo stesso film ha come tema centrale quello degli universi paralleli, che Murakami sfrutta abbondantemente in diversi romanzi e racconti (La fine del mondo e il paese delle meraviglie su tutti).
Andando a ravanare nel calderone dei punti in comune tra i due autori, posso ancora citare i loro finali, spesso aperti e non risolutivi; o l'utilizzo di punti di vista multipli e piani narrativi di mondi alternativi; o, ancora, una particolare predilezione verso elementi sovrannaturali e fantastici che hanno ripercussioni sul presente "normale" dei protagonisti. Non vorrei lanciarmi in affermazioni roboanti che potranno essere smentite dalla vostra sensibilità personale, ma mi sento di dichiarare che è alquanto probabile che gli estimatori di Haruki Murakami lo siano anche di Makoto Shinkai proprio per questa serie di similitudini di fondo che li accomunano. Detto che, insieme a Norwegian Wood, il romanzo che ho apprezzato maggiormente è stato L'uccello che avvitava le viti del mondo, di cui paradossalmente non ho trovato traccia nelle opere di Shinkai, mi rendo conto di quanto sia difficile attingere da un libro così profondo, per certi versi scomodo e scottante dal punto di vista della Storia con la S maiuscola: ecco, se Makoto decidesse di farlo, forse compirebbe davvero quel salto di qualità che continuo a chiedergli dopo ogni suo film.

Makoto Shinkai in italiano

Prima di chiudere, ecco le informazioni necessarie per reperire le opere di Shinkai qui in Italia. Detto che la Kazé ha fatto scempio di Viaggio verso Agartha (del quale, come ho scritto nel corpo della recensione, è caldamente consigliato recuperare una versione fansub) il resto è bene o male trovabile e di discreta se non buona fattura.

Lei e il gatto
Edizione: d/visual
Anno: 2005
Supporto: DVD
Note: Inserito come bonus nell'edizione DVD La voce delle stelle
Edizione: Kazé
Anno: 2010
Supporto: DVD e Bluray
Note: Inserito nel cofanetto Makoto Shinkai Collection

La voce delle stelle
Edizione: d/visual
Anno: 2005
Supporto: DVD

Edizione: Kazé
Anno: 2010
Supporto: DVD e Bluray
Note: Inserito nel cofanetto Makoto Shinkai Collection

Oltre le nuvole, il luogo promessoci
Edizione: Dynit
Anno: 2017
Supporto: DVD e Bluray
Note: Uscito anche al cinema, martedì 11 e mercoledì 12 aprile 2017, su distribuzione Dynit / Nexo Digital

5 cm al secondo
Edizione: Kaze
Anno: 2010
Supporto: DVD e Bluray
Note: uscito in singolo e nel cofanetto Makoto Shinkai Collection

Viaggio verso Agartha
Edizione: Kazé
Anno: 2012
Supporto: DVD e Bluray
Note: qualità del doppiaggio italiano oscena, da evitare assolutamente, così come i sottotitoli

Someone's Gaze
Edizione: Dynit
Anno: 2014
Supporto: Nessuno
Note:  Uscito al cinema in abbinamento a Il giardino delle parole, mercoledì 21 maggio 2014, su distribuzione Dynit / Nexo Digital. Non presente in DVD / Bluray

Il giardino delle parole
Edizione: Dynit
Anno: 2014
Supporto: DVD e Bluray
Note: Uscito anche al cinema, mercoledì 21 maggio 2014, su distribuzione Dynit / Nexo Digital.

Your Name.
Edizione: Dynit
Anno: Novembre 2017
Supporto: DVD e Bluray
Note: Uscito anche al cinema, da lunedì 23 a mercoledì 25 gennaio 2017 su distribuzione Dynit / Nexo Digital. Il successo del film ha fatto sì che fossero confermate altre date: 31 gennaio e il 1º febbraio 2017, il 9 e il 10 febbraio 2017 per chiudere il 14 febbraio 2017 come evento speciale.

[1] Il Maestro Hayao Miyazaki non si ritira mai, ad ogni annuncio di abbandono, segue quello del nuovo film in produzione. L'ultimo annuncio di ritiro risale al 2013 e nel dicembre 2016 c'è stato l'annuncio di un nuovo film in produzione previsto per il 2019 (i più scettici pensano uscirà un paio di anni dopo).
[2] Una precisazione, che troveremo in diverse scene di Shinkai: in Giappone i ragazzi si scambiano email con il cellulare, non esiste l'SMS. Questo anche prima degli smartphone così come li intendiamo oggi (Android / iOS).
[3] Scommetto che le statistiche di accesso di Google mi riveleranno risultati imbarazzanti sulle parole chiave di ricerca utilizzate per arrivare qui.
[4] http://m.imdb.com/name/nm1396121/quotes?ref_=m_nm_trv_trv

Crediti

Mi sento in dovere di ringraziare La Moglie e l’amica Cecilia Cianchi per avermi dato una grossa mano a revisionare il testo e a sistemare le inevitabili magagne che un articolo così lungo porta con sé. Per il resto, come sempre fondamentali Wikipedia e imdb.com per snocciolare nozionismo puro, e Animeclick.it per le interviste a Shinkai e per alcuni spunti e idee nei commenti. Ottimo, infine, l’articolo apparso in The Infinite Zenith per la mia recensione de Il giardino delle parole. Le mie altre fonti di ispirazione sono state direttamente citate nel corpo dell’articolo.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...