domenica 10 dicembre 2017

Valerian e la città dei mille pianeti (2017) | Microrecensione

Valerian e la città dei mille pianeti
Voto Imdb: 6,6
Titolo Originale:Valérian et la Cité des mille planètes
Anno:2017
Genere:Fantascienza / Avventura / Azione
Nazione:Francia
Regista:Luc Besson
Cast:Dane DeHaan, Cara Delevingne, Clive Owen, Rihanna, Ethan Hawke.

Dane DeHaan, Clive Owen, Cara Delevingne

Notare il dettaglio della scenografia: ottimo!
Ah, la space opera! Uno dei miei generi preferiti in assoluto... oggigiorno se ne vede sempre meno ma, grazie ad alcuni filmoni recenti (chi ha detto Guardiani della Galassia?), qualcosina ancora salta fuori. La difficoltà di trovare un buon film di questo filone, va detto, è a causa di due livelli di problematiche: costi, innanzitutto, perché per rendere plausibile un'epopea spaziale c'è bisogno di un budget fra i più elevati per garantire grandiosi effetti speciali, make up e scenografie... tutto deve essere pompato sfruttando le tecnologie più moderne; in secondo luogo, idee. Purtroppo il racconto nello spazio rende più difficile trovare un soggetto originale che non sappia di "già visto o già detto". Prendiamo Valerian e la città dei mille pianeti, per esempio: nel dirigere questo film, il regista e produttore Luc Besson è andato a pescare dal cilindro dei suoi ricordi di ragazzino un fumetto del 1967 (concluso nel 2010), Valérian e Laureline agenti spazio-temporaliscritto da Pierre Christin e illustrato da Jean-Claude Mézières. Niente di nuovo, quindi, ma pur sempre uno dei principali ispiratori di Star Wars e di Besson stesso quando diresse Il Quinto Elemento (1997). Per il discorso del budget, direi che ci siamo: Valerian è una delle produzioni indipendenti (extra Hollywood) più costose di sempre ma, a causa dell'enorme spesa sostenuta e dell'elevata aspettativa, si è tramutato in uno dei flop commerciali più cocenti degli ultimi anni, non riuscendo nemmeno a raggiungere il punto di pareggio. Gli americani, probabilmente, non perdonano gli europei quando questi ultimi provano a scontrarsi sul loro stesso terreno, e ne hanno decretato il fallimento prima ancora che il film di Besson esordisse nelle sale: la bocciatura statunitense ha probabilmente creato un effetto domino che ha fatto sì che al cinema ci andasse meno gente di quanta i produttori si aspettassero. Guardate però i voti dei fan su imdb: la media forse non è lusinghiera, ma è ben lontana dalla solenne bocciatura dei botteghini.
E, mi duole ammetterlo, mia.
Sì, stavolta faccio io la voce fuori dal coro e vi dico che l'ultimo lavoro di Besson non mi è minimamente piaciuto, provocandomi vette di fastidio che non provavo da tempo immemore nel guardare un film con pretese così elevate.
Valerian e Laureline
Siamo nel 28esimo secolo. La vecchia ISS (L'International Space Station, la Stazione Spaziale Internazionale) in 800 anni è diventata sempre più grande fino a raggiungere la massa critica: non potendo più orbitare intorno alla Terra, viene trasformata nell'enorme colonia spaziale Alpha,  popolata da 17 milioni di abitanti di tutte le razze, alieni inclusi, con lo scopo di scoprire nuove galassie. Valerian (Dane DeHaan) e Laureline (Cara Delevingne) sono due agenti speciali con l'incarico di preservare l'ordine e la pace nelle galassie. Il duo riceve dal loro capo (Clive Owen) un incarico proprio su Alpha: una minaccia sconosciuta e oscura potrebbe mettere a repentaglio l'intera città-astronave, e spetta proprio ai due protagonisti l'ingrato compito di sbrogliare la matassa, districandosi tra alieni mutaforma con le gnocche sembianze di Rihanna, personaggi cattivi, altri personaggi buoni che in realtà sono cattivi, animali alieni bizzarri che cagano biglie (in realtà replicano qualunque cosa mangino creando tante repliche che escono... beh, potete immaginare da dove, ci siamo capiti?) e tante altre stranezze come è giusto che si vedano in un universo popolato da infinite razze extraterrestri. Valerian, noto sciupafemmine in passato, è follemente perso per Laureline e più volte le chiede di sposarlo, ricevendo costantemente da lei un sonante due di picche. Ce la faranno i due a salvare Alpha dai cattivoni? Ce la farà Valerian ad impalmare Laureline?
Ecco, grossomodo la trama è questa, chiaramente semplificata anche se non troppo. Messa così suona pure interessante, e lo sarebbe davvero, se non fosse che il film soffre di alcuni difetti, uno per me mortale (e che ne ha sancito la bocciatura finale), altri superabili ma che, messi insieme, lo rendono insufficiente. 
Partiamo da quello maggiore, così mi levo subito il pensiero. Madonna quanto mi stanno sulle palle i protagonisti! Non ne avete idea, davvero. Irritanti, inadeguati, totalmente privi di carisma, sopra le righe, ad ogni scena in cui comparivano mi prudevano le mani dalla voglia di prenderli a schiaffi. Se questo è un problema di caratterizzazione, c'è pure una grossa aggravante, data dagli attori: fuori ruolo - ma completamente! - entrambi con facce da ragazzini e che si atteggiano smargiassi ad eroi cazzuti. Ecco, mi si dirà che l'effetto è voluto (d'altronde il film è costantemente pervaso da una sottile vena ironica, tipica di Besson peraltro, e ci starebbe anche bene), ma vedere Cara Delevingne che stenta ad imbastire una scena decente che sia una, ecco, le palle mi rotolano davvero a valle. Lasciatemelo dire, lei è cagna forte a recitare. Alt! Non saltatemi addosso! So benissimo che là fuori, il mondo è pieno di suoi estimatori: ecco, (e)stimatela ma non venite qui a cercare di convincermi, la mia è una repulsione totale che mi impedisce di apprezzarla... non ce la faccio.

Sguardo basito F4 (95% del film così)
Sguardo incazzato (5% del film così)

Al di là dell'aspetto puramente soggettivo, il grosso problema è che se non compartecipo alle vicende dei protagonisti, non mi scatta la scintilla e l'empatia, e tutto il resto crolla come un castello di carte travolto dal gatto fetente che richiama la tua attenzione quando ha fame o è annoiato. Infatti - lo ammetto - a tre quarti del film mi sono pure addormentato per dieci minuti buoni dal tedio misto ad irritazione che mi ha pervaso durante la visione.
Rihanna (cuoricino)
I difetti, ad ogni modo, non finiscono qui. Posso dire che centoquaranta minuti sono eccessivi per una storia di questo tipo, sarebbe bastato togliere una buona mezz'ora di scene inutili e il ritmo ne avrebbe enormemente giovato. Dato che il film è pieno di scene davvero superflue, sarebbe bastato tirare il dado per scegliere quali tranciare e nessuno se ne sarebbe accorto. Un altro problema è l'enorme spreco di talento: visivo, innanzitutto (ci torno) e di attori. Vedere Ethan Hawke e Rutger Hauer in camei dimenticabili mi ha fatto storcere il naso, e dei comprimari si salvano giusto in due: Clive Owen nella parte del capo di Valerian e... udite udite... Rihanna in quella dell'alieno Bubble. Se consideriamo che fra tutti gli attori presenti a spiccare è proprio Rihanna (che attrice non è, ma qui è stata davvero brava nei venti minuti scarsi in cui compare), ecco che il quadro desolante si fa ancora più nitido.
Clive Owen
Un ultimo problema, che un po' è stato anche quello di John Carter (vi rimando qui alla recensione) è che, per quanto entrambi siano da considerarsi dei capostipiti cronologicamente parlando, al cinema ci sono arrivati fuori tempo massimo, causando un enorme per quanto involontario effetto di déjà vu. E quando i protagonisti di Valerian finiscono in uno stanzone che scoprono essere un enorme compattatore di rifiuti, ecco che mi è salita la carogna nonché una risata involontaria: sono ignorante, non so se è stato Star Wars a citare il fumetto originale o se è stato Valerian a citare Star Wars, sta di fatto che il mio cervello è andato in tilt e mi sono lasciato andare inerte sul divano in preda allo sconforto.
Ultimo difetto e poi la finisco, è la trama: non c'è un vero colpo di scena, non c'è carisma, non c'è tensione, lo svolgimento è piatto e prevedibile, già alla seconda scena capisci dove si andrà a parare.
Un esempio tra mille di alieni: molto realistici!
Parlando invece di aspetti positivi, qualcuno potrà tirare un sospiro di sollievo: il film ne ha diversi. Visivamente è un vero spettacolo e per questo i ringraziamenti vanno agli effetti speciali, curati sia dalla WETA che dalla ILM (Industrial Light & Magic). E ci mancava altro, esclamerete: sono le due migliori compagnie di effetti speciali al mondo (la prima nota per il Signore degli Anelli e Avatar, per esempio; la seconda per l'universo dei nuovi Star Wars e dei filmoni targati Marvel). Oltre all'aspetto tecnico, i plausi vanno anche all'inventiva dei creatori perché sono stati in grado di popolare un universo variopinto, bizzarro, multicolorato e, soprattutto, vivo. Mi fa storcere il naso pensare come, dei 17 milioni di potenziali personaggi presenti su Alpha, siano andati a pescare proprio Valerian e Laureline, certo è che sarei molto curioso di vivere altre storie ambientate in questi mondi che non contemplino la presenza di Cagna Delevigne e Dane DeHaan. Infine, per fortuna, la mano di Luc Besson si fa ancora sentire e ci sono alcune sequenze degne di essere vissute. La migliore, a mio avviso, è proprio quella iniziale, in cui assistiamo alla nascita della ISS e alla sua evoluzione in Alpha, sequenza interamente accompagnata dalla splendida Space Oddity di David Bowie. Intuizione bellissima, anche se già usata in più film e telefilm in passato; in Valerian, va detto, ha funzionato meglio che altrove.
In conclusione, per me Valerian è stata un'occasione terribilmente sprecata nonché un'enorme delusione, nato male a causa di un pessimo casting che non è stato in grado di rendere interessante un mondo meraviglioso e pulsante meritevole di un impianto potentemente epico. Invece, così com'è, è solo una storiella come tante, raccontata maluccio, arrivata fuori tempo massimo e totalmente privo di carisma. Dopo il non felice Lucy, Luc Besson sembra aver smarrito il suo tocco magico di regista e un po' mi spiace... non posso pensare che il creatore di capolavori supremi come Leon e Nikita, di una space opera tuttora superiore a Valerian (Il Quinto Elemento), di una serie action carismatica a pacchi come Taken sia caduto così in basso: aspetto sempre un riscatto che però sta latitando da quasi due decenni, almeno alla regia, segno che forse la mia è una speranza vana.

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 4
Storia totalmente priva di mordente, protagonisti terribilmente irritanti, assoluta mancanza di veri colpi di scena, attori che non funzionano. Un vero e proprio bestiario di cosa non si dovrebbe fare.
Musiche: 7
Un punto in più per la sequenza iniziale grazie a Space Oddity. Per il resto, musiche ottime e coinvolgenti.
Regia: 7
Molti tocchi di classe, splendidi effetti speciali, una sequenza memorabile, poi però tutto diventa prevedibile ed ordinario. Besson poteva fare molto di più.
Ritmo: 6
Parte epico, si adagia sulla sequenza iniziale pallosissima del mondo di Mül, poi decolla alla grande, infine deraglia nella banalità totale. Direi molto altalenante e poco organico nella struttura.
Violenza: 5
Poco da segnalare.
Humour: 6,5
La verve ironica di Luc Besson è sempre viva e affiora qua e là anche in mezzo ai 140 minuti di Valerian. Qualche scampolo di sorriso strappato è garantito.
XXX: 1
Poca roba, inclusa la Delevingne che proprio non mi piace, né fisicamente né come attrice (che non è, e mai lo sarà)
Voto Globale:
5
Valerian è un film che straborda sia visivamente che come presenza numerica di eventi: c'è tanta carne sul fuoco, pure troppa. È un film bulimico a cui però l'inettitudine e l'antipatia degli attori protagonisti, unita allo scarso carisma causato da una brutta sceneggiatura, hanno dato il colpo di grazia. 

martedì 5 dicembre 2017

Atomica Bionda - Atomic Blonde (2017) | Recensione

Atomica Bionda
Voto Imdb: 6,8
Titolo Originale:Atomic Blonde
Anno:2017
Genere:Azione / Spionaggio / Thriller
Nazione:Stati Uniti
Regista:David Leitch
Cast:Charlize Theron, James McAvoy, Toby Jones, Sofia Boutella, John Goodman

Charlize Theon in Atomica Bionda.
Charlize Theron, un nome una garanzia.
Potrei lasciar parlare il Neurone Numero 4 per ore e a ruota libera, son sicuro che direbbe solamente cose buone e giuste, tutte sensate e rigorosamente centrate sull'argomento (Charlize Theron per l'appunto). Ma io cerco di non essere sempre troppo triviale e mi obbligo ad aggiungere qualcosa in più: per esempio, comincerei col dirvi che dopo Mad Max: Fury Road, la nostra Charlize ci ha preso gusto e, anzi, ha pure alzato l'asticella. Diciamolo, l'attrice e modella sudafricana ha deciso di diventare un nuovo punto di riferimento nel mondo del cinema action (ricordiamo anche la sua apparizione in Fast & Furious 8 nei panni di Cipher, l'antagonista della Famiglia Toretto). Per anni Charlize ha cercato un soggetto che la ispirasse, alla fine si è trovata per le mani i diritti della graphic novel The Coldest City di Antony Johnston e Sam Hart del 2012, ha cacciato i soldi diventandone produttore, si è presa il ruolo da protagonista, ha scelto il regista e ha iniziato a menare tutti fin dalla pre-produzione.
Alt! Menare tutti?
Ci si mena come fabbri.
Eh sì, qui ci si picchia di brutto ed è il secondo grande motivo per guardare questo film. Il primo neanche ve lo esplico perché è lapalissiano. Ci sarebbero anche un terzo ed un quarto motivo per cui varrebbe la pena guardarlo, così come un quinto. Poi, tranquilli, vi dico anche cosa non ha funzionato, perché se è anche vero che mi sono esaltato come una bestia, è successo pure che mi fossi annoiato, e viste le premesse questo non sarebbe dovuto succedere. Procediamo con ordine ed inquadriamo la storia: di cosa parla Atomica Bionda? Lo prometto, cercherò di essere sintetico con la trama, per un paio di motivi che capirete più avanti.
Berlino, 1989, pochi giorni prima della caduta dell'omonimo muro. Un agente inglese del MI6, James Gascoigne, viene brutalmente assassinato da un agente russo del KGB perché in possesso de La Lista, un microfilm che contiene l'elenco di tutti gli agenti segreti operativi nella città. Per sistemare le cose e scovare Satchel, un agente doppiogiochista segreto che ha venduto informazioni fondamentali al KGB, viene spedita sul campo Lorraine Broughton (Charlize Theron), agente del MI6 di livello top top-mondo. Capiamo subito di che pasta è fatta fin dal suo atterraggio: inseguita dai sicari del KBG, se ne sbarazza non senza qualche fatica e si incontra con il suo contatto David Percival (James McAvoy), un agente stabilitosi a Berlino da almeno 10 anni, ambiguo nei modi e nelle finalità (ci sarà davvero da fidarsi di lui?) ma fondamentale perché conosce ogni cosa della città. Non tiriamola tanto per le lunghe: il cammino di Lorraine è burrascoso, ne dà e ne piglia un sacco, ha pure una relazione saffica con l'agente francese Delphine Lasalle (Sophia Boutella) e dopo averne combinate di cotte e di crude è pure costretta, dieci giorni dopo, a fare una lunga e dettagliata relazione al suo capo (Toby Jones) affiancato dal responsabile della CIA (John Goodman).
Interrogatorio
Il film, dal punto di vista narrativo, si svolge infatti sull'alternanza di due piani: quello del presente, in cui una malconcia Lorraine racconta la sua versione dei fatti, e quello di dieci giorni prima, in cui assistiamo a tutti i suoi spostamenti. Il film, lo si evince da queste poche righe, è una spy-story a tutti gli effetti con intrighi e doppi e tripli giochi, sviluppati secondo i canoni del thriller. La sua caratteristica peculiare è però una virata decisamente vigorosa sull'action: non solo sparatorie, quelle ovviamente ci sono, ma tanti sganassoni sul plesso solare e calci in faccia a profusione. In questo caso, la parola d'ordine - potrà stupirvi - è: credibilità. Può sembrare strano che una magrolina come Charlize si atteggi a Tony Jaa al femminile, ma il risultato è stato davvero credibile, frutto di un training intensivo che l'attrice ha sostenuto insieme a Keanu Reeves (il quale si stava preparando per John Wick 2) e soprattutto frutto di un semplice accorgimento che rende il risultato molto più realistico: lei incassa molti colpi, si fa male e ne porta i segni lungo tutta la narrazione del film. Non è la classica eroina che passa indenne le situazioni più assurde, Lorraine è invece una combattente che soffre e sputa sangue come un comune mortale. Poi, altrettanto chiaramente, resta necessaria una bella dose di sospensione dell'incredulità in alcune scene, ma la resa per certi versi fumettosa - al di là del soggetto originale - è fortemente voluta dal regista: gamma cromatica satura, luci al neon ovunque anche dove non ti aspetteresti di vederle, colonna sonora anni '80 a manetta.
Luci al neon anche nella stanza d'albergo...
Non sembra di vivere nella Berlino degli anni '80, per chi davvero c'è stato... sembra piuttosto di vivere la Berlino degli anni '80 così come viene dipinta dall'immaginario collettivo di oggi. La differenza è molto sottile ma ha un suo senso, che capirete guardandolo. In altre parole, è come se vedeste una Berlino in un universo parallelo sempre ambientato negli anni '80 dove però l'aspetto pop viene esasperato a più riprese. Il risultato a me è piaciuto molto e ai miei occhi è certamente un valore aggiunto al film. Tornando a quanto ho scritto poche righe prima, vediamo insieme i cinque punti di forza di Atomica Bionda.

Punto 2 - Azione
Niente fan service!
Ci si butta nella vasca piena di ghiaccio per lenire il dolore.
L'ho già anticipato poco prima: il film è un gran bel concentrato di azione e adrenalina, il merito è soprattutto del regista David Leitch. Chi non è fan del cinema d'azione, difficilmente conoscerà questo regista: parte come stuntman (è stato controfigura di Brad Pitt e Van Damme), ha fatto il coreografo di molti film di combattimento e soprattutto è stato co-direttore del film John Wick (2014) e lo sarà dell'annunciato Deadpool 2. Non male, vero? Ai fini del risultato ottenuto in Atomica Bionda, conta quello che ha fatto in John Wick con il compare Chad Stahelski: prendere gli insegnamenti di un filmissimo come The Raid: Redemption (se non sapete di cosa sto parlando, fermate tutto e andate a leggere qui - poi tornate pure a leggere di Charlize) e riversarli in una produzione occidentale. John Wick, con Keanu Reeves, ha fatto il botto in tutti i sensi ridefinendo i canoni dei film azione con combattimenti e ha aperto la strada ad un tipo di cinema in cui la coreografia è ben studiata, i combattimenti resi in modo estremamente realistico, il risultato finale da applausi. Atomica Bionda non fa eccezione, anzi è un tentativo di migliorarsi ulteriormente perché riesce a rendere plausibile quello che fa l'attrice, il più delle volte senza l'aiuto di controfigure. Un enorme plauso a Charlize e a Leitch, senza ombra di dubbio. Botte da orbi ben dirette e ben rappresentate.
Punto 3 - Anni '80 e Colonna sonora
Charlize Theron e Sophia Boutella (notare i riflessi neon)
Sull'aspetto visivo ho già fatto cenno: predomina il fluo insieme a colori saturi e sparati, visivamente il film è davvero uno spettacolo. Le tinte sono generalmente fredde in ambienti bui ma sovente l'esplosione del neon rosso, verde, rosa sovrasta tutto il resto. Ma questo risultato resta debole se non è affiancato da un adeguato impianto sonoro, cosa che per fortuna qui avviene. La soundtrack è un fantastico concentrato di rock anni '80 e fra i vari nomi spiccano i Queen (con Under Pressure nei titoli di coda - ma assente nella soundtrack originale - e Killer Queen usata nel trailer), David Bowie (Cat People), i Clash (London Calling), i Public Enemy (Fight the Power), i Depeche Mode (Behind the Wheel), gli Eurythmics (Sweet Dreams) e tanti altri. Come vedete, i nomi sono più che altisonanti e la scelta delle canzoni appare quasi scontata, ma l'effetto è garantito. Se proprio posso muovere una critica, avrei evitato di usare Cat People (Putting Out Fire): scritta da Giorgio Moroder con David Bowie appositamente per il film Il Bacio della Pantera (1982), questa canzone è stata poi riutilizzata da Quentin Tarantino in Bastardi senza gloria (2009) in una delle sue scene migliori, quella in cui Shosanna Dreyfus (Mélanie Laurent) si prepara per la sua atroce vendetta contro i nazisti. Ecco, non c'è stata resa migliore per questa canzone e lo dico pur non essendo minimamente fan di Tarantino: semplicemente, in questa sede avrei evitato.
Resta, in ogni caso, un risultato finale davvero convincente: il binomio immagini e suono hanno ricreato una splendida realtà alternativa degli Anni '80, fondendosi in una atmosfera unica nel suo genere. Certo: c'è I Guardiani della Galassia con il suo Awesome Mix 1 (e 2), e c'è Stranger Things (soprattutto la stagione 2), entrambi da questo punto di vista sono assolutamente superiori... ma Atomica Bionda si è difeso bene.
Punto 4 - Attori
Charlize Theron e James McAvoy (David Percival)
Sulla Dea Charlize Theron non dico altro, finirei con l'essere troppo riduttivo qualunque cosa decidessi di scrivere nonostante il sicuro abuso di superlativi assoluti che certamente inizierei ad usare, passo dunque oltre sottolineando come il resto del cast sia stato all'altezza. Primo su tutti James McAvoy: il suo David Percival è un personaggio memorabile, reso grandiosamente, perfetto nel suo ondeggiare tra pazzia, lucidità, amore e odio verso Berlino. Ambiguo nei modi e nell'essere, sguardo allucinato e spietato, in ogni scena ci lascia con un interrogativo: è uno stronzo totale o aiuterà Lorraine nella sua missione? La sua interpretazione qui va decisamente oltre quella peraltro impeccabile di quando è stato Charles Xavier (giovane) nella serie cinematografica degli X-Men. Ottimi Toby Jones e John Goodman (li vediamo praticamente solo nelle scene dell'interrogatorio, ma la loro presenza si fa ben sentire), sensuale e affascinante la calda Sophie Boutella, che ben contrasta l'algida presenza dell'inarrivabile Dea. Quello che resta, dopo la visione, è però la sensazione di un film completamente costruito attorno alla Theron, il resto è solo un contorno.
Punto 5 - Piano Sequenza / Long Take
Una delle fasi concitate del long take per eccellenza.
Intorno a tre quarti di film c'è una scena di circa dieci minuti, che compare anche nel trailer per qualche sequenza. Segnatevelo: questa scena vale l'intero film da quanto è ben fatta. Si tratta di un piano sequenza da spellarsi le mani in applausi scroscianti. Charlize inizia un combattimento in un edificio, scena che prosegue lungo le scale, in altre stanze del palazzo e si conclude a bordo di un'auto, il tutto sempre con la stessa telecamera che segue l'eroina senza uno stacco di visuale. Tecnicamente sarebbe più un long take, perché la scena si chiude con uno stacco di inquadratura nella stessa sequenza (l'auto che si ribalta), se invece lo stacco avesse comportato un vero cambio di scena allora sì, avremmo potuto definirlo un vero piano sequenza. Quando ho scoperto che questo long take è stato ottenuto unendo tra loro una quarantina di take (riprese) invece che con un solo lungo take, sono rimasto un po' deluso: il regista mi ha ingannato, facendomi credere di essere riuscito a fare qualcosa di memorabile come lo è stato con Hard Boiled (John Woo, 1992), The Protector (Prachya Pinkaew, 2005) o Omicidio in diretta (Brian de Palma, 1998). Poi ci ho ripensato e mi son detto: "Poco male, quello che conta è il risultato finale, roba che mi sono stropicciato gli occhi come non succedeva da un pacco di tempo..." E quindi, che vi devo dire? Fantastico lo stesso, esticazzi se c'è stato il barbatrucco in CGI. Fatevi un favore e guardatevelo.
Dopo tutti questi elogi, probabilmente qualcuno di voi si aspetterà di trovare un voto molto più alto: di solito, nelle mie recensioni funziona così. Però... c'è un però. Atomica Bionda è un film molto lontano dall'essere perfetto e soffre di qualche difetto che ne ha minato la godibilità.
I punti negativi sono grossomodo due: la noia e l'adattamento italiano.
Flashback! Volto pulito prima degli schiaffi
Il vero problema del film è la trama. Facile dire: "È un John Wick al femminile con una trama dietro", il problema è che quello che ci hanno costruito attorno è veramente... troppo. Mi spiego meglio: la storia è ricca di doppi e tripli giochi, con diversi colpi di scena (incluso il finale), però è davvero farraginosa e poco bilanciata. All'inizio si fa fatica a seguirla, complice anche l'alternanza di flashback e fast forward. Gli agenti del KGB, con la loro barba anni '80, sono tutti simili fra loro e per chi, come me, ha il potere speciale "Fisionomia NULLA" diventa un ulteriore fattore di difficoltà. Poca roba, intendiamoci, ma lo dico francamente: di tutta questa inutile sovrastruttura se ne poteva fare davvero a meno, sarebbe stato molto meglio snellire la narrazione, potare dialoghi inutili (tanto l'obiettivo era quello di fare un film di menare, giusto?), velocizzare alcuni passaggi.
Il secondo punto negativo è il solito sconfortante adattamento italiano, a partire dal titolo. Perché mettere Atomica Bionda e non Bionda Atomica, che avrebbe reso al meglio il gioco di parole del titolo inglese che fa leva su Blond / Bomb (la bomba atomica, la regina indiscussa dei deterrenti durante la Guerra Fredda)? Vogliamo parlare dell'accento forzatamente francese della doppiatrice di Delphine, irritante oltre ogni modo, ben più macchiettistica della parlantina originale della stessa attrice franco-algerina? Ma perché se c'è un francese di mezzo deve parlare come Asterix, se c'è un italiano come i legionari romani e se c'è un tedesco come Trapattoni durante la famosa conferenza stampa in cui si scagliò contro Strunz?
Sguardo intenso rivolto a Berlino Est
Preferisco non rispondere e passare oltre, scrivendo le solite righe conclusive della recensione: Atomica Bionda merita una visione? In linea di massima, dico di sì, con i soliti dovuti distinguo: dovete riuscire a superare indenni il tedio dovuto ad una trama inutilmente cervellotica, deve piacervi l'action, devono piacervi film dove ci si mena come fabbri, dovete essere in grado di esaltarvi come Tardelli nella finale dei Mondiali '82 alla visione del long take di cui sopra. Ma, soprattutto, dovete rimanere in venerazione di Charlize Theron così come farebbero Terence Hill e Bud Spencer di fronte all'enorme tavolo imbandito di Io sto con gli ippopotami, o come Il Mastro di chiavi davanti a Guardia di porta in Ghostbusters. Spero di aver reso l'idea, ora scusatemi ma devo andare a bere un Martini e a lucidare il cofanetto di Mad Max: Fury Road.


Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 4
Poteva essere interessante, oltretutto c'era da basarsi sull'omonimo fumetto senza fare tanti voli pindarici: purtroppo, a mio avviso, su schermo non funziona. Storia troppo farraginosa da seguire, con strappi improvvisi che non aiutano. Carini ma telefonati i colpi di scena.
Musiche:
8
Qui si gioca in casa, era difficile sbagliare: colonna sonora prettamente anni '80, con alcuni pezzi veramente grossi. Da ascoltare senza ombra di dubbio!
Regia: 8
L'opera prima da regista solista di David Leitch è convincente. Regia solida, bel montaggio e qualche virtuosismo (il long take tanto discusso). Le scene action sono il punto forte del film: meno male.
Ritmo: 6
Il voto è forse troppo basso, perché il film è effettivamente frenetico e adrenalinico. Purtroppo a penalizzare il ritmo è la trama, che ne affossa la fruibilità immediata.
Violenza: 6
I combattimenti sono ben fatti, resi ancora più realistici grazie al make up: volti tumefatti, ferite visibili e così via. Niente splatter, intendiamoci, ma il dolore è visivamente rappresentato in modo credibile. Tanto mi basta.
Humour: 4
Non ricordo di aver sorriso. Credo.
XXX: 6
In realtà il voto giusto è 10, basta la presenza di Charlize Theron ad ottenere un voto così immediato. Se poi ci aggiungi la scena lesbo con Sophie Boutella, la sufficienza arriva con facilità direi irrisoria.
Voto Globale: 7
Difficile dare un giudizio bilanciato al film. A me è piaciuto, anche parecchio, nonostante il tedio abbia fatto capolino qua e là. Mezzo voto in più per il long take, un vero e proprio valore aggiunto al film. Per il resto, Charlize giganteggia in lungo e in largo, portando sulle sue (splendide) spalle un intero film. Bravissima.

Punto 1










venerdì 10 novembre 2017

[Speciale] [Extra] Joe Cocker | Monografia





Joe Cocker, l'ultimo leone
Il mio piccolo mondo scandito dalle sue canzoni

di
Gian Piero Aschieri
(c) 2015-2017 Gian Piero Aschieri

A mio padre.

Qui di seguito, il testo integrale per chi ha voglia di leggerselo con i colori spacca-vista del blog.

Premessa 1: questo articolo era stato originariamente pensato per il blog "Quello che gli altri non vedono", dedicato al Cinema (con la C maiuscola – o minuscola, dipende dai punti di vista). Parlare in quella sede di Joe Cocker, cantante, mi è poi parso fuori posto; d'altronde, fare un blog "Quello che gli altri non ascoltano" solo per quei due o tre cantanti che conosco non mi sembrava il caso. Quindi, dal momento che a casa mia decido io, e a causa del fatto che un paragrafo di qualche riga si è trasformato in tema logorroico, l'articolo compare in forma di e-book gratuito, liberamente scaricabile. E sarà estremamente lungo. Magari tedioso, magari no. Buona lettura.

Premessa 2: Sono completamente incompetente in fatto di musica, non conosco il gergo di chi la mastica, non so nulla in fatto di tecnica. Sicuramente ci saranno errori e sfondoni,  inoltre in alcuni punti mi atteggerò a saputello nonostante la mia conclamata ignoranza in materia. Ne sono consapevole. Perdonatemi e vogliate segnalarmi tutte le inesattezze; tutto il resto, invece, è frutto di opinioni strettamente personali.

Introduzione
Penso che sia doveroso informare il lettore, credo occasionale, di quello che troverà in questo lungo scritto. Si parlerà del cantante Joe Cocker, e il pezzo è idealmente diviso in tre parti distinte: la prima, molto personale, riguarda il mio piccolo mondo e di come ho conosciuto, musicalmente parlando, l'artista; la seconda è il racconto di parte della sua vita, scandito attraverso le diverse incarnazioni della sua canzone simbolo; la terza è nuovamente una parte più personale perché è la mia ragionata Top Ten, con qualche considerazione aggiuntiva sugli artisti coinvolti.

Joe Cocker & Giampy
La scomparsa di Joe Cocker, avvenuta il 22 Dicembre 2014, ha aperto in me un enorme Vaso di Pandora di emozioni. Ho vissuto gran parte della mia vita accompagnato dalle sue canzoni. Ogni momento cruciale della mia vita ha, nella sua intima colonna sonora, una canzone di Joe. Sia che fosse un momento felice, sia che fosse un momento triste, Joe c'era: in modo discreto, ma c'era. Certo, parlare di discrezione riferendosi al ruggito del Leone di Sheffield suona quasi come un ossimoro, ma lui non era solo voce graffiante; rock, blues e pop erano solo diversi modi di cantare ed esprimersi: stiamo parlando di un cantante che ha, artisticamente parlando, attraversato sei decadi, ciascuna contraddistinta da sonorità e modi di cantare peculiari tipici del periodo.
Qui in Italia, in molti lo ricordano principalmente per due successi: la canzone dello spogliarello di Kim Basinger in 9 settimane 1/2 ("You can leave your hat on") e per la sua sfolgorante apparizione a Woodstock nel 1969. Il mio incontro con Joe Cocker è invece stato un po' particolare e necessita di un preambolo abbastanza lungo. Probabilmente risulterà poco interessante, ma sento un bisogno fisico di raccontarlo. Si parte dal febbraio del 1988. Io avevo dodici anni e fino ad allora di musica ero di un'ignoranza veramente paurosa. Non che oggi le cose siano migliorate, anzi. Di fatto, ero la disperazione dei miei genitori, amanti del Jazz, della musica classica e di qualche capatina nello swing; io avevo costantemente e ostentatamente snobbato i loro ammirevoli tentativi di farmi conoscere quella che per loro era "La Buona Musica". Più cercavano di farmi ascoltare Louis Armostrong, Miles Davis, Toots Thielemans, più li evitavo. Ero uno zuccone fatto e finito: quelle canzoni mi sembravano proprio aritmiche, irregolari e poco pulite, in pratica tutto l'opposto di ciò che mi attrae ad un primo ascolto. Per me allora esistevano solo le sigle dei cartoni animati e dei telefilm. Ascoltavo ininterrottamente i 45 giri di Daitarn III, Il Grande Mazinger, Mimì e le ragazze della Pallavolo e tante altre e in questo modo riempivo i miei pomeriggi di gioco e studio. Quando, ad esempio, correvo al giradischi per mettere a tutto volume Koseidon, vedevo mio padre scuotere mestamente la testa... ma nemmeno i suoi sfottò e le sue prese in giro mi scalfivano. Col senno di poi, sono arrivato a pensare che un po' lui ci soffrisse. Niente di esagerato, per carità, ma a chi non è capitato di provare un po' di frustrazione quando, nel far ascoltare agli amici le proprie canzoni preferite, arriva una risposta del tipo: "Non è musica / è solo rumore / ma cosa cacchio ascolti? / che è 'sta merda?". E tu magari, con un filo di voce e tono speranzoso, azzardi un: "Dai, che dopo migliora...". Proviamo invece ad inquadrare mio padre: era classe 1923 (sì, io sono arrivato tardi). Subito dopo la II Guerra Mondiale, negli anni Quaranta e Cinquanta, subì il fascino dei grandi artisti americani, quelli del Jazz soprattutto. Quella musica così esplosiva era una vera novità, soprattutto ad Altare, il paesino dell'entroterra ligure in cui viveva: era come se la Brescello di Don Camillo e Peppone si fosse interamente teletrasportata nella Val Bormida. Mio padre aveva un aneddoto che mi raccontava spesso. Lo zio Mario, altarese di nascita e fiorentino d'adozione, ogni tanto passava a trovarlo. Era un melomane, di quelli di vecchio stampo, ossessionato dalla musica lirica, fan di Beniamino Gigli e cultore del galateo e del buon gusto. In una di queste visite, mio padre tirò fuori un disco nuovo di Armstrong e gli disse: "Senti! Ti faccio ascoltare la Vera Buona Musica.". La scena fu grottesca, comica e drammatica al contempo; il tempo di appoggiare la puntina del giradischi e far partire i primi dieci secondi, e sul volto dello zio si dipinse uno sguardo colmo d'orrore. Si alzò e se ne andò via senza dire nulla. Non si parlarono per mesi interi, e la riappacificazione avvenne solo con il matrimonio di mio padre. Quello che la parentela unisce, la musica divide... Non che poi babbo rivivesse quella scena ogni volta che vedeva me e i miei 45 giri colmi di musica che lui non capiva, ma penso che mi raccontasse questa storia per farmi riflettere un po'. Ma io niente, continuavo imperterrito nella mia pervicace ignoranza musicale. Il fascino dell'Alabarda Spaziale e della Spada Diabolica era ancora troppo forte...
Ad allargare i miei ristretti orizzonti ci volle qualche lezione di musica in prima media: vedevo intorno a me gli amici che snocciolavano pomposamente conoscenze di Michael Jackson, Bon Jovi, Lucio Battisti, Duran Duran e Spandau Ballet. Tutti nomi che suscitavano in me niente altro che la linea di un encefalogramma piatto; qualcosa in me iniziò ad incrinarsi quando realizzai il significato delle loro facce: quelle di chi era convinto che fossi un alieno o con qualche rotella fuori posto. La pre-adolescenza è un'età un po' bastarda; sentirsi fuori dal gruppo solo per avere idee un po' strambe non era il massimo: fu con questo sentimento che decisi di ascoltare qualche "suggerimento", se così vogliamo chiamarlo. Colsi un'opportunità che fino ad allora era per me totalmente inesplorata: il Festival di Sanremo! Quale migliore occasione per farsi un'idea della canzone italiana e di quella internazionale del momento, con i super ospiti? A scuola tutti ne parlavano e, volente o nolente, quella volta anch'io decisi di seguire il gregge. Quel Festival fu indubbiamente una pietra miliare per la mia scarsa formazione musicale. Per cinque terribilmente lunghe serate si consumò un rito quasi buffo: mi posizionavo di fronte al televisore CGE in salotto, con il registratore-mangianastri Sanyo appoggiato all'altoparlante. Appena partiva una canzone, urlavo: "Silenzio!", premevo il tasto REC e ascoltavo. Se la canzone mi piaceva la tenevo, altrimenti tornavo indietro per sovrascriverla con quella successiva. E così via. I potentissimi mezzi a mia disposizione erano quelli: oggi viene da sorridere, ma a quei tempi non è che potessi fare di meglio. Il risultato era davvero orribile: sul nastro veniva inciso di tutto, dalla ciabatta di mia mamma al colpo di tosse di papà, fino al ronzio magnetico costante del televisore, il vero suono di tutta la colonna sonora della mia infanzia. Di quella cassetta BASF 60 minuti ricordo: "Nel blu dipinto di blu" cantata da Pavarotti (era la sigla di apertura del Festival di quell'anno), "Inevitabile follia" di Raf, "Emozioni" di Toto Cutugno, "Cielo Chiaro" dei New Trolls, "Lay down on me" di Miguel Bosè, "Dance little sister" di Terence Trent D'Arby, "Once upon a long ago" di Paul McCartney e, come ultima, "Unchain my heart" di Joe Cocker! In realtà ne registrai tante altre (perdendomi però "Wanted dead or alive" dei Bon Jovi, che riscoprii qualcosa come venticinque anni dopo e che oggi è una delle mie ballad rock preferite), ma i titoli appena elencati sono quelli che ascoltai fino allo sfinimento per i mesi successivi. Va detto che ho sempre avuto bisogno di molto tempo e tanti ascolti per assimilare canzoni nuove. In quel caso, dovetti ammettere a me stesso di assaporare per la prima volta qualcosa di fresco e diverso. Non dico migliore: le sigle televisive erano e restano tutt'ora una mia passione. Una riflessione a margine: quel Sanremo '88 ebbe una sfilza impressionante di nomi altisonanti del mondo della musica; in quale altra occasione avreste potuto assistere ad esibizioni di Paul McCartney, Bon Jovi, Joe Cocker, New Order, Rick Astley, Def Leppard, Ben E. King? Erano altri tempi e il Festival aveva un fascino anche internazionale (oltre che, immagino, un budget non indifferente). Che poi a vincere la competizione fosse stato Massimo Ranieri con "Perdere l'amore", beh, la cosa non mi interessò minimamente né allora, né tantomeno oggi.
Dopo tutto questo lungo preambolo, vi starete chiedendo: "E Joe Cocker? L'hai buttato in mezzo a tanti nomi, non si capisce dove vuoi andare a parare!" Eh, sì: il momento topico deve ancora arrivare. Passarono mesi e  arrivò l'estate del 1988. Ero con i miei genitori in Sardegna, seduti su una rotonda sul mare, a parlare del più e del meno. Era una di quelle giornate soleggiate dove sentivi solo il profumo del mare, dei fichi d'india e del gelato Piedone; sui giornali furoreggiava il Giallo del Catamarano. Alle spalle rumoreggiava uno scassatissimo jukebox. Un oggetto forse sconosciuto oggi, ma ai tempi era il modo migliore per diffondere musica spensierata e da ballare urlando. Ricordo che il discorso cadde sulla musica, e per l'ennesima volta papà mi prese in giro: "Ma dai, tu ascolti solo i robot (per giunta quelli giapponesi, tutti fatti al computer), quelle sono canzoni da bambini!". Dopo mesi di ascolto della mia BASF 60 minuti, quell'estate mi sentii pronto. Tutto impettito, dissi: "Ora ti sorprenderò.". Presi un bel respiro e andai a guardare l'elenco delle canzoni presenti al jukebox: il vuoto. Il nulla cosmico. Una sfilza di nomi composti da caratteri messi a casaccio. Nick Kamen? Jovanotti? Spagna? Gipsy Kings? Prince? Il mio campione di canzoni conosciute era ancora veramente troppo ristretto. L'ingenuità era ed è una delle mie caratteristiche principali. Stavo per tornarmene mestamente alla sedia con le pive nel sacco, quando con la coda dell'occhio lessi un titolo che fece accendere la mia personale lampadina: "Una! Ecco una canzone che conosco!". Esultante, guardai mio padre e gli dissi: "Ah! Ascolta questa!" e inserii una moneta da 200 lire. Le note di "Unchain my heart", versione Joe Cocker, riecheggiarono per tutto quel bar-ristorante a ridosso della spiaggia di Nora (Pula, provincia di Cagliari). Né io né mia mamma scorderemo mai gli occhi spalancati dallo stupore di mio padre. Era quell'estasi di chi ha compreso: "Mio figlio ha visto la luce, hallelujah!". Finalmente quel momento era arrivato, chissà da quanto lo aspettava! Mio padre si aggrappò a Joe Cocker per scardinare la mia ritrosia ad ascoltare La Vera Buona Musica. Subito mi disse: "Devi sapere che Unchain my heart la cantava Ray Charles, uno dei più grandi bluesman di sempre." E pochi giorni dopo mi regalò una musicassetta di Ray Charles. Che ascoltai pochissimo, lo ammetto. Un po' per il mio solito essere controcorrente, un po' perché la voce di Ray Charles non mi attirava per nulla, un po' perché da spocchioso (e anche stronzetto) non volevo certo ascoltare musica di 30 anni prima, vecchia dentro, ma il vero motivo in realtà fu un altro: come regalo a Natale mi arrivò il 33 giri "Unchain my heart" di Joe Cocker! Ecco infine la mia prima droga musicale al di fuori del mondo delle sigle. Ancora oggi questo LP è il mio preferito di sempre. Proprio in quegli anni, la mia professoressa di musica delle medie ci diceva: "Diffidate dalle produzioni moderne! I cantanti oggi fanno una o due canzoni decenti, poi negli album ci infilano tanta spazzatura solo per riempire lo spazio del disco. Solo i Grandissimi riescono a produrre un album fatto di dieci potenziali 45 giri!" E decisi lì, sui due piedi, che Joe Cocker fosse un Grandissimo. Le canzoni del 33 giri di "Unchain my heart" mi piacevano tutte e le ascoltai fino allo sfinimento. Mio padre quasi gongolava. Quando ne aveva la possibilità (lo vedevo una settimana al mese, era sempre via per lavoro), mi prendeva da parte e mi faceva qualche lezioncina di musica. Di Joe Cocker mi disse due cose che rimasero scolpite nella mente e che, ovviamente, scoprii verissime: "Joe Cocker ha il blues nel sangue e, come tutti i bluesman, lui non segue la musica: la anticipa. È sempre un decimo di secondo avanti. È una dote che hanno in pochi." E aggiungeva: "Joe Cocker si rifiuta di cantare in playback. Solo i pavidi cantano in playback. Ogni volta che canta dal vivo tira fuori una canzone sempre diversa. Proprio come i jazzisti." Ed è vero: ogni live di Joe era diverso da quelli precedenti; poteva cambiare gli attacchi, i passaggi da ritornello a strofa, il finale. Non esisteva esibizione uguale a quella precedente. "La vera forza di un cantante la vedi dai suoi live, non dalle versioni in studio."
Prima di mancare nel 1990, mio padre fece in tempo a regalarmi altri 33 giri o MC (musicassetta) che ho ascoltato in loop infinito: "One night of sin" (1989) contenente la mia preferita in assoluto "When  the night comes"; due live, il "Joe Cocker Live" (1990) e il "Live at L.A." (Los Angeles, 1976 ma inciso nel 1972); e mi fece conoscere i Bee Gees, perché in quell'anno in tv stavano martellando con l'antologia "Bee Gees Story" e, incuriosito, fece l'ardito esperimento di regalarmi la musicassetta. Che adorai già al primo ascolto. Non ringrazierò mai abbastanza mio padre, anche per la pazienza che ha avuto nell'aspettare che la mia riottosa curiosità finalmente si smuovesse dal suo testardo e stupido torpore.

Joe Cocker da Sheffield con furore
Non fu un caso, ma lo scoprii solo dopo: in quel Natale del 1988 mio padre mi regalò anche due LP 33 giri dei Beatles fra cui l'Anthology con la doppia copertina bianca e nera; Joe Cocker il suo primo grande successo l'ha avuto proprio grazie alle loro canzoni, una in particolare... vediamo come.
John Robert, detto "Joe", nacque nel 1944 a Sheffield, città industriale del nord Inghilterra: centro importante della rivoluzione industriale, popolata da gente spiccia, di quelle che vanno dritte al sodo con poche parole ma tanta energia; non a caso, Sheffield è città natale di gruppi come Def Leppard, Human League e Arctic Monkeys. Il background molto british, fatto di humour ma anche di sentenze lapidarie, viene sottolineato con un aneddoto sul suo soprannome; il padre di Joe era l'unico ostinato a chiamarlo col vero nome. "Ciao papà, sono Joe" si annunciava Cocker al telefono quando chiamava a casa, anche anni dopo e all'apice del successo; "Non conosco nessuno con questo nome, qui." si sentiva sempre rispondere... ma il papà non ostacolò mai le ambizioni del figlio. Joe iniziò a cantare prestissimo; per vivere, lavorava come tecnico del gas. Di sera con i suoi amici si esercitava a suonare e cantare. Quattordicenne, esordì con i Cavaliers, dove suonava la batteria e faceva la prima voce; poi il gruppo si evolse e divenne Vance Arnold and The Avengers: nome certamente evocativo, ma che non attecchiva molto nei locali in cui si esibivano; lì ci si sparava tanta birra, scoppiavano risse devastanti che spesso finivano con coltelli a serramanico usati senza ritegno, ed in pochi erano attenti ad ascoltare la musica di chi suonava sul palco. Era la gavetta, e Joe non si sottrasse. Nel tempo lui e la sua band si lanciarono più nel blues (la vera vocazione di Joe), e, cambiato nome in Grease Band, scelsero anche locali più attenti alla musica: il rock fu temporaneamente lasciato a chi si scannava e declamava ritornelli ruttando. Un aneddoto che il cantante ogni tanto amava tirare fuori riguardava una location per esibizioni a Glasgow, Scozia. "Perché il suo palco è alto più di dieci metri?", chiese al gestore. "Perché così le bottiglie non raggiungono i cantanti", fu la risposta mentre la band rabbrividiva. Nei primi anni '60, dopo audizioni e registrazioni mai pubblicate, avvenne una delle svolte più importanti della sua vita, musicalmente parlando: l'incontro con Chris Stainton, che rispose al loro annuncio "bassista cercasi". Nativo di Sheffield, capelli lunghi e dritti sparati, smilzo e dinoccolato, eccentrico e stravagante nel vestirsi alla moda hippy, ma con un talento assurdamente straordinario: sapeva suonare con la medesima e disarmante facilità la chitarra, il basso, il piano e l'organo. Ed era l'unico in grado di trasformare in musica (e spartiti) le intuizioni e gli arrangiamenti di Joe. Non ci fu decisione presa che non avesse l'avallo di Chris, e fu chiaro come la direzione artistica del gruppo fu presa in pugno dal duo Chris-Joe. Il sound, e di conseguenza l'appeal del gruppo ne giovarono enormemente. 
Dopo l'incisione del primo singolo ufficiale "Marjorine" (1967), per Joe il grande successo arrivò nel 1968-1969 con la sua seconda cover dei Beatles: "With a little help from my friends" (la prima fu "I'll cry instead"). Questa canzone merita un lungo discorso a parte: fu scritta nel 1967 da Lennon e McCartney appositamente per Ringo Starr, in questo caso voce principale. La canzone è strutturata con una serie di domande e risposte date da Ringo agli altri tre Beatles. E Joe l'ha fatta sua. Talmente sua da trasformarla quasi completamente, con un ri-arrangiamento totale. Si narra che l'idea di coverizzarla nacque a Joe quando era in meditazione profonda sulla tazza del WC di casa sua a Sheffield. La Musa Ispiratrice è in grado di palesarsi nei tempi e nei modi più imbarazzanti e sorprendenti. Joe andò di corsa dai suoi membri e disse: "Questa! La voglio in 3/4!". Tutte le loro canzoni, all'epoca, erano in 4/4, e Joe voleva qualcosa di diverso, con un ritmo che lo assecondasse maggiormente. In quelle settimane, l'hit del momento era "A whiter shade of pale", dei Procol Harum: la loro idea di trarre ispirazione da J. S. Bach era risultata vincente sia in termini di qualità sonora che di vendite (ci torneremo). Joe e Chris vollero qualcosa di simile e chiesero al tastierista Tommy Eyre di fargli un'intro con organo che desse alla canzone un sound contaminato con la musica classica. Tommy, anch'egli di Sheffield, talentuoso diciannovenne che con la paga della band si era comprato un nuovissimo organo Hammond, si scervellò come un ossesso fino a regalare un pezzo che sarebbe entrato nella storia: Chris aggiunse la traccia del basso e della batteria, e l'intro fu confezionata con tutti i crismi. Oltre l'intro, la canzone subì un cambio di ritmo blues e vide l'aggiunta di intermezzi con chitarra elettrica. Con questa nuova riproposizione, "With a little help from my friends" diventò un vero e proprio inno della carriera di Joe, che l'ha riproposta in tanti modi diversi, tutti improntati sul suo inconfondibile stile. Io vorrei ricordarne quattro: una in versione studio e tre versioni live.
  1. Versione studio, album "With a little help from my friends" (pubblicato in aprile 1969). È quella che ha dato il via alla carriera di Joe. Estate 1968. Bisognava mettere in pratica le intuizioni di Chris e Tommy. Il primo giorno di incisione fu però un disastro: provarono a registrarla per ben trentacinque volte, senza che venisse fuori qualcosa di decente. Il giorno dopo la band si ripresentò negli studi con due elementi nuovi: basta leggere i loro nomi per capire che questa sarebbe stata la versione entrata nella Leggenda: Jimmy Page alla chitarra (poco dopo fondò i Led Zeppelin) e Barrie James "B.J." Wilson alla batteria (fu il batterista principale proprio dei Procol Harum!). I due nuovi innesti, più avvezzi al rythm & blues richiesto da Stainton, e più adatti al ritmo 3/4 del pezzo, diedero la spinta decisiva per la riuscita della canzone; non più di una decina di prove, e la registrazione era già pronta. Alle tastiere, ovviamente, Tommy Eyre e al basso Chris Stainton. Un coro di voci femminili gospel chiuse il cerchio. Il singolo fu pubblicato nell'ottobre 1968 e Joe Cocker scalò le vette delle classifiche inglesi in poco tempo. Dopo un primo ascolto, John Lennon e Paul McCartney mandarono questo telegramma a Joe: "Thanks, you are far too much". Lo stesso Paul, nel ricordare Joe dopo la sua scomparsa, ha dichiarato: "It was just mind-blowing, totally turned the song into a soul anthem and I was forever grateful to him for doing that". ("Fu una cosa semplicemente pazzesca, [Joe] aveva trasformato totalmente la canzone in un inno soul, ed io gli fui per sempre grato per averlo fatto"). Il successo gli spalancò le porte degli Stati Uniti: "Se vuoi avere successo, devi sfondare anche negli States". È una frase che in molti si dicono, a torto o a ragione. Joe iniziò il primo tour negli USA poco dopo l'uscita dell'album.
  2. Versione live, festival di Woodstock, Agosto 1969. Qui avvenne la sua consacrazione. Joe Cocker era nel pieno del suo tour negli States. Era l'estate dei grandi Festival musicali, e la Grease Band riuscì ad essere presente in alcuni di essi, cominciando a farsi un nome; il colpaccio fu fatto quando gli organizzatori riuscirono a trovare loro uno spazio anche nel festival di Woodstock... forse non sapevano ancora che quella tre giorni sarebbe entrata nella leggenda; certamente per Joe fu l'occasione della vita. La band era diversa da quella del disco. All'inizio del 1969, come un fulmine a ciel sereno, Joe e Stainton avevano licenziato il vecchio chitarrista e soprattutto Tommy Eyre: la scusa ufficiale fu che entrambi insistessero troppo a virare sul jazz, le male lingue dicono che in realtà Stainton volesse passare alle tastiera. Per Tommy lo shock fu enorme. Continuò la sua carriera come tastierista, ma raggiunse il grande successo come direttore artistico del gruppo Wham! negli anni '80. Per Woodstock mancavano le voci femminili (le sostituirono il chitarrista e il bassista, che cantarono in falsetto), alla tastiera c'era Chris Stainton, alla batteria Bruce Rowland. Era il terzo ed ultimo giorno del festival. C'era una folla oceanica e già da molte ore il delirio collettivo aveva preso il sopravvento. Joe e la sua Grease Band dovettero arrivare in elicottero perché non c'era altro modo di raggiungere il palco a loro destinato. Penso che ci fosse un'atmosfera quasi surreale. La loro esibizione durò ottantacinque minuti e fu un crescendo assoluto. Per gli americani, Joe fino ad allora era solo uno dei tanti. Dopo qualche canzone di riscaldamento, la sua voce roca e i suoi movimenti spasmodici ad accompagnare la musica (lui suonava l'Air Guitar prima ancora che la inventassero!) catturarono gli spettatori, che furono prima colpiti dalle sue reinterpretazioni di Bob Dylan (ricordiamo almeno "Dear Landlord") per finire poi letteralmente travolti dalla cover beatlesiana che conosciamo. Birra a fiumi, sudore ovunque, sguardo provato, postura barcollante, ma espressione estatica di chi sa di aver toccato il cuore di tutti i presenti. È la consapevolezza di chi sta assaporando il trionfo. Chi c'era, si ricorda di cosa accadde subito dopo la sua esibizione: sulle note conclusive di "Little Help" un fulmine squarciò il cielo e poco dopo un violentissimo temporale interruppe il festival per qualche ora. "Dopo di me il diluvio", verrebbe da pensare: eppure Woodstock era ben lontano dal concludersi e aveva ancora molte frecce nel suo arco (fra gli altri, dovevano ancora esibirsi Crosby, Stills, Nash & Young e Jimi Hendrix...)
  3. Versione live, album "Joe Cocker Live", 1990. C'è un pensiero che, secondo me, ha attraversato la mente di Joe negli anni successivi. Me lo immagino mentre si domandava: "Cosa posso fare per rendere ancora più epica questa canzone? Riuscirò mai a superare una leggenda che io stesso ho iniziato?". Non che lo fosse davvero, ma dava l'idea di essere perennemente insoddisfatto, come uno spirito inquieto che cerca di migliorare l'impossibile. Sembrava quasi che Joe cercasse un modo per consacrare la perfezione del suo arrangiamento. Io penso che se mai ci è andato vicino, quella volta è stata il 5 ottobre del 1989 a Lowell, nel Massachussets. Venne fuori una roboante versione da 9'31" di pura Epica omerico-musicale. Tempi dilatati, più lenti, con l'organo Hammond di Chris Stainton in evidenza; splendido coro femminile blues; travolgenti riff di chitarra elettrica e basso decisamente hard rock e, infine, memorabile esibizione vocale di Joe. Questa registazione è quella che, da questo momento in poi, verrà utilizzata nei "Best Of" ogniqualvolta si decideva di inserire una traccia live di "With a little help..." nella compilation. In genere i fan di Joe Cocker si dividono sulla questione: meglio la versione degli anni sessanta o quella degli anni novanta? Si va a gusti, si tratta di due esibizioni che hanno raggiunto l'immortalità e non è facile dare una risposta netta. Personalmente preferisco la versione '90 per il semplice fatto che è più affine ai miei gusti... meno cantilena (mi si passi il termine, che non vuole essere dispregiativo) e più rock, senza nulla togliere a quella leggendaria di Woodstock, che a ragione è ancora oggi ricordata.
  4. Versione live, concerto per il Giubileo d'oro della Regina Elisabetta II, Giugno 2002. Cinquant'anni di reggenza della Regina d'Inghilterra: un traguardo assolutamente storico, che  molti inglesi aspettavano con curiosità e, sì, anche orgoglio. Vennero organizzati due concerti memorabili: uno di musica classica e uno di pop-rock con i più grandi artisti che la Gran Bretagna ha "sfornato" durante questi cinquant'anni. Fra i presenti, ovviamente ci fu anche Joe Cocker, che cantò in gruppo "All you need is love" e proprio "...little Help" (come la chiamava lui). L'arrangiamento utilizzato fu quello degli anni '90 - il sound è ormai inconfondibile - anche se durò meno (cinque minuti e mezzo circa). Quello che rese memorabile questa versione fu la caratura della band che accompagnò l'esibizione: Phil Collins alla batteria, Brian May (dei Queen) alla chitarra elettrica, Steve Winwood alle tastiere, Sam Brown fra le voci femminili del coro. Il pubblico finì in delirio, anche se va detto che Joe fu una star fra le decine di star che calcarono quel palco: fra gli altri, Paul McCartney, i Queen (superstiti), Elton John, Eric Clapton, Tom Jones, Annie Lennox, Rod Stewart e Byan Adams.

Mi ricollego all'ultimo nome elencato, che non ha bisogno di tante presentazioni: è, fra gli  artisti canadesi, quello che ha venduto più dischi al mondo, ed è uno dei rocker universalmente più conosciuti. Collaborò più volte con Joe Cocker, e non poteva essere altrimenti. Nel 1989 Bryan Adams gli scrisse uno dei più bei pezzi di quella decade: "When the night comes". Fu un'opera di scrittura fatta su misura: come un abito di alta sartoria che calza a pennello, allo stesso modo quella canzone e quella melodia furono confezionate perfettamente per la voce di Joe. Contrariamente a quanto ho scritto poco prima, di questa canzone la versione studio è di gran lunga migliore dei live successivi, anche per il fatto che lo stesso Bryan partecipò alla registrazione ufficiale suonando la traccia della chitarra ritmica. "When the night comes" ebbe sicuramente successo in tutta Europa, ma in Italia riuscì anche a raggiungere il primo posto delle vendite settimanali, picco che Joe Cocker non è più riuscito a raggiungere in seguito. Si narra che all'inizio Bryan fosse riluttante a dargli quella canzone (in realtà l'aveva scritta per sé!), ma poi si convinse che fosse la cosa giusta da fare... e lo fu. Il connubio Cocker-Adams continuò nel tempo. Nel 1992 Bryan aveva due canzoni pronte: "Everything I do (I do it for you)" e "Feels like forever". Alla fine, la prima la tenne per sé ottenendo record di vendite e  l'inserimento nella colonna sonora nel film campione d'incassi "Robin Hood"; la seconda fu data a Joe Cocker con la quale, dopo anni, riuscì a tornare nelle classifiche di vendita americane. Venne inclusa nella versione americana dell'album "Night Calls". Con molta modestia, Joe affermò: "Se avessi cantato io "Everything I do", probabilmente non avrebbe raggiunto il successo che ha poi avuto: è stato giusto così!". Joe e Bryan ci riprovarono anni dopo, purtroppo con minore successo, con "She believes in me", contenuta nell'album "No Ordinary World" (1999). L'ultima appendice della carriera di Joe Cocker è vissuta con un ritorno alle radici più blues e meno rock, fatto per un pubblico più esigente e meno pop. Il Joe Cocker dei primi anni '90, il mio preferito, è quello che meno incontra i favori del pubblico che l'ha conosciuto a Woodstock, e non potrebbe essere altrimenti. Gli anni '70 erano una corsa continua. Se ti fermavi, eri finito. Joe questo l'aveva capito, purtroppo sulla sua pelle. Il successo di Woodstock, che l'ha lanciato nell'Olimpo del Rock, è stata anche la sua maledizione. Il pubblico americano lo reclamava a gran voce e voleva godere di quel rocker così scomposto ma anche così travolgente. Dopo Woodstock, i manager convinsero il cantante che fosse il momento di battere il ferro finché era caldo. La storia in realtà è un po' più dark di quello che si trova leggendo Wikipedia o nei siti generalisti: Joe si sentiva completamente svuotato, aveva la sensazione che dopo il festival niente sarebbe stato più come prima. Il suo senso di distacco fu tale al punto che, appena tornato in Inghilterra, licenziò l'intera Grease Band. La sua idea era che, senza una band, non fosse possibile imbarcarsi in un altro tour come invece avrebbe voluto il suo entourage americano. Questa fu una delle tante contraddizioni in cui Joe cadde nel corso della sua vita. Viveva per la musica, ma le emozioni erano talmente intense che lo svuotavano fino a ridurlo ad uno straccio. Mentre Joe si isolava nella casa dei suoi genitori a Sheffield, rifiutando visite di amici e conoscenti, Denny Cordell, il suo manager e l'indispensabile presenza dietro le quinte che l'aveva portato fin lì, ricevette un terribile ultimatum. Oscuri impresari italoamericani, vicini agli ambienti della malavita, avevano già predisposto cartelloni, venduto biglietti e stampato inviti per il prossimo tour di Joe – senza conoscere le reali intenzioni del cantante. In poche parole gli dissero che se Joe non si fosse presentato al nuovo tour, la sua carriera negli States sarebbe stata stroncata, anzi: non avrebbe proprio più potuto mettervi piede. Era una minaccia in pieno stile mafioso: forse era solo una battuta, ma la frase che l'impresario disse a Denny lo fece davvero rabbrividire: "Vi conviene trovare una band e fare il tour, se non volete finire in fondo al fiume Hudson con del cemento ai piedi..." E mancava una settimana scarsa al via! Cordell tentò una carta disperata: chiamò un altro dei suoi assistiti, Leon Russell, e gli chiese aiuto. Leon, eccentrico compositore americano appena reduce dal successo di "Delta Lady", accettò e chiamò Joe per convincerlo. Alzò la cornetta del telefono e chiamò a sé i migliori collaboratori che lui conoscesse. Risposero in tantissimi: tre batteristi, diversi sassofonisti, uno stuolo di coriste, chitarristi come se piovessero... Leon guardò Joe e Chris Stainton (ovviamente confermatissimo alle tastiere / piano / organo) e disse: "Non sei in grado di scegliere? Perché non li prendiamo tutti?". In pochissimo tempo venne allestita una band allucinante (43 membri più un cane!), si spararono qualcosa come cinque-giorni-cinque di prove serratissime, fu preso un aereo a noleggio (!) e, di fatto, fu organizzato uno dei tour musicali più massacranti che un cantante rock di quegli anni avesse mai affrontato: "Mad Dogs & Englishmen". Da queste premesse si capisce che niente di quel tour fu normale. In poco meno di due mesi furono toccate quasi 50 città con esibizioni fatte un giorno sì ed uno no. Di giorno si viaggiava in aereo, di notte ci si scatenava nella indiavolata esibizione che comprendeva classici sia del rock che del blues. Il ritmo davvero folle a cui Joe fu sottoposto ebbe ripercussioni sulla sua salute fisica e mentale; le serate finivano con la sua voce che diventava un farfugliante rantolio. Fu lì che iniziò la sua vera dipendenza dall'alcool, e fu lì che iniziò a far uso di droghe che, in un contesto delirante come quel carrozzone / comunità hippy, giravano con facilità disarmante. Il clima inizialmente festoso nato dal senso di complicità ed avventura lasciò il posto a spossatezza, rancori, liti, incomprensioni e rotture insanabili: soprattutto quella fra Joe e Leon. L'americano, che si vedeva come supremo direttore artistico dello spettacolo, non sopportava che le luci dei riflettori fossero costantemente puntate su Joe, e cercò sempre più di metterlo in ombra, trasformando il tour in una esibizione sempre più folk, hippy e farsesca a sua immagine e somiglianza: d'altronde lui si presentava con una fluente barba stile Babbo Natale, occhialini tondi alla John Lennon e un cappello enorme che lo rendeva una sottospecie di Zio Sam. Immagine che nel corso della sua carriera divenne uno dei suoi tratti più distintivi e riconoscibili: oggi sembra quasi un santone mistico... La goccia che fece traboccare il vaso fu durante una tappa in cui, nel locale, era presente il grande Chuck Berry. Questi, saputo della presenza della band, chiamò Joe Cocker al suo tavolo per complimentarsi... e non riconobbe né prese in considerazione Leon Russell. Che se la legò al dito. Gli ultimi spettacoli furono davvero disastrosi, e la fine del tour fu accolta da tutti come una liberazione. Da allora, Joe e Leon non si parlarono più per qualcosa come 35 anni. Ci fu un timido riavvicinamento solo nel 2002, quando riuscirono a scambiarsi due parole senza sputarsi in faccia... Resta il fatto che il tour per Joe fu l'inizio della fine. Se si sentiva svuotato dopo Woodstock, non parliamo di come si ridusse dopo Mad Dogs and Englishmen. Dei 10.000 dollari che ricevette come contratto, gliene rimasero in tasca poco più di 800: il resto fu usato per le spese del viaggio! E fino al 1982 non ricevette nemmeno uno spicciolo dai proventi dell'album (secondo in classifica negli USA!) e del film omonimo. Gli anni successivi al tour furono davvero bui per lui. Il fondo fu toccato nel 1972-1973 quando prima fu arrestato a Melbourne per uso di marijuana e successivamente quando la depressione per il ritiro dalla band dell'amico di sempre Chris Stainton lo portò all'eroina. L'abbandono di Chris, che volle inseguire il suo sogno di aprire un suo studio, fu devastante per Joe. Solo la sua scorza dura gli permise, più volte nella sua vita, di cadere e di rialzarsi più forte di prima. Disintossicatosi dalla droga, continuò tuttavia il suo abuso di alcool, mentre la sua giostra di alti e bassi continuava inesorabile. Nel 1974 portò al successo "You are so beautiful", scritta e cantata l'anno prima da Billy Preston e considerata una delle migliori canzoni d'amore mai prodotte. Eppure l'alcool, il suo nemico di sempre, gli impediva di esibirsi in modo decente nei tour. La gente cominciò a dimenticarsi di lui e delle sue esibizioni sempre più scadenti. Joe dovette sottoscrivere contratti capestro con le case discografiche, che pretendevano il suo impegno a rimanere sobrio durante le esibizioni. La svolta – una delle tante – che lo salvò dalla perdizione avvenne nel 1978, quando conobbe Pam Baker, che diventò poi sua moglie nel 1987 e lo ricondusse sulla retta via dopo che si stabilirono definitivamente in un ranch nel Colorado precedentemente appartenuto a Jane Fonda. La vita nel ranch allontanò Joe dallo stuolo di personaggi tristi e meschini che si attaccavano lui e approfittavano della sua ingenua generosità. Indebitato fino al collo, Joe aveva bisogno di un'occasione di riscatto, che arrivò nel 1982: il suo duetto con Jennifer Warnes "Up where we belong" fu inserito nei titoli di coda del film di successo "Ufficiale e gentiluomo". Il traino del film, l'Oscar vinto come miglior canzone e le vendite diedero nuovo slancio alla sua carriera. Il bis arrivò nel 1986 con "You can leave your hat on", inserita nel film "9 settimane 1/2" che lo consegnò ancora una volta alla leggenda. Questa canzone di Randy Newman non mi ha mai fatto impazzire, ma devo riconoscere che come pezzo blues ha il suo gran bel perché; Kim Basinger ha fatto il resto. Mai come questa volta il connubio canzone + video è risultato così vincente da imprimersi nell'immaginario collettivo. Nel 1992 un'altra canzone di Joe entrò in una tracklist di un film campione d'incassi: "Trust in me", originariamente contenuta nell'album "Unchain my heart", fu ricantata insieme a Sass Jordan ed inserita nella soundtrack di "Bodyguard – Guardia del corpo" con la splendida e compianta Whitney Houston. Questo pezzo, decisamente rock nella struttura e nella sonorità, chiuse il trittico di "hit da cinema" degli anni '80, durante i quali Joe visse una seconda giovinezza sia artistica che mentale. Non penso sia un caso, ma il 1988 vide anche il grande ritorno di Chris Stainton: la sua presenza nei tour e in diversi album di quegli anni giovarono a Joe. Chris, che nel tempo collaborò (e collabora tuttora) come tastierista e compositore con cantanti del calibro di Eric Clapton, The Who, Ringo Starr, B.B. King, David Gilmour ed altri, non poté fare a meno di ritornare dal suo grande amico. Era sull'orlo del lastrico, e l'aiuto di Joe fu fondamentale per risollevarsi. Il nuovo connubio durò fino ai primi anni del 2000, quando Chris tornò a suonare in pianta stabile per Eric Clapton. Gli anni '90 furono un proseguimento del percorso pop-rock di Cocker e videro l'uscita di album grandiosi ed ambiziosi come "Night calls" (con splendide cover di canzoni di Elton John, Eric Clapton, Prince) e "Have a little faith", l'ultimo, per un bel pezzo, a raggiungere il traguardo di disco d'oro in molti paesi d'Europa. Questo album fu definito da molti critici uno dei suoi migliori per qualità musicale, potenza della voce e varietà di stile; soprattutto, fu l'album che riconciliò Joe Cocker con l'Inghilterra, da tempo avara di soddisfazioni dal punto di vista delle vendite. Anche per lui vale il detto "Nemo propheta in patria". Non che fosse odiato, anzi: nei tour, che spesso iniziavano proprio dalla sua Sheffield, i locali erano sempre pieni, anche se non c'erano le folle oceaniche che riempivano gli stadi nelle sue date in Germania, Francia e Italia. Però la critica anglosassone non spendeva quasi mai parole di elogio unanimi, e le vendite erano spesso timide (eufemismo). In una intervista, Joe dichiarò al riguardo: "Probabilmente ero considerato troppo... selvaggio per gli inglesi, dai gusti più pop e raffinati dei miei...". "Have a little faith" ebbe il pregio di mettere tutti d'accordo: fan, critica, radio e... inglesi. L'album successivo "Organic" (1996) è importante, perché segna il ritorno di Joe al blues. Questo album molto particolare contiene versioni dal sound quasi unplugged di canzoni di Springsteen, Winwood, George Harrison, Leon Russell e Randy Newman. Gli anni 2000 videro una preponderanza di album rock / pop. Joe aveva capito che il tempo del "nessun compromesso" era finito: il momento in cui doveva scegliere, insieme ai produttori, le canzoni di un nuovo album era per lui terribile. Non sempre quello che lui voleva (blues, blues e solo blues!) si adattava ai gusti dei fan: col tempo, aveva imparato ad adattarsi.  Nel 1997 incise "Across from Midnight" (rock, con una punta reggae; disco di platino in Francia e Germania). Nel 1999 ci fu il turno di "No ordinary world" (rock, con una splendida "First we take Manhattan" di Leonard Cohen e la già citata "She believes in me" di Bryan Adams). Nel 2002 arrivò "Respect yourself" (rock, con buone vendite soprattutto in Germania). "Heart & Soul", del 2004, ha il titolo che dice tutto. Rock, ma con un ritorno al soul (mai davvero abbandonato). Grazie al traino della cover "One" (U2), questo album fece sì che Joe Cocker ritornasse nella Top Billboard 200 americana (posizione 64). Il ritorno ad un blues più "puro" iniziò con "Hymn for my Soul" (2007) culminando poi con i suoi ultimi due album in studio: "Hard Knocks" (2010)  e "Fire it up" (2012), entrambi disco di platino in Germania, che segnano l'ultimo canto del cigno, con due stili che sembrano le due facce della stessa medaglia: il primo decisamente soul (e quasi senza cover, nove canzoni originali su undici), il secondo contraddistinto da un ritorno ad un rock più spedito. In entrambi gli album, fra i chitarristi, troviamo il grande Ray Parker Jr., che noi tutti ricordiamo per aver composto ed eseguito l'immortale tema principale del film "Ghostbusters".
In fondo, Joe era proprio questo. Una persona costantemente in bilico su due mondi: da un lato era estremamente timido e riservato, non esattamente a proprio agio se circondato da tante persone. Dall'altro lato, una volta salito sul palco diventava scatenato... ma sempre con la mente rivolta solo ed esclusivamente alla sua musica. Per lui non esisteva altro: tutti i cambiamenti che ha fatto (di membri anche di lunga data della band, di manager) erano per soddisfare il suo tendere verso un qualcosa di sempre nuovo ed in grado di accendere la sua personale scintilla. La doppia anima soul & rock aveva bisogno di trovare sempre nuovi sbocchi, e le ultime due produzioni furono la prova che si potesse convivere con entrambe le anime. Joe Cocker era in grado di essere rock (come direbbe Celentano) e soul nello stesso tempo. Una dote che davvero in pochi hanno avuto. Mi piace chiudere con una frase pronunciata da Ray Charles. Joe non aveva mai nascosto di essere stato ispirato profondamente da Ray... e quando riuscì a cantare insieme a lui nel 1983 ("You are so beautiful", concerto tributo a Ray Charles) sentì di aver realizzato il sogno di una vita intera. Ma la cosa più bella fu quello che Ray Charles disse di Joe Cocker, rivolto a dei giornalisti: "Voi mi chiedete se ritengo Joe Cocker un mio discepolo? No, non lo è. È un mio pari!"

Prima di chiudere, vorrei citare una mia ideale e ragionata Top Ten. Partendo da un paio di menzioni d'onore extra-classifica.
  • "High time we went". È una delle poche canzoni in cui Joe Cocker figura anche come autore insieme a Chris Stainton. Fu incisa nel 1971 e pubblicata per la prima volta nell'album "Joe Cocker" del 1972. È un pezzo rock e blues, nello stile proprio di quegli anni. Non molto considerata agli inizi, acquistò il favore del pubblico con il tempo, al punto che diventò un grande classico da riproporre nei suoi concerti, spesso addirittura come canzone di chiusura. In Italia è poco conosciuta, ma in molti hanno avuto modo di apprezzare  "Diavolo in me" di Zucchero del 1989. L'artista emiliano non ha mai nascosto di aver adorato Joe fin dalla sua giovane età, ed è un po' anche merito suo se Cocker in Italia ha avuto risonanza negli anni '80. "Diavolo in me" è più che un omaggio a "High time we went": basta ascoltarle entrambe per rendersene conto.
  • "Hitchcock Railway". Incisa per la prima volta nel 1969 e contenuta nel secondo album in studio "Joe Cocker!". Questo è un pezzo davvero travolgente, un rhythm & blues senza praticamente ritornello, con le strofe che si ripetono una dopo l'altra, intervallate da chitarra e batteria che picchiano come dannate. Zucchero colpisce di nuovo, ed estrae dal cappello una bella canzone: "Per colpa di chi", 1995. Devo dire che qui il cantante emiliano ha fatto un lavoro meno grezzo, rendendo la canzone più sua; le ha regalato un ritornello e un ritmo più riconoscibile ed orecchiabile. In questo caso, la somiglianza è più nella musica e nelle tastiere che nella traccia vocale.
Ecco quindi la mia personale Top 10 di Joe Cocker: utile, forse, per conoscere qualche canzone in più rispetto ai grandi classici come "Unchain my heart", "You can leave your hat on", "Don't let me be misunderstood", "You are so beautiful" e tante altre. Questa classifica rispecchia molto il periodo in cui l'ho scoperto; per questo motivo sono presenti più canzoni del periodo '80/'90 rispetto ai primi ruggenti anni '70. Inoltre, questa classifica è stata molto utile anche per il sottoscritto: mi ha permesso di fare un interessantissimo ripasso di storia della musica. Ed io ne ho sempre, costantemente, estremamente bisogno.

  • 10) "Don't let the sun go down on me", album "Night Calls", 1991. Cover dell'omonima canzone di Elthon John, pubblicata nel 1974 nell'album "Caribou". Elton John all'inizio non amava molto questa canzone, più volte ha dichiarato che quando la registrò era incazzato col mondo intero. Fu poi costretto a ricredersi. Il 1991 fu l'anno di questa canzone: lo stesso Elton la cantò live insieme a George Michael e con questo singolo scalò le classifiche di mezzo mondo, proprio quando Joe incise la sua rivisitazione. Oggi se leggi il titolo della canzone pensi principalmente ad Elton e George, che la fecero pop nel midollo. La versione di Joe è più simile all'incisione originale del '74, nella quale si sentono fra i cori le voci dei Beach Boys. La struttura della canzone è particolare: il ritmo parte lentissimo e il ritornello compare solo a metà canzone. Il crescendo però è grandioso, la voce di Joe stacca sempre più e alla fine si ricongiunge al fidatissimo coro femminile di accompagnamento.
  • 09) "Love the one you're with", di questa canzone esiste solo un'incisione live del 1972 e pubblicata nel "Live at L.A." (1976), successivamente inserita nella compilation "Joe Cocker The Legend" (1993). Il motivo di questa rarità mi sfugge, perché è un pezzo davvero fenomenale. In alcuni casi le cover di Joe sono aderenti e rispettose degli originali; altre volte avviene una trasformazione, talvolta radicale. "Love the one you're with" è uno di questi casi. L'originale è una ballata folk del 1970 di Stephen Stills, poi ricantata dal celebre gruppo Crosby, Stills, Nash and Young. Joe Cocker l'ha trasformata in una travolgente ballata soul: sei minuti di epica dove a farla da padrone è il coro che urla le splendide parole del ritornello insieme ad un sapiente uso di tastiere e chitarra elettrica: "And if you can't be with the one you love, honey, love the one you're with!". Consiglio davvero di recuperarla, perché è un pezzo poco conosciuto (nella versione di Joe) che meriterebbe molta più attenzione.
  • 08) "Can't find my way home", album "Night Calls", 1991. Joe Cocker non va sempre a pescare dai grandi classici rock o blues; spesso si rivolge anche al mondo folk. Il super-gruppo Blind Faith è un esempio. Eric Clapton, Steve Winwood, Ginger Baker e Ric Grech diedero vita ad una ballata ipnotica che, nel 1969, fu uno dei primi tentativi riusciti di fusione fra rock e blues in Inghilterra: la chitarra di Clapton e le voci dello stesso unito a quella del compositore Winwood sancirono il suo successo leggendario. La versione '91 di Joe pur senza snaturare l'originale aveva un sound più pop, se così si può definire, e fu maggiormente costruita sulla voce di Cocker, che la ricantò nel '96 (album "Organic") in una versione ancora più blues della precedente: suoni che lasciano spazio a fraseggi che trovi più in un pezzo jazz, la voce ancora più roca del solito, ritmo più lento; fu indubbiamente una versione altrettanto memorabile, anche se più intimista. La versione '91 di Joe Cocker fu inclusa nella colonna sonora del film "Benny and Joon" con Johnny Depp, 1993.
  • 07) "A whiter shade of pale", album "Luxury you can afford", 1978. Parlare dell'originale dei Procol Harum è quasi inutile. Incisa e pubblicata nel 1967, è una delle canzoni inglesi più ascoltate nella storia delle radio britanniche. Se volete avere idea di come sia il suono per eccellenza di un organo Hammond, qui c'è la sua massima espressione. Il sound derivato da J. S. Bach, unito ad un testo molto particolare, decretarono un successo mondiale e duraturo. Joe Cocker non poteva non offrire una sua reinterpretazione blues. La canzone è molto più lenta, ed anche qui avviene una rivisitazione meno rispettosa dell'originale, ma certamente non meno splendidamente eseguita. I puristi dell'originale gridano allo scandalo perché ritengono che il sound sia stato tradito; quelli di Joe Cocker sostengono che ci si trovi in uno di quei casi in cui la cover supera l'originale. Io penso che si debba anche considerare il periodo in cui Joe l'ha incisa: il 1978 era l'anno in cui il cantante stava vedendo la luce in fondo al tunnel in cui era piombato. La bellezza dell'album "Luxury you can afford" stupì tutti quelli che pensavano che Joe fosse finito. La voce era tornata quella che tutti conoscevano, e la band era davvero di tutto rispetto. L'immancabile coro gospel qui fu la ciliegina sulla torta. Non la ritengo superiore all'originale, ma penso sia una versione quantomeno alla pari, da ascoltare ed apprezzare ugualmente.
  • 06) "Up where we belong", soundtrack "An Officer and a Gentleman", 1982. Ripubblicata successivamente in molte compilation e "Best of...". Duetto con Jennifer Warnes, fu uno dei suoi più grandi successi commerciali. Vinse l'Oscar, il Golden Globe e il Grammy e ottenne la certificazione di disco di platino. Oggi è un classico fra i classici delle Love Song di tutti i tempi, e lo dico senza paura di essere smentito. Come duetto, la canzone funziona egregiamente: ciascun cantante ha il suo spazio, e il ritornello è cantato da entrambi con un'armonizzazione pazzesca. Joe ha giusto tre versi in più rispetto a Jennifer, cantati quasi senza strumenti, a far da raccordo alle ultime ripetizioni del ritornello. Interessante come gli attacchi dei vari ritornelli cambino di volta in volta: per cantarla sulla base originale, va studiata molto bene...
  • 05) "Isolation", album "Unchain my heart", 1987. La versione di Joe è poco conosciuta, anche se inserita in questo album di successo; l'unica volta che l'ha cantata live è stata al concerto "A tribute to John Lennon" tenuto nel 1990. Sì, perché Isolation fu scritta nel 1970 da John Lennon e pubblicata nel suo primo album da solista dopo lo scioglimento dei Beatles. Quello che maggiormente colpisce della canzone è il testo, di un pessimismo quasi brutale. Lennon la compose subito dopo lo scioglimento dei Beatles, e descrisse in modo doloroso il senso di isolamento che stava provando. La canzone è una ballata (triste), lenta, con un crescendo di tono e di rabbia. Non lascia indifferenti. Qui arriva il mio commento di parte: se da un lato il suono del pianoforte di John Lennon è tragicamente fantastico nel suo incedere, l'intera costruzione della versione di Joe Cocker è perfetta, proprio come sound ed atmosfera, nel comunicare il buio di John Lennon. È una canzone da ascoltare più e più volte, in entrambe le versioni. A mio modo di vedere, la cover è superiore all'originale, e di gran lunga, per l'uso della voce di Cocker, qui molto vicino al suo massimo.
  • 04) "Night calls", album "Night Calls", 1991. Questa canzone non è una cover, ma un brano originale scritto apposta per Joe da Jeff Lynne. Ed è un signor pezzo. Mentre scrivevo queste righe, ho provato a leggere in giro un po' di pareri proprio su Night Calls e, di conseguenza, su tutto l'album. È stata una lettura molto istruttiva, perché c'è una disparità di opinioni quasi imbarazzante: si va dal giudizio "ciofeca oscura di un cantante finito da un pezzo" al "un grandissimo ritorno di cantante in grado di sfornare l'ennesimo capolavoro". Va bene la sensibilità di ciascuno, va bene l'opinione personale che rimane indiscutibile, ma questa disparità di opinioni mi ha fatto davvero riflettere. L'ho spiegato in qualche paragrafo più indietro, ma è su questo disco in particolare che si assiste ad una divisione netta dei fan. Diciamocelo: Joe è cambiato; è un "sopravvissuto" (sei decadi di canzoni la dicono lunga) e, pur rimanendo fedele a sé stesso, col tempo si è anche grattato via le spigolosità degli anni '70. Fin dagli anni '80 diceva spesso: "I'm clean now": ora sono pulito. Si riferiva alla droga, all'alcool, al fumo. Personalmente, penso si riferisse anche al suo stile. Gli eccessi giovanili, anche figli di un periodo storico ben definito come lo sono stati gli anni '70, sono stati addolciti. La voce resta vigorosa, graffiante; ma non c'è più l'impeto, la cattiveria, il voler spaccare tutto il mondo con il suo grido. Nigh Calls è anche tutto questo, a mio modo di vedere. Lo definirei un inno alla maturità. Gli appassionati dei seventies non perdonano a Joe la sua deriva pop; io, che quegli anni '80 li stavo vivendo in pieno, mi ci sono invece riconosciuto totalmente. Col tempo ho poi imparato ad apprezzare (e adorare) il Joe incazzato degli esordi. Ma Joe Cocker non è (più) solo quello. Cos'è quindi Night Calls? Una ballad, ma non un lentone; ha il coro gospel, ha un testo malinconico, ha il growl, ha  una struttura particolare praticamente priva di ritornello, tutta costruita sulle varie strofe che si susseguono una di fila all'altra. È pop con una profonda anima soul.
  • 03) "I stand in wonder", album "Unchain my heart", 1987. Uno dei miei pezzi preferiti, ed uno fra i meno conosciuti tra i fan. Resta valido parte del discorso fatto per Night Calls: alla fine ci sono solo quattro anni di differenza fra le due canzoni, e lo stile è abbastanza simile. "I Stand in wonder" è, secondo me, il pezzo dove più di ogni altro funziona il connubio fra pop anni '80 e il soul di matrice cockeriana. È un pezzo originale, scritto appositamente per questo album da Eddie Schwartz e David Tyson, due autori e produttori canadesi, che scrissero anche le bellissime "All our tomorrow" e "Two wrongs" inserite nello stesso album. Il sound è davvero d'atmosfera, ed è una commistione di chitarre elettriche, basso costante in sottofondo, batteria e tastiere. Laddove negli anni '70 questa combinazione regalava un suono veemente, qui è melodia raffinata. Pop, appunto. La voce di Joe, meno roca e cavernosa e più patinata, qui fa davvero la differenza. Con questa canzone l'appassionato può divertirsi, al di là dell'ascolto, con il gioco delle citazioni, degli omaggi e del cerchio che si chiude. Abbiamo già incontrato Leon Russel, uno dei primi producer a credere in Joe Cocker prima della disastrosa conclusione del tour "Mad Dogs and Englishmen". Leon nel 1970 portò al successo "Delta Lady" prima di "lasciarla", se così vogliamo dire, a Joe. La "Delta Lady" della canzone aveva un'identità ben precisa: Rita Coolidge, ex-compagna di Leon che nel famoso tour americano fu corista di Joe Cocker. Chris Stainton a parte, fu l'unica persona a legare con Joe in quei due terrificanti mesi. Amica e confidente, da sempre provò un forte sentimento di riconoscenza per Joe, perché quell'esperienza fu importante per la sua crescita artistica: prima col duo country Rita - Kris Kristofferson (noi lo conosciamo più come attore nella saga di Blade...), poi come solista (di grande successo fu "All Time High", la canzone principale del film di 007 "Octopussy – Missione Piovra", 1983). E fu l'unica, che io sappia, a coverizzare in modo decisamente rispettoso dell'originale, "I Stand in Wonder" nel suo ultimo singolo nel 1990. Un cerchio che si chiude, appunto.
  • 02) "With a little help from my friends", album omonimo, 1969. In questa personale classifica, mi riferisco alla versione dell'album Joe Cocker Live (1990). Di questo brano ho scritto anche fin troppo. Non aggiungo altro, sarebbe inutile e ridondante.
  • 01) "When the night comes", album "One Night of Sin", 1989. Eccolo, il regalo di Bryan Adams a Joe Cocker. Una brillante canzone rock, molto furba ed orecchiabile, modellata perfettamente sullo stile del cantante britannico. Intro strumentale d'impatto con basso e chitarra elettrica in primo piano, poi struttura classica con strofa e ritornello ripetuti due volte ed intervallati da un bridge strepitoso in cui Joe urla a pieni polmoni le sue parole di speranza verso colei che ama. Il coro gospel finale con il controcanto di Joe Cocker è da spellarsi le mani. "When the night comes" è una canzone figlia degli anni '80, nonché una piccola gemma che andrebbe riscoperta più spesso.

Un ultimo paragrafo riguarda un po' l'unione delle mie passioni: le sigle televisive e il cantante britannico. Alcune canzoni di Joe Cocker, infatti, sono state usate come sigle di trasmissioni o telefilm; molte altre invece sono state inserite nelle colonne sonore di film di successo. Ecco una breve selezione:
  • "With a little help from my friends" (versione 1969) fu la sigla del telefilm "Blue Jeans" ("The Wonder Years", 1988-1993)
  • "She came in through the bathroom window" (versione 1970) fu sigla di apertura della trasmissione RAI "Avventura" del 1969-70. Come sigla di chiusura utilizzarono "A Salty Dog" dei Procol Harum.
Colonne sonore dei film (in ordine cronologico):
  • Ufficiale e gentiluomo (1982) – "Up where we belong" (soundtrack del film, 1982)
  • 9 settimane e 1/2 (1986) – "You can leave your hat on" (album "Cocker", 1986)
  • Big Foot e i suoi amici (1987) – "Love lives on" (soundtrack del film, 1987)
  • Bull Durham – Un gioco a tre mani (1988) – "A woman loves a man" (album "Unchain my heart", 1987)
  • Un uomo innocente (1989) – "When the night comes" (album "One night of sin", 1989)
  • Guardia del corpo (1992) – "Trust in me" (reincisa appositamente con Sass Jordan per la soundtrack del film, 1992)
  • Vincere insieme (1992) – "Feels like forever" (soundtrack del film, 1992, e album "Night calls", solo versione USA, 1992)
  • Benny & Joon (1993) – "Can't find my way home" (album "Night calls", 1991)
  • Carlito's Way (1993) – "You are so beautiful" (album "I can stand a little rain", 1974)
  • Insonnia d'amore (1993) – "Bye bye Blackbird" (album "With a little help from my friends", 1969)
  • Blown Away – Follia esplosiva (1994) – "Take me home" (album "Have a little faith", 1993)
  • A testa alta (2004) – "Feelin' alright" (album "Mad Dogs & Englishmen", 1970)
  • La ricerca della felicità (2006) – "Feelin' alright" (album "Mad Dogs & Englishmen", 1970)
  • Across the Universe (2007) – "Come together" (soundtrack del film, e successivamente contenuta nell'album "Hymn for my Soul", 2007) Qui Joe fa anche un'apparizione come attore.
  • Iron Man 2 (2010) – "California Love", canzone di 2Pac che contiene un campionamento di "Woman to Woman" (album "Joe Cocker", 1972)
  • Flight (2012) – "Feelin' alright" (album "Mad Dogs & Englishmen", 1970)

Non ho idea dell'effetto che questo scritto susciterà in chi avrà il coraggio di leggerlo: ma se anche una sola persona – una! – mi dirà: "Grazie, mi hai fatto (ri)scoprire un Grande della musica", beh, potrò ritenermi soddisfatto. Da parte mia, resta solo un grosso rammarico: per tanti motivi non sono mai riuscito ad assistere ad un suo concerto. In Italia Joe è arrivato più volte, la prima nel 1970 a Milano. Ci ritornò negli anni '90 al Teatro Smeraldo di Milano ma, per un liceale come me, i soldi del biglietto allora erano sembrati uno sproposito: "Ci andrò, prima o poi!". Di occasioni ce ne sono state, ma la mia pigrizia e il mio disinteresse verso i concerti in generale hanno fatto sì che li mancassi tutti. Ultimamente ci speravo e mi ripromettevo: "Al prossimo, ci sarò!" Purtroppo non sarà così, e questo è un enorme rimpianto che mi porterò dietro per troppo, troppo tempo. Se c'è anche una sola, remota possibilità di afferrare al volo un'opportunità, mai lasciarsela scappare, anche a costo di sacrifici: sarà ben peggiore affrontare il rimpianto successivo.

Crediti:
Gran parte di questo scritto è frutto della mia memoria e delle mie considerazioni personali; informazioni nozionistiche come date, album e titoli sono state prese da Wikipedia o dal retro dei miei CD; alcuni aneddoti particolari sulla vita di Joe sono invece stati presi dalla sua unica biografia autorizzata "Joe Cocker: The Authorised Biography" di J.P. Bean (Virgin Books, 2004).

Ringrazio Anna per il suo insostituibile supporto e per le sue acute osservazioni e correzioni.

L'immagine di copertina è una rielaborazione personale della foto originale "Joe Cocker in Sochi, 2011" pubblicata su Wikimedia Commons, di proprietà dell'utente Ivana Ivanova. La foto è licenziata in base ai termini della licenza Creative Commons – Condividi allo stesso modo.
Il file originale si trova a questo indirizzo:
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Joe_Cocker_Sochi.JPG

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